Busta paga, aumento obbligatorio se guadagni meno di questa cifra. Ecco come richiederlo

Simone Micocci

4 Febbraio 2026 - 11:09

Busta paga, se il tuo stipendio è inferiore al 5% rispetto a quello dei tuoi colleghi potrai pretendere l’aumento. Ecco come funzionano le nuove regole.

Busta paga, aumento obbligatorio se guadagni meno di questa cifra. Ecco come richiederlo

Arriva l’aumento di stipendio obbligatorio in Italia, una nuova regola che garantirebbe una maggior tutela a quei lavoratori che oggi vengono sottopagati - in relazione agli altri colleghi - dall’azienda.

A prevederlo è il decreto legislativo sulla parità e trasparenza retributiva, con il quale vengono recepite le norme della direttiva Ue 2023/970, che nei prossimi giorni verrà approvato dal Consiglio dei ministri per poi iniziare l’iter per l’approvazione parlamentare (che dovrà necessariamente concludersi entro il 7 giugno). Un testo che per adesso conta di 16 articoli e che tra le novità prevede anche la possibilità per il dipendente di richiedere l’aumento obbligatorio di stipendio nel caso in cui dovesse esserci una netta differenza rispetto agli altri colleghi.

Ricordiamo infatti che la direttiva europea concede la possibilità di scoprire quanto guadagnano i colleghi della stessa azienda, seppure non singolarmente vista la tutela della privacy, così da poter valutare se nei propri confronti c’è un trattamento di maggior sfavore. Una norma che di fatto va a limitare i casi di gender gap, ma non solo: non è raro infatti che nelle aziende ci siano dei lavoratori che per una serie di ragioni vengono trattati in maniera differente, con uno stipendio che fatica a crescere.

Con l’approvazione della nuova legge sulla trasparenza retributiva in Italia però questa situazione troverà una soluzione, con i sindacati che potranno agire direttamente in tutela del lavoratore obbligando l’azienda a equilibrare le retribuzioni.

Aumenti di stipendio per tutti i lavoratori

Come prima cosa va detto che il decreto legislativo non presenta differenze tra i lavoratori, coinvolgendo ogni settore. Questo, infatti, si applica nei confronti di tutti i datori di lavoro, con differenze legate in base al numero di dipendenti, come pure di tutte le tipologie di contratto, dal pubblico al privato fino anche al lavoro domestico.

Nessuna esclusione quindi: in ogni ambito non possono esserci trattamenti differenziati - e immotivati - tra i lavoratori.

Come funziona la comparazione tra gli stipendi?

Come spieghiamo da tempo, le nuove norme sulla trasparenza permettono al singolo dipendente di scoprire quanto nel complesso guadagnano i suoi colleghi in azienda, così da valutare se la sua retribuzione è nella media oppure no.

Nel dettaglio, si può agire per richiedere una comparazione che sia tra “stesso lavoro” e “lavoro di pari valore”, comprendendo quindi anche quelle prestazioni lavorative differenti che tuttavia vengono svolte nell’esercizio di mansioni facilmente comparabili tra di loro.

La comparazione va effettuata prendendo come riferimento il Ccnl applicato dal datore di lavoro ovviamente, ma nel caso in cui questo non dovesse esserci allora si considera quello siglato dai sindacati più rappresentativi in quello specifico settore.

Nel dettaglio, sarà compito delle aziende rendere pubblici i meccanismi di calcolo dello stipendio, ossia i criteri utilizzati per l’assegnazione di un determinato livello retributivo per l’avanzamento economico. E laddove dovessero emergere delle disparità immotivate, il lavoratore potrà chiedere - anzi pretendere - l’aumento di stipendio.

Come chiedere l’aumento di stipendio (e quando)

Nel testo del provvedimento figura la possibilità per ciascun dipendente di chiedere e ricevere le informazioni “sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore”. Sarà obbligo per l’azienda consegnare queste informazioni, per iscritto, entro 2 mesi dalla richiesta.

A quel punto scatta la valutazione congiunta delle retribuzioni tra impresa e sindacato, e nel caso in cui ci fosse una differenza di almeno il 5% e il datore di lavoro non sappia fornire una valida giustificazione scatta l’obbligo di rimuovere le differenze retributive aumentando di fatto lo stipendio dei lavoratori interessati.

E attenzione, perché a lavoratori e lavoratrici viene anche consentito di agire in giudizio in tutela dei diritti oggetto del decreto, tanto che in caso di accertamento di vere e proprie discriminazioni l’azienda rischia persino di perdere agevolazioni finanziarie o creditizie, come pure la possibilità di prendere parte ad appalti.

Con il supporto dei sindacati, quindi, i lavoratori che guadagnano meno rispetto ai propri colleghi - con una differenza minima anche solo del 5% rispetto alla media - possono pretendere l’aumento di stipendio. Stop quindi alle aziende “furbette” che ad esempio offrono meno alle donne, oppure quelle che nei casi di nuova assunzione modulano la retribuzione in base alle aspettative del candidato, che di fatto potrebbero essere anche più basse rispetto al livello riconosciuto in azienda.

Tanto che, ad esempio, viene anche vietata la possibilità di chiedere, durante il colloquio di lavoro, informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti di lavoro, informazioni che non possono essere acquisite in alcun altro modo.

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