Tre i bond sovrani che destano preoccupazioni tra gli investitori. Tra questi anche i BTP dell’Italia, che ora fa parte dell’acronimo BIF.
Un tempo esistevano i PIIGS, di cui faceva parte l’Italia: tutti Paesi tristi protagonisti della crisi dei debiti sovrani esplosa in Europa del 2010-2011, che minacciò l’esistenza stessa dell’euro.
Furono quelli gli anni in cui, a spaventare di più gli investitori e gli analisti, furono i Titoli di Stato, rispettivamente, del Portogallo, dell’Irlanda, dell’Italia (BTP), della Grecia e della Spagna.
Quindici anni dopo, nel 2026, in un’Europa che vede il debito pubblico lievitare anche nelle economie ormai ex virtuose di Germania e Francia, chi fa trading sui Titoli di Stato europei ha sfornato il nuovo acronimo BIF, per indicare i Paesi che presentano i conti pubblici che destano maggiore preoccupazione in Europa.
Finita da un pezzo l’era dei PIIGS, è arrivata la crisi dei BIF? L’acronimo include ancora l’Italia
L’acronimo è BIF, e comprende, di nuovo, l’Italia e i suoi BTP.
La situazione non è grave come 15 anni fa, ma l’esplosione della guerra USA-Iran ha scatenato l’ansia su alcuni bond sovrani di cui si torna periodicamente a parlare da un po’ di anni: quelli del Regno Unito (B come Britain), dell’Italia (I come Italy) e della Francia (F come France).
Non più PIIGS ma BIF: due acronimi che hanno come elemento in comune ancora l’Italia, con i suoi BTP.
La sigla BIF è stata citata in particolare da un articolo della CNBC per indicare le economie che la comunità finanziaria individua come più sensibili alla spina delle casse dello Stato.
Ne ha parlato nello specifico Craig Inches, responsabile della divisione di tassi e cash presso la società di gestione Royal London Asset Management:
“Il Regno Unito, l’Italia e la Francia sono diventate le nazioni in cui gli spread con quelle che chiameremmo nazioni core - come Germania e Stati Uniti - continuano ad allargarsi nel momento in cui si presenta il timore dell’inflazione e di come questi Paesi troveranno una via di uscita”.
Effetto guerra e paura più inflazione-tassi più alti sui Gilt, BTP e OAT
Di fatto, la guerra ha portato da un po’ gli investitori a chiedere un premio più alto per fare shopping di Gilt (UK), BTP (Italia) e OAT (Francia), a fronte del rischio di un’inflazione destinata a rafforzarsi sulla scia dello shock energetico in atto, e dunque di banche centrali (in questi casi BCE e Bank of England) costrette ad alzare i tassi.
Segnali di allerta sono arrivati di recente dai rendimenti a 10 anni: quelli dei Gilt UK oggi viaggiano al 4,92%, ma sono arrivati a sfondare nelle ultime settimane anche la soglia del 5%; quelli degli OAT francesi oscillano attorno al 3,6%, mentre i rendimenti dei BTP si attestano al 3,8% circa, dopo avere sforato anche la soglia del 4,10%.
Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, i rendimenti dei bond UK sono saliti di 36 punti base, quelli degli OAT di 42 pb, quelli dei BTP di 16 pb.
In realtà, c’è chi ha fatto peggio: i rendimenti dei Bund, per esempio, sono schizzati più di tutti in Europa, volando di 51 pb su base annua.
Ma Italia, Regno Unito e Francia preoccupano per le condizioni in cui versano i loro deficit e debiti in rapporto al PIL e per le spese per gli interessi.
Interpellato dalla BBC, l’economista senior di Pantheon Economics Elliott Jordan-Doak ha detto per esempio di prevedere che quest’anno le spese per gli interessi balzeranno in UK di ben 12 miliardi di sterline e che il biennio 2026/2027 si preannuncia ancora più cupo.
Riguardo all’Italia, Paese che rischia di strappare alla Grecia la corona di economia più indebitata dell’Europa, è la cronaca degli ultimi giorni a parlare dei nodi del debito e del deficit.
Infine la Francia, che ha chiuso il 2025 con un deficit superiore al 5% (rispetto al target UE del 3%), è destinata secondo alcuni analisti a veder scattare il debito-PIL fino al 125% entro il 2030.
“Se guardate alle tre nazioni in modo indipendente, tutte e tre hanno i loro problemi ”, ha rimarcato Inches interpellato dalla CNBC, nel commentare il caso dei BIF.
Per quanto riguarda in modo specifico il Regno Unito, l’esperto ha fatto notare inoltre che un’ampia proporzione di finanziamenti che il Regno Unito raccoglie con l’emissione di Gilt “va a finanziare i costi di servizio del debito e al welfare”, in una situazione in cui chi eroga prestiti agli UK si chiede con timore “dove andranno a finire i suoi soldi” a causa delle continui momenti di alta tensione che il governo Starmer è costretto ad affrontare. Sullo sfondo, c’è chiaramente un problema di credibilità che è stato scontato più volte dai Gilt.
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