Già il 24 febbraio su queste pagine scrissi un articolo sulla opportunità di investire nella Cina, al di là delle guerre commerciali innescate da Trump.
Ora anche Morgan Stanley (MS) si è unita a una crescente onda di ottimismo riguardo le prospettive economiche della Cina. Lunedì la banca d’investimento statunitense ha rivisto al rialzo la previsione di crescita del PIL per il 2025, portandola al 4,5%, rispetto al 4,0% precedente. Ho letto il documento della banca d’investimento e l’ho trovato decisamente interessante.
L’aggiornamento di Morgan Stanley segue un recente rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) che ha identificato Canada, Messico e Stati Uniti come potenziali perdenti in uno scenario di dazi bilaterali al 10%, suggerendo che l’economia cinese potrebbe emergere da questa problematica senza danni. La revisione al rialzo - è la cosa più interessante - arriva nonostante i dazi recentemente imposti dal presidente Trump sulla Cina e la possibilità di aumenti dei dazi la settimana prossima.
Al contrario, S&P Global ha previsto un rallentamento della crescita del PIL al 4,1% nel 2025 in uno scenario di dazi statunitensi al 10%. Tuttavia, gli impegni politici e le tendenze economiche in evoluzione dalla fine del 2024 hanno cambiato le prospettive per l’economia cinese.
Attenzione ai fattori fondamentali della rinascita cinese: supporto politico e sviluppo della domanda interna.
I segnali politici provenienti da Pechino suggeriscono una resilienza della crescita interna, dopo una crescita del PIL del 5% su base annua nel quarto trimestre del 2024. La crisi del settore immobiliare insomma sembra stia per finire.
Il 24 marzo, l’agenzia governativa China News ha riferito di nuovi impegni per il 2025 da parte del Ministero delle Finanze cinese, tra cui:
- Una politica fiscale più proattiva per le imprese.
- Aumento del rapporto di deficit /PIL a scopo espansivo.
- Ottimizzazione significativa della struttura della spesa pubblica in infrastrutture.
- Incremento dei trasferimenti ai governi locali a supporto di opere pubbliche.
- Sostegno all’espansione complessiva della domanda interna tramite agevolazioni e stimoli ai consumi delle famiglie.
L’obiettivo di crescita del PIL della Cina per il 2025, intorno al 5%, riflette la fiducia che una rinnovata guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina non devierà il suo percorso di crescita. E io non credo nemmeno che la guerra sui dazi durerà oltre il primo semestre 2025.
Le misure politiche mirate a stimolare il consumo interno sono così massicce che sono state un punto fermo per Xi Jinping negli ultimi due anni. E sono misure a lungo termine.
E già si vedono i primi segnali di successo di questa “scossa elettrica” alla crescita: le tendenze recenti al rialzo delle vendite al dettaglio potrebbero supportare l’obiettivo di Pechino. È stata peraltro una scelta obbligata. L’emergere di altre superpotenze manifatturiere quali India, Vietnam e Sud-est asiatico in generale ha costretto la Cina ad accelerare il suo passaggio da un’economia orientata alle esportazioni a una guidata dal consumo interno.
I recenti dati economici della Cina suggeriscono che le politiche monetarie e fiscali stanno infatti già guadagnando slancio. Le vendite al dettaglio sono aumentate del 4% su base annua a gennaio 2025 e febbraio 2025, rispetto al 3,7% di dicembre.
Tuttavia, la fragilità del mercato del lavoro potrebbe ostacolare la crescita impetuosa dei consumi.
Il tasso di disoccupazione in Cina è salito dal 5,1% di gennaio al 5,4% di febbraio, mentre la fiducia dei consumatori è rimasta vicino ai minimi storici a dicembre 2024.
E in particolare la disoccupazione giovanile (individui < 0 anni) dipinge un quadro un po’ più cupo, salendo al 16,9% a febbraio, rispetto al 16,1% di gennaio.
