Bitcoin, la prossima crisi finanziaria partirà da qui

Claudia Cervi

28 Luglio 2025 - 12:41

Mutui e prestiti garantiti da Bitcoin. Svolta storica o rischio sistemico? Ecco perché la prossima crisi potrebbe partire proprio da qui.

Bitcoin, la prossima crisi finanziaria partirà da qui

Negli Stati Uniti è passata in sordina una notizia che avrebbe dovuto far suonare più di un campanello d’allarme: JP Morgan sta valutando di concedere prestiti garantiti da Bitcoin e criptovalute. Una svolta che ha del clamoroso, se si considera la storica diffidenza del CEO Jamie Dimon verso le criptovalute, da lui più volte bollate come “truffe” e “inutili”. Ora però qualcosa è cambiato. E quando anche il più scettico tra i banchieri di Wall Street apre la porta agli asset digitali, non è solo una notizia. È un segnale. Il mondo crypto, nato per smarcarsi dalla finanza tradizionale, ora viene arruolato proprio da quei colossi che voleva scardinare. La domanda vera è questa: stiamo assistendo a una svolta epocale o all’inizio di un déjà-vu pericoloso? Perché quando le banche iniziano a fare leva su asset iper-volatili, il rischio non è solo per loro. È per tutti. E la sceneggiatura, a ben guardare, ricorda fin troppo quella del 2008.

Ecco perché la prossima crisi finanziaria potrebbe partire proprio da qui.

Bitcoin, la prossima crisi finanziaria partirà da qui

Dal 2020 a oggi, Bitcoin è stato quasi quattro volte più volatile dei principali indici azionari. Quattro volte. Eppure, proprio questo asset viene preso sempre più seriamente come collaterale dalle banche tradizionali. È un po’ come usare dinamite per costruire le fondamenta di una casa. Il rischio di esplosione è dietro l’angolo.

Il problema non è solo la volatilità intrinseca del BTC, ma l’effetto leva sistemica che rischia di generare. Pensiamo a cosa succede se le criptovalute usate per la garanzia vengono prestate a livello istituzionale. O, peggio ancora, se la leva cresce attraverso stablecoin garantite da titoli di Stato USA. Sembra un meccanismo sofisticato, ma è lo stesso che ha mandato in cortocircuito il sistema nel 2008 con i mutui subprime e i CDO.

E proprio mentre si discute di tutto questo, arriva il Genius Act, la legge che dovrebbe regolamentare le stablecoin rendendole più “sicure”, garantendole uno a uno con dollari reali. Ma qui c’è il primo grande inganno. Regolare le stablecoin non rendono meno rischioso Bitcoin, che resta una criptovaluta ad alto beta, iper-correlata con l’azionario e quindi vulnerabile agli stessi scossoni. Il Genius Act serve solo a dare una patina di legittimità (una “gold sticker” come l’ha definita la senatrice Elizabeth Warren) a un settore che cerca disperatamente l’approvazione istituzionale per continuare a espandersi.

Bolla o crisi? Ecco cosa succede se salta l’impalcatura delle stablecoin

Secondo il Segretario al Tesoro USA Scott Bessent, il mercato delle stablecoin potrebbe crescere di dieci volte nei prossimi anni, passando da 200 a 2.000 miliardi di dollari. Numeri enormi. E se queste monete digitali (magari emesse da operatori privati come Tether, già ora tra i più grandi acquirenti di Treasury USA) si trovassero improvvisamente sotto pressione in caso di crisi di fiducia?

In uno scenario in cui gli investitori iniziano a dubitare della solvibilità di queste stablecoin, magari dopo un’ondata di attacchi informatici o una nuova ondata di crolli cripto, le aziende emittenti potrebbero essere costrette a vendere rapidamente i propri asset (ossia i titoli di Stato) per coprire le richieste di rimborso. Questo comporterebbe una corsa agli sportelli, una vendita massiccia di bond e un collasso del mercato repo, con picchi di volatilità obbligazionaria fuori controllo. Stavolta, però, con meno margini di intervento per le banche centrali.

La domanda è: abbiamo imparato qualcosa dal passato? O stiamo solo ripetendo l’errore della deregolamentazione dei derivati nel 2000, che ha spianato la strada alla crisi del 2008? Il fatto che il Genius Act abbia ricevuto supporto bipartisan al Congresso americano, nonostante le forti critiche interne al Partito Democratico, suggerisce che la lezione non sia ancora stata metabolizzata.

E come sempre, quando si parla di crisi, a pagare non saranno gli speculatori, ma il cittadino medio. Chi perderà il lavoro, chi vedrà aumentare il costo del credito, chi verrà chiamato a tappare le falle lasciate da chi ha giocato d’azzardo con l’ennesima “innovazione finanziaria”.

E quindi, siamo davvero pronti a far entrare Bitcoin e soci nel cuore pulsante della finanza globale? O stiamo solo apparecchiando la prossima tempesta perfetta?

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