Busta paga, un aumento di stipendio rischia di farti guadagnare meno? È possibile, ecco come funziona il «tranello» del Fisco.
Ti è stato proposto un aumento di stipendio e, ovviamente, non puoi che esserne soddisfatto. Tuttavia, in un secondo momento controlli la busta paga e ti rendi conto che lo stipendio non solo non è aumentato, ma si è persino ridotto. È possibile? Sì, anche se è necessario fare chiarezza.
Il concetto chiave è che gli aumenti di stipendio vanno considerati al lordo delle tasse: ciò significa che, una volta applicate Irpef e addizionali, la differenza rispetto allo stipendio precedente potrebbe essere inferiore alle aspettative.
Ma esiste persino il rischio che un aumento di stipendio comporti un netto più basso? In alcuni casi sì. Ciò può accadere per via delle agevolazioni fiscali che il nostro ordinamento riconosce ai redditi più bassi. Superata una certa soglia, infatti, si rischia di perdere questi benefici, ritrovandosi paradossalmente in una situazione peggiore rispetto a prima.
È quello che molti definiscono il “tranello” del Fisco, a cui è bene prestare attenzione quando si concorda un aumento di stipendio: vediamo nel dettaglio quali sono le soglie da tenere sotto controllo.
Quando l’aumento di stipendio fa perdere il bonus Renzi
Una delle soglie più importanti da tenere in considerazione quando si concorda un aumento di stipendio è quella dei 15.000 euro lordi, entro la quale spetta il trattamento integrativo (ex bonus Renzi) del valore netto di 100 euro mensili.
Questo bonus sostiene i lavoratori con redditi più bassi, ma allo stesso tempo impone una riflessione nel caso in cui lo stipendio aumenti, o ci sia l’intenzione da parte del datore di lavoro di riconoscere un incremento.
Superando la soglia dei 15.000 euro, infatti, si perde il diritto al trattamento integrativo: basta anche un solo euro in più per smettere di beneficiare di 1.200 euro annui in busta paga. È vero che il bonus può spettare anche oltre i 15.000 euro, fino a 28.000 euro, ma in questo caso il meccanismo cambia. Nel dettaglio, si continua a beneficiarne - non più direttamente in busta paga, ma in sede di dichiarazione dei redditi - solo se le detrazioni spettanti risultano superiori all’Irpef dovuta.
Pertanto, quando si concorda un aumento di stipendio è sempre opportuno verificare che il netto sia comunque superiore ai 100 euro mensili già garantiti dal trattamento integrativo. Aumenti molto contenuti, ad esempio pari a 500 euro lordi annui, rischiano di essere penalizzanti: una cifra più adeguata è superiore ai 2.000 euro, così da consentire un reale beneficio netto che compensi la perdita del bonus.
Il taglio del cuneo
Dal 2025 è entrato in vigore un nuovo meccanismo di taglio del cuneo fiscale, che si realizza attraverso il riconoscimento, a seconda del reddito percepito, di una maggiorazione dello stipendio oppure di una detrazione più elevata per i redditi da lavoro dipendente.
Il limite massimo per beneficiare di questa agevolazione è pari a 40.000 euro lordi annui. Va però sottolineato che il sistema introdotto dal governo Giorgia Meloni è strutturato in modo progressivo, così da ridurre il rischio di “salti” improvvisi come quelli che si verificavano con il vecchio trattamento integrativo o con lo sgravio contributivo in vigore fino al 2024.
Nel dettaglio, per chi guadagna fino a 20.000 euro è prevista una maggiorazione esente da imposta, calcolata in percentuale sul reddito:
- 7,1% per redditi fino a 8.500 euro;
- 5,3% per redditi tra 8.500 e 15.000 euro;
- 4,8% per redditi tra 15.000 e 20.000 euro.
Questo significa, ad esempio, che con uno stipendio di 15.000 euro lordi si può beneficiare di una maggiorazione di circa 795 euro annui (pari al 5,3%), mentre con 20.000 euro il beneficio si attesta intorno ai 960 euro annui (4,8%).
Per i redditi superiori a 20.000 euro, invece, il taglio del cuneo fiscale si traduce in un aumento delle detrazioni per lavoro dipendente, che riduce direttamente l’Irpef dovuta. In particolare, tra 20.000 e 32.000 euro spetta una detrazione aggiuntiva pari a 1.000 euro l’anno. Sopra i 32.000 euro, questo importo si riduce progressivamente fino ad azzerarsi al raggiungimento dei 40.000 euro.
Proprio questa gradualità rende più difficile che un aumento di stipendio comporti una riduzione del netto in busta paga. Tuttavia, quando l’incremento è molto contenuto, può accadere che il beneficio fiscale si riduca quasi nella stessa misura dell’aumento lordo: in questi casi, la busta paga può restare sostanzialmente invariata, rendendo l’aumento poco percepibile.
Aggiungiamo però un ultimo aspetto da considerare: un aumento che porta il reddito da 20.000 euro a cifre superiori, determinando così il passaggio dalla maggiorazione esente alla maggiore detrazione, comporta una riduzione della capienza fiscale.
Il netto in busta paga, quindi, non si abbassa - anche se non è detto che aumenti in modo significativo, perché tutto dipende dall’entità dell’incremento lordo - ma allo stesso tempo si riduce l’Irpef su cui applicare le detrazioni. Di conseguenza, pur avendone diritto, si rischia di sfruttare meno le detrazioni in sede di dichiarazione dei redditi: complessivamente, quindi, potrebbe comunque esserci stato uno svantaggio.
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