Nel frattempo, il miglioramento del sentiment aziendale potrebbe favorire la creazione di posti di lavoro in futuro e rivitalizzare la fiducia dei consumatori nei prossimi mesi, stimolando potenzialmente i consumi. Il presidente del gruppo Alibaba, Joe Tsai, ha alimentato le speranze di un calo della disoccupazione proprio oggi 25 marzo, affermando:
“Ci sono segnali chiari che gli imprenditori siano più fiduciosi da gennaio, da quando il presidente Xi ha incontrato le imprese private. La nostra azienda per esempio prevede di ricominciare a fare assunzioni dopo aver raggiunto il punto più basso del ciclo economico.”
Altri commenti di Tsai (qui non citati) evidenziano anche un altro fattore fondamentale della ripresa del gigante asiatico: i progressi della Cina nell’IA, un potenziale motore di crescita a lungo termine.
L’utilizzo dell’intelligenza artificiale abbassa i costi di produzione, velocizza i processi produttivi e inoltre ottimizza la capacità dell’impresa di rispondere alle mutate condizioni di mercato.
A sostegno di ciò, anche il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, ha recentemente sottolineato il potenziale trasformativo enorme dell’IA sulla economia interna di in paese, affermando:
“Dobbiamo facilitare la crescita dell’IA come la nuova tecnologia industriale più potente, ovvero come la più probabile arma di spinta alla crescita, come un motore dalla influenza determinante sulla crescita economica”.
Nel frattempo, che cosa stanno facendo gli indici azionari cinesi?
L’ottimismo sull’IA ha contribuito a spingere l’Hang Seng Index, che ha guadagnato il 16,69% da inizio anno (YTD), nonostante un ritracciamento rispetto al massimo triennale del 19 marzo. Al contrario, il CSI 300 è piatto, e l’indice Shanghai Composite è salito solo dello 0,61%. I colossi tecnologici Alibaba e Baidu hanno contribuito ai guadagni dell’Hang Seng, con ritorni YTD del 56,92% e 11,85%, rispettivamente.
Ovviamente ci sono sempre gli uccelli del malaugurio. Alcuni dicono infatti che il mercato toro della Cina sia in pericolo a causa dei rischi che gli stimoli deludano le aspettative e non ottengano ciò che volevano ottenere.
Bene, io non la penso così.
La PBoC, la Fed cinese, ha infatti sempre un ampio margine per stimolare dal punto di vista monetario, in sinergia con gli stimoli della politica economica, se questi ultimi non fossero sufficienti. E ho notato che ora i dirigenti della politica monetaria e della politica economica sono più sensibili alle reazioni del mercato finanziario cinese rispetto a 5 o 10 anni fa.
I mercati ora attendono stimoli concreti che corrispondano agli ultimi impegni presi dal governo di Pechino.
Le politiche che stimolano l’occupazione e i consumi potrebbero spingere l’Hang Seng Index verso i 30.000 per la prima volta da febbraio 2021.
Tuttavia, gli investitori di Hong Kong e della Cina continentale si trovano di fronte a dei rischi che non è bene sottovalutare. Un’eccessiva escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Cina al di là di ogni aspettativa potrebbe mettere alla prova il rally delle azioni quotate a Hong Kong e nella Cina continentale.
Tuttavia, se siete avvezzi al rischio azionario, date subito un occhiata a questo ETF:
- HSBC Hang Seng TECH UCITS ETF HKD ISIN IE00BMWXKN31 | Ticker HSTE
È una replica dell’indice Hang Seng TECH. L’indice Hang Seng TECH replica i 30 titoli azionari più grandi quotati sulla Borsa Valori di Hong Kong.
È abbastanza economico: l’indice di spesa complessiva (TER) dell’ETF è pari allo 0,50% annuo. Inoltre è l’unico ETF che replica l’indice Hang Seng TECH. L’ETF infatti replica la performance dell’indice sottostante con replica fisica totale (acquistando tutti i componenti dello stesso). Mi piace anche per un altro motivo: i dividendi dell’ETF sono accumulati e reinvestiti nell’ETF.
L’ETF HSBC Hang Seng TECH UCITS ETF HKD non è molto grande però: gestisce un patrimonio pari a 332 mln di Euro. E per questo motivo va inserito nel vostro portafoglio azionario con un peso non superiore al 5% per garantire sempre il principio della diversificazione degli investimenti.
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