Petrolio: crisi Venezuela penalizza il greggio. Fine del trend rialzista?

Le quotazioni del WTI soffrono a causa della crisi del Venezuela. Nonostante i ribassi messi a segno nelle ultime tre sedute il trend rialzista rimane ancora intatto

Petrolio: crisi Venezuela penalizza il greggio. Fine del trend rialzista?

La crisi del Venezuela sta influenzando il mercato petrolifero. Il paese infatti detiene le maggiori riserve al mondo di oro nero, ancora di più ancora dell’Arabia Saudita. Proprio per questo motivo l’andamento del greggio è un buon indicatore di sentiment degli operatori dei mercati finanziari riguardo l’inasprirsi delle turbolenze in Venezuela.


WTI future, grafico giornaliero. Fonte: Bloomberg

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riconosciuto mercoledì Juan Guaido come presidente ad interim del Venezuela, la mossa più provocatoria contro il regime di sinistra di Nicolas Maduro.

Con l’OPEC che riduce la produzione di greggi prevalentemente pesanti e ad alto tenore di zolfo, il Canada limita le forniture di tali gradi e le riduzioni involontarie come quelle dell’Iran, qualsiasi riduzione dal Venezuela non farebbe che aggravare i problemi di approvvigionamento.

Le esportazioni del paese latino-americano sono già crollate di oltre un milione di barili al giorno negli ultimi anni, a causa di una paralizzante crisi economica e delle sanzioni statunitensi.

Al momento il derivato sul WTI si attesta a 52,38 dollari al barile in flessione dello 0,38%. Nonostante i timori globali e in particolare la situazione del Venezuela il greggio rimane ancora impostato al rialzo, stazionando in prossimità della media mobile a 8 periodi.

Le prime indicazioni di miglioramento della tendenza erano già arrivate con candela rialzista del 15 gennaio che aveva riportato i corsi al di sopra della media a 50 giorni che ora transita a 50,38 dollari.

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Elaborazione Ufficio studi di Money.it

Nonostante i timori della crisi del Venezuela al momento il future sul WTI rimane impostato al rialzo. La tendenza ascendente partita dai minimi registrati il 24 dicembre a 42,36 dollari al barile verrebbe invalidata solo con una chiusura al di sotto del minimo relativo segnato il gennaio a 50,38 dollari al barile. Per un’operatività multiday si potrebbero quindi implementare strategie di matrice rialzista alla rottura del massimo della candela del 22 gennaio a 54,24 dollari. In tal caso lo stop loss potrebbe essere collocato poco al di sotto del minimo della stessa candela a 51,50 dollari al barile. Il primo obiettivo di profitto potrebbe essere identificato a 58,07 dollari per barile, prossimo livello statico che conta il minimo registrato il 9 febbraio 2018. Un target più ambizioso potrebbe invece essere posto a 60 dollari, livello psicologicamente significativo.

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