La crisi di Hormuz cambierà davvero il destino del dollaro? Ecco perché gli analisti di Unicredit non ci credono

Redazione Money Premium

21 Luglio 2026 - 10:38

La crisi di Hormuz rappresenta un canale aggiuntivo attraverso cui il processo di de-dollarizzazione può procedere. Non si tratta però di un evento in grado di provocare un collasso improvviso

La crisi di Hormuz cambierà davvero il destino del dollaro? Ecco perché gli analisti di Unicredit non ci credono

Nel cuore delle tensioni geopolitiche che scuotono il Medio Oriente, la crisi dello Stretto di Hormuz solleva domande profonde sul futuro del sistema monetario internazionale e sul ruolo egemonico del dollaro statunitense.

Dopo l’accordo provvisorio raggiunto il 14 giugno tra gli Stati Uniti e l’Iran per la riapertura del passaggio marittimo e l’avvio di un nuovo round negoziale, l’incertezza sui termini di una soluzione definitiva permane. Eppure, nonostante le pressioni esercitate da Teheran per spingere le vendite di petrolio in renminbi, il dominio del dollaro non appare destinato a un crollo improvviso.

Come può cambiare il sistema del petrodollaro?

Secondo gli analisti di Unicredit, si profila piuttosto una lenta erosione verso un ordine più frammentato e multipolare, in cui il sistema del petrodollaro perde progressivamente centralità senza però essere sostituito da un’alternativa pronta a prenderne il posto.Il sistema del petrodollaro, nato negli anni Settanta dalle intese tra Henry Kissinger e il re Faisal dell’Arabia Saudita, aveva trasformato il greggio nella principale ancora di salvezza per la valuta americana.

L’accordo del 1974 legava la fissazione dei prezzi del petrolio esclusivamente al dollaro statunitense, imponendo ai paesi esportatori di riciclare i surplus in titoli del Tesoro americano in cambio di protezione militare ed economica. Questo meccanismo garantiva agli Stati Uniti una domanda costante e strutturale della propria moneta, conferendole il famoso “privilegio esorbitante”: la capacità di finanziare deficit gemelli senza subire immediatamente le conseguenze in termini di inflazione o instabilità dei tassi di interesse.

Oggi quel quadro è profondamente mutato. La rivoluzione dello shale ha trasformato gli Stati Uniti da grande importatore netto a esportatore di greggio a partire dal 2021. Nel frattempo la Cina è diventata il principale acquirente mondiale di energia, superando gli Stati Uniti già dal 2009 come cliente dei paesi del Golfo. Quasi il venti per cento del consumo globale di petrolio è oggi appannaggio di Pechino, che si è trasformata nel compratore marginale in grado di orientare le strategie commerciali dei produttori. Di conseguenza, la quota di esportazioni petrolifere del Golfo verso gli Stati Uniti è scesa sotto il due per cento, mentre la Cina attira una fetta crescente dei flussi.

Un dominio destinato a durare?

Nonostante queste trasformazioni strutturali, la stragrande maggioranza delle transazioni petrolifere continua a essere denominata in dollaro statunitense. La quota in euro oscilla tra il 10 e il 15 per cento, mentre quella in renminbi si attesta tra il 3 e l’8 per cento, nonostante gli sforzi della Russia e dell’Iran per aggirare le sanzioni attraverso pagamenti alternativi. La distanza resta troppo ampia perché si possa immaginare un superamento rapido del dollaro solo attraverso l’uso del renminbi nelle fatturazioni.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto dell’offerta globale di greggio, è diventato un vero e proprio punto di strozzatura monetario. L’Iran ha la capacità di collegare direttamente l’accesso fisico al mercato con la scelta della valuta di regolamento, introducendo forme di coercizione valutaria come pedaggi pagabili in renminbi o in criptovalute.

Questa leva, unita alla posizione della Cina come principale cliente energetico, rafforza il potere negoziale di Pechino quando si discute dei termini di pagamento. Parallelamente, l’adozione di piattaforme come il sistema mBridge e il lancio dei futures sul greggio alla Borsa Internazionale dell’Energia di Shanghai nel 2018 hanno segnato tappe importanti nell’internazionalizzazione del renminbi nel settore energetico.

Dal lato americano, la Strategia di Sicurezza Nazionale del novembre 2025 riconosce esplicitamente che “i giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana sono finiti”. Il documento conferma però l’interesse permanente a tenere aperti i passaggi marittimi strategici e a impedire che le risorse energetiche del Golfo cadano sotto il controllo di potenze ostili. Gli Stati Uniti, pur non dipendendo più dalle importazioni dalla regione, mantengono un forte interesse geoeconomico nel preservare la centralità del dollaro nei flussi energetici.

