Come la geopolitica ha trasformato un’azienda di Stato in un colosso da 19,5 miliardi

P. F.

18 Maggio 2026 - 18:28

Da finanziaria IRI a campione industriale della difesa e dell’aerospazio con ricavi a 19,5 miliardi, titolo +500% e piano da 142 miliardi al 2030. Il caso Leonardo tra geopolitica e governance.

Come la geopolitica ha trasformato un’azienda di Stato in un colosso da 19,5 miliardi
Ricevi le notizie di Money.it su Google
Aggiornamenti, approfondimenti e analisi direttamente su Google.
Segui

Quando il 18 marzo 1948 l’IRI fondò la Società Finanziaria Meccanica, l’obiettivo era amministrare un perimetro di aziende meccaniche e cantieristiche ereditate dal periodo fascista e dalla ricostruzione postbellica. Settantotto anni dopo, l’erede di quella finanziaria pubblica si chiama Leonardo, ha chiuso il 2025 con ricavi da 19,5 miliardi di euro e si presenta ai mercati internazionali come uno dei principali attori europei nei sistemi di difesa, sicurezza e aerospazio. Il Ministero dell’Economia continua a detenerne circa il 30%, soglia di controllo blindata da normativa, ma il gruppo è ormai un esempio internazionale di come una partecipata statale possa trasformarsi in un titolo da rerating multimiliardario sfruttando la finestra geopolitica più favorevole degli ultimi quarant’anni.

Il salto di scala è quantificabile in tre cifre. Nel solo biennio della gestione di Roberto Cingolani il titolo è passato da circa 10,50 euro a quota 64, con una rivalutazione superiore al 500%. Il portafoglio ordini ha toccato i 46,6 miliardi di euro a fine 2025, una copertura produttiva di circa due anni e mezzo. Il piano industriale Leonardo aggiornato a marzo prevede ordini cumulati per 142 miliardi nel quinquennio 2026-2030. È in questa cornice che si è consumato anche il cambio al vertice di aprile 2026, con Lorenzo Mariani indicato dal governo Meloni come nuovo amministratore delegato al posto dello stesso Cingolani.

Da Finmeccanica a Leonardo: settant’anni di partecipazione pubblica

La Finanziaria Meccanica nasce sulla base del decreto legislativo 1420/1947 firmato da Enrico De Nicola, come braccio dell’IRI nel comparto meccanico. Ne fanno parte aziende che hanno scritto la storia industriale italiana: Ansaldo, Alfa Romeo, Navalmeccanica. Per buona parte del Novecento la holding rimane una struttura diversificata, con un perimetro che spazia dall’automotive alla termoelettromeccanica fino all’aerospazio.

Lo spostamento verso la difesa avviene a metà anni Novanta, quando Finmeccanica rileva dall’EFIM in liquidazione le aziende del comparto militare e concentra al proprio interno una quota largamente maggioritaria delle capacità industriali nazionali nell’aerospazio e nella sicurezza. La cessione dell’Alfa Romeo alla FIAT nel 1986 aveva già segnato il distacco dal settore civile di massa. Il cambio di denominazione in Leonardo è del 2017, dopo una fase di transizione con il marchio Leonardo-Finmeccanica. Da allora la società a controllo pubblico ha continuato a essere uno dei pochi grandi gruppi italiani in cui la partecipazione del Tesoro è considerata strategica e non negoziabile.

Il triennio della trasformazione

Il punto di svolta arriva nel maggio 2023 con l’arrivo di Cingolani, ex ministro della Transizione Ecologica del governo Draghi, alla guida operativa del gruppo. La piattaforma di partenza era robusta sul piano tecnologico ma frammentata sotto il profilo organizzativo ed economico: la conversione di cassa si fermava intorno al 54% e la capitalizzazione era modesta rispetto alle dimensioni industriali. L’azienda contava poco più di 51.000 dipendenti. Oggi sono quasi 63.000, con un target di oltre 75.000 entro il 2030.

Il bilancio 2025 ha chiuso con ricavi a 19,5 miliardi (+10,9%), ordini a 23,8 miliardi (+15%), Ebita a 1,75 miliardi (+18%) e un utile netto rettificato che ha superato per la prima volta il miliardo (+18,6%). Il flusso di cassa operativo è arrivato a 1,01 miliardi e l’indebitamento netto si è quasi dimezzato attestandosi attorno al miliardo. Le tre principali agenzie di rating hanno rivisto al rialzo il merito di credito. Gli investimenti in ricerca e sviluppo hanno raggiunto i 3 miliardi nel 2025, con una crescita del 20% su base annua.

L’elettronica per la difesa e sicurezza resta il primo contributore con ricavi per 8,35 miliardi ed Ebita di 1,075 miliardi, sostenuta anche dalla controllata americana Leonardo DRS. Gli elicotteri hanno raggiunto 5,83 miliardi di ricavi, l’aeronautica 4,24 miliardi con una forte spinta dei velivoli, mentre cyber e spazio hanno entrambi superato il miliardo di ordini.

Il piano industriale 2026-2030: la scommessa da 142 miliardi

L’aggiornamento del piano industriale presentato il 12 marzo 2026 ha definito una traiettoria di crescita ambiziosa. Gli ordini cumulati nel quinquennio sono fissati a 142 miliardi di euro, con un tasso medio annuo del 6,1%. I ricavi cumulati a 126 miliardi crescono del 9% annuo. Per l’esercizio 2030 il target è arrivare a 32 miliardi di ordini, 30 miliardi di ricavi, Ebita a 3,59 miliardi e un free cash flow operativo raddoppiato a 2,06 miliardi. Le stime non includono Iveco Defence Vehicles, la cui acquisizione era in fase di completamento al momento della presentazione.

