Ci sono voluti oltre 25 anni di negoziati, ma alla fine, lo scorso 17 gennaio ad Asunción (Paraguay), l’Unione Europea ed il blocco sudamericano Mercosur — composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay — hanno finalmente siglato un accordo di libero scambio che potrebbe diventare la più grande area di commercio mondiale. E’ un passo storico non solo sul piano commerciale ma anche su quello strategico e geopolitico.
Ci sono volute le mire espansionistiche di Donald Trump a creare le condizioni per far sì che il desiderio dell’UE di diversificare i propri partner economici si concretizzassero in un primo accordo formalizzato. Il trattato — ora soggetto alla ratifica del Parlamento Europeo e dei Parlamenti nazionali — prevede l’eliminazione graduale di oltre il 90 % dei dazi sulle merci tra i due blocchi e la semplificazione delle procedure doganali.
Coprirà un mercato di oltre 700 milioni di consumatori e punta ad aumentare commercio e investimenti bilaterali, che nel 2024 valevano circa 111 miliardi di euro.
La posta in gioco: perché l’accordo UE-Mercosur conta davvero
Il PIL combinato supererebbe i 20.000 miliardi di euro, rendendo l’area più grande del CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership – analogo accordo di integrazione strategica nell’area Asia-Pacifico), comparabile ai grandi blocchi nordamericani ed inferiore solo a ipotetici accordi globali mai realizzati, come il TTIP - Transatlantic Trade and Investment Partnership, (Unione Europea – Stati Uniti). Leggere i dati come un semplice esercizio contabile sarebbe un errore. L’accordo non nasce dal lato europeo per far crescere il PIL in modo rilevante, o almeno non solo. E’ fondamentale per ridisegnare le rotte del commercio, spostare quote di mercato e mettere in sicurezza alcune filiere strategiche. I benefici non si vedranno nella media aritmetica dell’economia del vecchio continente, ma nei bilanci di settori specifici: automotive, macchinari, chimica, farmaceutica, agroalimentare, servizi avanzati. In quest’ultimo settore l’accordo prevede un accesso più ampio agli appalti pubblici dei Paesi del Mercosur, oltre a norme più chiare per investimenti e servizi professionali, che interessano consulenza, ingegneria, logistica e finanza. Per le imprese italiane del digitale e della logistica, questo significa poter competere in mercati finora chiusi o regolati in modo opaco, con maggiore certezza sulle regole e sulla protezione della proprietà intellettuale.
Allo stesso tempo, però, si apre la sfida di adattare i propri modelli operativi alle normative locali e agli standard tecnici richiesti, pena il rischio di esclusione dal mercato. In questo contesto, la digitalizzazione e l’innovazione diventano leve strategiche: le aziende che sapranno combinare qualità, competenze tecnologiche e compliance normativa potranno sfruttare pienamente il trattato, mentre quelle meno preparate potrebbero vedere i vantaggi limitati o ritardati nel tempo. In questo senso, l’intesa non è solo un acceleratore di crescita ma soprattutto un’ assicurazione geopolitica: serve a ridurre la dipendenza da pochi partner dominanti ed a costruire un asse economico alternativo. Il valore dell’accordo non sta tanto nei numeri ma negli equilibri che può cambiare.
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Gli effetti sui dazi
La firma del trattato non elimina i dazi con un colpo di spugna, ma li smonta in maniera graduale e calibrata, settore per settore, cercando di bilanciare apertura dei mercati e protezione delle industrie più sensibili. Nel dettaglio, l’automotive rappresenta il caso più emblematico: oggi i dazi Mercosur sulle auto europee possono arrivare fino al 35%, penalizzando significativamente i produttori italiani e tedeschi. Con l’accordo, l’imposizione tariffaria sarà ridotta gradualmente fino a zero in circa 10 anni, permettendo alle case automobilistiche di competere su un terreno più equo, senza abbassare i margini. Anche i macchinari e i beni strumentali, oggi gravati da dazi tra 14% e 20%, vedranno un abbattimento quasi totale delle tariffe e, contestualmente, una riduzione delle barriere non tariffarie come: certificazioni complesse, procedure burocratiche e iter di omologazione, elementi che spesso rappresentano ostacoli significativi per le PMI italiane esportatrici. L’accordo prevede inoltre un percorso di transizione progressiva, con fasi intermedie che permettono agli operatori di adeguare produzione, logistica e marketing, limitando shock improvvisi sui mercati locali. In sostanza, i dazi non vengono eliminati per fare crescere immediatamente il PIL, ma per creare una piattaforma di competitività sostenibile.
