Il mercato valutario resta uno dei più difficili da interpretare. Ci sono decine di modi per provare a leggerlo, ma uno in particolare, quello tecnico, negli ultimi mesi sembrerebbe aver anticipato l’andamento del dollaro meglio di molte letture macro tradizionali. Tra agosto e settembre questo segnale potrebbe essersi riattivato, e il motivo per cui potrebbe riguardare da vicino un investitore italiano è tutt’altro che scontato.
Proviamo a ragionarci insieme, senza dare nulla per acquisito e, dove serve, fermandoci a spiegare i termini tecnici, così che chi legge possa seguire il ragionamento fino in fondo.
Con l’appuntamento della Federal Reserve del 21 settembre, secondo diversi osservatori, i futures sui Treasury starebbero già scontando ulteriori rialzi dei tassi entro il 2027.
Per chi non li conoscesse: i futures sono contratti finanziari che permettono agli operatori di scommettere oggi su quale sarà il valore di un’attività in futuro. I Treasury, invece, sono i titoli di debito emessi dal governo americano, l’equivalente statunitense dei nostri BTP. Quando si dice che i futures scontano rialzi dei tassi, si intende che il mercato si sta già muovendo come se quei rialzi fossero praticamente certi, prima ancora che accadano davvero.
Il paradosso tra dato macro e segnale grafico
La logica più diffusa, a questo punto, sarebbe lineare: se la Fed alza i tassi, i rendimenti dei Treasury tendono a salire, e questo potrebbe tradursi, almeno nel breve periodo, in una pressione ribassista sul dollaro. Il ragionamento tradizionale, infatti, vorrebbe che tassi più alti rendano meno conveniente detenere quella valuta nell’immediato.
Qui però arriverebbe il controsenso, perché il segnale grafico che emergerebbe sarebbe di segno opposto rispetto a questa logica.
Il meccanismo, in termini semplici, sarebbe questo: su un grafico giornaliero, con un RSI calcolato a 14 periodi, quando l’indicatore scende in area 30 si tratterebbe di una soglia considerata storicamente significativa dagli operatori.
L’RSI, per chi non lo conoscesse, è un indicatore tecnico che misura la forza e la velocità di un movimento di prezzo, restituendo un valore compreso tra 0 e 100. Quando scende sotto 30, molti analisti lo interpretano come segnale che un ribasso potrebbe aver esaurito, almeno temporaneamente, la propria spinta. Non rappresenta mai una certezza statistica, ma piuttosto un punto di attenzione. In altre parole, rispetto alle oscillazioni storiche della valuta, il ribasso accumulato dal dollaro sarebbe già, in teoria, sufficientemente ampio da giustificare un rimbalzo.
Il paradosso è evidente: i dati macro suggerirebbero ancora debolezza per il dollaro, mentre il segnale tecnico racconterebbe una storia diversa. Come conciliare due letture così distanti?
Perché i mercati guardano avanti
La risposta potrebbe stare nella natura stessa dei mercati finanziari, che tendono a muoversi guardando avanti e non indietro: si dice infatti che i mercati siano forward looking, cioè orientati alle aspettative future più che ai dati presenti.
Se davvero i futures oggi scontano già rialzi dei tassi, significherebbe che i rendimenti dei Treasury con scadenza oltre i dieci anni avrebbero in buona parte già incorporato quell’aspettativa nei prezzi attuali. Un eventuale rialzo della Fed, quindi, potrebbe avere un impatto marginale su quotazioni che si sono mosse in anticipo, semplicemente perché il mercato lo aveva già previsto con settimane, se non mesi, di anticipo.
Da qui nascerebbe un’ipotesi tutt’altro che scontata: il mercato potrebbe iniziare a richiedere dollari proprio perché, acquistandoli oggi, si comprerebbero indirettamente Treasury che offrono rendimenti superiori rispetto a quelli che i soli tassi ufficiali lascerebbero immaginare.
Una sorta di non arbitraggio, un concetto che a rigore non rappresenta un vero arbitraggio finanziario — cioè un’operazione priva di rischio che sfrutta differenze di prezzo tra due mercati — ma che in chiave puramente macroeconomica potrebbe comunque generare flussi reali di capitale verso la valuta americana.
Se questa lettura fosse corretta, ci troveremmo davanti a un doppio scenario già prezzato dal mercato: un ribasso del dollaro considerato eccessivo dal punto di vista tecnico, e un rialzo dei tassi già ampiamente anticipato dal mercato obbligazionario rispetto alle attese fissate fino al 2027. Una combinazione che, se confermata nei prossimi dati, meriterebbe quantomeno di essere osservata con attenzione da chi gestisce un portafoglio diversificato.
Un segnale da monitorare, non da inseguire
Capiamo bene cosa può significare leggere queste righe oggi, magari con un portafoglio già esposto su BTP, azioni italiane o beni rifugio, e chiedersi se manchi qualcosa di importante nel proprio posizionamento.
Non è questo lo spirito con cui vogliamo condividere questa lettura. Nessun segnale tecnico, per quanto storicamente affidabile, offre certezze, e la combinazione tra aspettative sui tassi e dinamiche valutarie resta soggetta a continui ribaltamenti anche nel giro di poche settimane. Quello che possiamo dire, con la dovuta cautela, è che si tratta di un elemento che, se ignorato, potrebbe far perdere di vista un pezzo importante del quadro complessivo, soprattutto per chi guarda ai mercati internazionali come parte di una strategia di protezione del capitale e non solo come occasione di guadagno rapido.
Continueremo a monitorare l’evoluzione di questo segnale nelle prossime settimane, perché è proprio nei momenti in cui la lettura macro e quella tecnica sembrano contraddirsi che spesso si nascondono le informazioni più utili da interpretare con calma, prima di agire.
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