La cybersecurity dovrebbe espandersi del 13,7% sugli ordini e del 21,5% sull’Ebita. Lo spazio rappresenta il segmento con la crescita più marcata, con un’espansione attesa del 26,4% sull’Ebita, anche grazie alla joint venture Bromo con Airbus e Thales, che punta a diventare il principale player europeo del settore. I velivoli consolideranno i grandi programmi internazionali, a partire dal GCAP, il caccia di sesta generazione sviluppato con Regno Unito e Giappone.

Il quadro che alimenta questi numeri è quello del riarmo occidentale. Al vertice NATO del giugno 2025 gli Stati membri hanno concordato un incremento della spesa militare dal 2% al 5% del PIL entro il 2035. La spesa globale per la sicurezza è stimata in crescita da circa 400 miliardi di dollari annui del 2020 a oltre 1.000 miliardi nel 2030. Nel comparto terrestre la collaborazione di Leonardo con Rheinmetall ha portato alla nascita di una joint venture per lo sviluppo di veicoli da combattimento di nuova generazione destinati all’Esercito Italiano, mentre nel segmento dei droni l’accordo con il turco Baykar ha aperto un canale strategico in un mercato dove l’Europa accusa un significativo ritardo industriale.

Michelangelo Dome: il prodotto-bandiera della nuova fase

Al centro della strategia industriale c’è il Michelangelo Dome, lo scudo difensivo multidominio presentato a fine novembre 2025. Il sistema integra in una sola architettura sensori, radar, sistemi missilistici, droni e capacità cyber, attraverso un modulo proprietario denominato MC5 che consente l’interoperabilità tra piattaforme di costruttori diversi senza intervenire sull’elettronica dei singoli componenti. L’architettura aperta è il vero elemento distintivo, pensata per permettere a Paesi alleati di mettere a fattor comune le rispettive capacità difensive.

Il gruppo ha quantificato in 21 miliardi di euro le opportunità di business sbloccate dal sistema nei prossimi dieci anni, di cui 6 miliardi già inclusi nei target del piano fino al 2030 e ulteriori 15 miliardi proiettati nel quinquennio successivo. Il sistema dovrebbe ricevere una prima implementazione operativa in Ucraina entro la fine del 2026 e sarà successivamente integrato con la costellazione satellitare Space Guardian, prevista operativa dal 2028.

Proprio attorno al Michelangelo Dome si è consumata una parte significativa delle tensioni che hanno portato al cambio al vertice. Secondo ricostruzioni di stampa, l’autonomia con cui il management aveva gestito l’operazione avrebbe generato frizioni con Palazzo Chigi e attirato l’attenzione degli alleati statunitensi, che pure restano un mercato strategico per il gruppo tramite la controllata Leonardo DRS.

Il cambio di governance dell’aprile 2026

Il 9 aprile 2026 il governo ha formalizzato il rinnovo dei vertici di quattro grandi partecipate del Tesoro. Per Leonardo è arrivata l’indicazione di Lorenzo Mariani come nuovo amministratore delegato, con Francesco Macrì alla presidenza al posto di Stefano Pontecorvo. Mariani è un ingegnere elettronico con una carriera interamente costruita nel perimetro Finmeccanica-Leonardo, prima nei sistemi radar in Alenia e AMS, poi alla guida di MBDA Italia, il consorzio missilistico europeo partecipato anche da Airbus e BAE Systems. Dal 1 giugno 2023 all’aprile 2025 ha ricoperto il ruolo di condirettore generale del gruppo accanto a Cingolani, per poi tornare in MBDA Italia come managing director fino alla recente indicazione del Tesoro.

La decisione è arrivata nonostante un mandato chiuso con risultati eccezionali. Le ricostruzioni dei principali quotidiani convergono su una pluralità di fattori: il deterioramento del rapporto fiduciario tra il manager e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, le frizioni interne sulla gestione di alcune nomine, le perplessità sui ritorni concreti di partnership annunciate come quelle con Rheinmetall, la gestione considerata autonoma del dossier Michelangelo Dome in una fase di sensibilità geopolitica elevata.

Cosa attendersi dalla nuova fase

Le guidance 2026 indicano ordini per 25 miliardi, ricavi per 21 miliardi, Ebita a 2,03 miliardi e indebitamento netto in calo a 0,8 miliardi. Il primo trimestre 2026 ha confermato la traiettoria, con ordini a 9 miliardi (+31% anno su anno), ricavi a 4,4 miliardi (+7%) ed Ebita a 281 milioni (+33%).

Le sfide che attendono la nuova governance sono di natura diversa rispetto a quelle gestite dalla precedente. Il compito principale sarà trasformare i picchi congiunturali del riarmo in una traiettoria di crescita strutturale, traducendo le partnership annunciate in commesse effettive. Sullo sfondo resta l’equilibrio sempre più complesso tra il cerchio europeo e quello transatlantico, in un momento di tensioni geopolitiche elevate. La fase del rerating finanziario è probabilmente alle spalle: da qui in avanti il valore del titolo dipenderà dalla capacità di consegnare utili effettivi più che dalla rivalutazione complessiva del settore.

Una società nata come finanziaria pubblica per gestire l’eredità industriale del dopoguerra è diventata, ottant’anni dopo, uno dei pochi campioni industriali italiani capaci di competere alla pari con i grandi gruppi europei della difesa. Il caso Leonardo dimostra che il modello della partecipazione statale, periodicamente dato per superato, può ancora produrre valore quando la strategia industriale incontra una finestra geopolitica favorevole. La domanda aperta è quanto questo allineamento sia replicabile e quanto, invece, dipenda da una congiuntura storica difficilmente ripetibile.