Con un recente report del 17 agosto 2026, la Banca Centrale Europea mette in luce i rischi legati a una possibile bolla dell’AI. L’ascesa dell’intelligenza artificiale ha infatti alimentato un rally vertiginoso nel settore tecnologico, portando le valutazioni del mercato azionario verso livelli che non si vedevano dai tempi della bolla delle dot-com.
Secondo gli economisti della BCE, si è creata un’eccessiva concentrazione degli investimenti, soprattutto da parte degli investitori europei, che si riflette non solo nelle singole azioni, ma anche attraverso fondi comuni, ETF e fondi pensione. L’esposizione delle famiglie dell’area euro alle cosiddette “Magnifiche sette tecnologiche” oggi si aggira intorno ai 440 miliardi di euro.
Numeri impressionanti, che mostrano quanto un’eventuale correzione dei titoli tecnologici potrebbe avere effetti a cascata sui risparmi. Non solo: un’eventuale crisi potrebbe essere persino più difficile da gestire rispetto a quella del 2000, per tutta una serie di ragioni, prima fra tutte un punto di partenza che lascia oggi meno margine di manovra alle politiche monetarie. Vediamo meglio di cosa si tratta.
Bolla AI: perché le valutazioni delle società tecnologiche sono così alte
Partiamo dalle basi: cosa ha scatenato queste ipervalutazioni? Sicuramente la frenesia degli investitori, soprattutto istituzionali, e attraverso di loro anche dei piccoli risparmiatori, di non lasciarsi sfuggire l’opportunità del momento: una nuova tecnologia con un potenziale apparentemente inimmaginabile. Ed è proprio qui che sta il problema, perché al potenziale di crescita devono corrispondere anche margini di guadagno, che oggi, in molti casi, non sembrano giustificare le valutazioni raggiunte. I multipli di prezzo di alcune di queste società sono infatti ben oltre quelli di molte aziende europee.
Il problema è ulteriormente accentuato dalla crescente diffusione degli strumenti passivi, che spesso pesano le singole azioni soprattutto in base alla loro capitalizzazione di mercato: più una società è grande, maggiore sarà il suo peso all’interno dell’indice e, di conseguenza, del relativo fondo o ETF, acquistato a sua volta anche dai piccoli risparmiatori. Si crea così una sorta di effetto domino che finisce per aumentare ulteriormente la concentrazione del mercato.
Proprio questa è una delle una delle criticità degli strumenti passivi che avevamo già evidenziato in passato. Un’eventuale correzione di queste società potrebbe quindi avere ripercussioni sull’intero sistema. In caso di forti ribassi, infatti, i gestori dei fondi potrebbero essere costretti a vendere per far fronte alle richieste di rimborso, alimentando ulteriormente la pressione sui prezzi. Insomma, non proprio uno scenario auspicabile.
Bolla dell’AI e BCE: meno margini di manovra per affrontare una nuova crisi
“Una correzione delle Magnifiche 7, si legge nel report della BCE, è una questione di stabilità finanziaria per l’area euro, non solo per il settore privato, con una più ampia instabilità dei mercati che i responsabili delle politiche economiche non possono facilmente placare”.
Un altro enorme problema riguarda infatti i limitati margini di manovra a disposizione delle istituzioni, prima fra tutte la Banca Centrale Europea attraverso le sue politiche monetarie, rispetto a quelli che aveva a disposizione durante la crisi delle dot-com del 2000. Oggi sarebbe infatti molto più difficile adottare politiche espansive attraverso un forte abbassamento dei tassi d’interesse, per non parlare dello spazio di manovra molto più limitato sul fronte delle politiche fiscali.
Come se non bastasse, le società legate all’AI hanno oggi raggiunto dimensioni inimmaginabili rispetto a quelle della bolla dot-com, con margini e profitti enormemente superiori. Questo significa che, da una parte, un’eventuale correzione potrebbe avere conseguenze potenzialmente molto più ampie; dall’altra, le istituzioni avrebbero meno strumenti a disposizione per intervenire rapidamente e sostenere l’economia.
Insomma, ci troviamo davanti a un paradosso: aziende molto più grandi, mercati molto più interconnessi e rischi potenzialmente maggiori, ma con meno margine di manovra per intervenire in caso di crisi. Non è certamente una condizione auspicabile, soprattutto se le valutazioni dovessero continuare a correre più velocemente dei fondamentali.