Il vantaggio di controllare le riserve di petrolio

Un ulteriore elemento di analisi riguarda il controllo delle riserve. Gli Stati Uniti detengono direttamente solo l’otto per cento delle riserve petrolifere dell’emisfero occidentale escludendo il Venezuela. Tuttavia, il controllo indiretto sulle risorse del Venezuela unito a quelle dei paesi del Golfo permetterebbe a Washington di influenzare quasi il sessanta per cento delle riserve mondiali. L’aggiunta delle riserve iraniane porterebbe la quota vicina al 73 per cento.

Un analogo ragionamento vale per il gas: il controllo delle riserve iraniane, seconde solo a quelle russe, eleverebbe la quota sotto influenza diretta o indiretta americana oltre il cinquanta per cento. In questo senso, la stabilità del sistema del petrodollaro passa anche attraverso la capacità di mantenere leve sul controllo fisico delle risorse energetich

Sul fronte dei pagamenti transfrontalieri, la Cina ha sviluppato alternative al sistema SWIFT attraverso la piattaforma CIPS, che opera al di fuori del circuito bancario corrispondente americano e rende le sanzioni statunitensi meno efficaci. Le transazioni in renminbi all’interno della Cina hanno superato quelle in dollaro statunitense già nel 2023, raggiungendo il cinquantaquattro per cento nel 2025. La digitalizzazione gioca un ruolo crescente: il volume delle transazioni in renminbi digitale ha toccato livelli significativi, e piattaforme di pagamento transfrontaliere basate su codici QR stanno espandendosi in Asia.

Xi Jinping ha ripetutamente sottolineato l’importanza di costruire un renminbi forte, ma questi sforzi restano orientati principalmente a facilitare il commercio e sostenere la crescita interna piuttosto che a sostituire il dollaro come valuta di riserva globale.

Il precedente storico

Il confronto con la crisi di Suez del 1956, spesso evocato, rivela differenze strutturali profonde. Allora la sterlina era già in declino da tempo: l’Impero britannico si stava dissolvendo, gli Stati Uniti avevano assunto il ruolo centrale nel sistema di Bretton Woods e Washington esercitò pressioni finanziarie esplicite sul Regno Unito, arrivando a minacciare la vendita di titoli britannici e a bloccare l’accesso ai finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale.

Oggi nessuna grande potenza sta deliberatamente cercando di minare il dollaro statunitense vendendo ingenti quantità di titoli del Tesoro americano. La Cina resta il terzo maggiore detentore di titoli americani, anche se la sua quota si è ridotta intorno al sette per cento.

Soprattutto, i mercati finanziari cinesi non presentano ancora le caratteristiche di profondità, ampiezza e resilienza necessarie per accogliere flussi di riciclo su scala globale paragonabili a quelli del dollaro. I controlli sui capitali mantengono una netta distinzione tra renminbi onshore e renminbi offshore. I mercati obbligazionari cinesi restano frammentati e poco accessibili agli investitori stranieri, mentre i mercati azionari sono divisi tra segmenti interni e offshore con restrizioni significative.

Il debito complessivo della Cina, inclusi i veicoli finanziari dei governi locali, raggiunge livelli elevati e la quota detenuta da investitori esteri rimane contenuta. Queste caratteristiche rendono difficile per Pechino offrire un’alternativa credibile al riciclo dei petrodollari negli asset americani, caratterizzati da liquidità eccezionale e accettazione globale.

Il ruolo della Cina nella guerra globale delle valute

In questo quadro, la leadership cinese appare più interessata a utilizzare il renminbi come strumento di sostegno alla crescita interna e di facilitazione degli scambi commerciali che a trasformarlo nella nuova valuta di riserva mondiale. Assumere il ruolo di emittente della valuta di riferimento globale comporterebbe oneri significativi: apertura dei mercati dei capitali, rinuncia a controlli sui flussi, esposizione a pressioni speculative e potenziali rischi di deindustrializzazione.

Pechino sembra preferire un sistema multipolare in cui il dollaro resta una delle opzioni principali, piuttosto che sostituirlo completamente.La digitalizzazione, in particolare attraverso le valute digitali delle banche centrali, rappresenta probabilmente la sfida di lungo periodo più rilevante per l’egemonia del dollaro statunitense, più della stessa evoluzione del sistema del petrodollaro. Tuttavia, anche in questo ambito, gli Stati Uniti hanno optato per un approccio basato su stablecoin private piuttosto che su un dollaro digitale pubblico, mantenendo una posizione prudente.

Il declino della quota del dollaro statunitense nelle riserve ufficiali delle banche centrali, scesa dal picco dell’85% per cento nel 1970 a circa il cinquantasette per cento alla fine del 2025, è un fatto inconfutabile. Ciononostante, il dollaro mantiene una posizione dominante nel mercato dei cambi, nei prestiti transfrontalieri, nei titoli di debito internazionali e nel turnover giornaliero delle transazioni valutarie. Durante le fasi di forte avversione al rischio, gli investitori continuano a rifugiarsi nel dollaro statunitense grazie alla profondità e alla trasparenza dei mercati americani.