Impatti e conseguenze per l’Italia
L’Italia — grazie alla sua forte presenza nei settori meccanica, chimica, farmaceutica, automotive e agroalimentare di qualità — può trarre vantaggio dall’accordo. La riduzione dei dazi renderà più competitive le esportazioni italiane in Sud America, in particolare per prodotti come macchine utensili, vini e prodotti tipici ad indicazione geografica, che ora possono accedere più agevolmente a un mercato di medio e alto reddito. Una delle novità più rilevanti, infatti, per l’Italia (e per l’Europa) riguarda la tutela delle Indicazioni Geografiche (IG). Il trattato proteggerà 344 prodotti europei da imitazioni, inclusi 57 prodotti italiani come Aceto Balsamico di Modena, oli e vini tipici. Questo non solo salvaguarda la qualità, ma può favorire esportazioni a valore aggiunto, con prezzi mediamente superiori rispetto ai prodotti generici.
Il rovescio della medaglia
Gli aspetti più controversi dell’accordo si concentrano soprattutto sul settore agricolo, che resta il principale anello debole dell’intesa. Nonostante le quote e le clausole di salvaguardia previste per prodotti sensibili come carne bovina, pollame e zucchero, l’ingresso di importazioni sudamericane a dazi agevolati rischia di esercitare una pressione significativa sui prezzi interni, mettendo sotto stress le filiere italiane della zootecnia e dell’allevamento, già penalizzate dall’aumento dei costi energetici e delle materie prime. Il timore principale è che la concorrenza di produzioni a costi inferiori, realizzate in contesti normativi meno rigorosi, eroda ulteriormente i margini degli operatori italiani e allo stesso tempo comporti un abbassamento degli standard qualitativi e di sicurezza. L’arrivo di prodotti derivanti da coltivazioni ed allevamenti, dove l’uso di pesticidi, fitofarmaci o mangimi non conformi agli standard UE potrebbe essere più diffuso, alimenta preoccupazioni concrete tra agricoltori, consumatori e associazioni di settore.
A questo si aggiungono dubbi sul fronte ambientale. Sebbene l’accordo preveda l’esclusione dal mercato europeo di prodotti legati alla deforestazione, restano incertezze sulla reale capacità di controllo e enforcement nei Paesi del Mercosur, un tema particolarmente delicato per un’agricoltura come quella italiana, che compete anche sul rispetto di standard elevati di qualità, sicurezza e sostenibilità. Non sorprende quindi che associazioni di categoria come Coldiretti abbiano già promosso mobilitazioni e prese di posizione pubbliche contro l’intesa, chiedendo garanzie più rigorose su tracciabilità, reciprocità delle regole, tutela del reddito agricolo e conformità dei prodotti agli standard europei. Infine, i meccanismi di compensazione e i fondi di sostegno messi in campo dall’Unione Europea, pur rilevanti sulla carta, vengono percepiti da molti operatori come insufficienti o troppo diluiti nel tempo rispetto agli effetti immediati dell’apertura dei mercati. È questo difficile equilibrio tra opportunità industriali e rischi, soprattutto concentrati nel settore primario, unitamente alle preoccupazioni su qualità, sicurezza e sostenibilità dei prodotti, che getta qualche ombra sull’accordo.
E gli Stati Uniti come reagiranno?
L’accordo UE–Mercosur difficilmente passerà inosservato a Washington, soprattutto in un contesto in cui Donald Trump ha fatto del commercio uno strumento esplicito di competizione geopolitica. Anche per gli Stati Uniti, l’intesa rappresenta un segnale chiaro: l’Europa sta cercando di diversificare le proprie alleanze economiche e ridurre la dipendenza dal mercato americano. In una logica «trumpiana», questo potrebbe essere letto come una possibile perdita di influenza strategica nel “cortile” sudamericano, un’ intrusione non preventivata in un’area di interesse diretto (oltre ad uno schiaffo al suo ego). Le possibili reazioni potrebbero concentrarsi in ulteriore pressione politica sui Paesi del Mercosur per limitare gli effetti dell’accordo, fino a un rafforzamento di politiche commerciali unilaterali, come dazi selettivi o incentivi alle imprese Usa per presidiare quei mercati.