Referendum costituzionale del 4 dicembre: le ragioni del NO

Un contributo personale sulla scelta referendaria con la spiegazione delle ragioni al sostegno del NO.

Voglio cominciare confessando che la mia scelta di voto è stata piuttosto sofferta, ma ragionata e approfondita quanto più possibile. Il motivo della mia tribolazione nel prendere questa decisione risiede nel fatto che a livello psicologico risulta traumatizzante la pressante campagna referendaria a favore del SI’ per la quale chi vota NO starebbe dalla parte dell’immobilismo, e sarebbe gente contraria a prescindere a qualunque cambiamento. Ebbene, un tale messaggio sembra costruito per colpire nell’intimo delle persone, fino al punto da costituire un giudizio sulla loro disposizione nei confronti della vita. Sarebbe da rifiutare a prescindere una tale e radicata ingerenza, ma ho personalmente voluto accettare la sfida e analizzare a fondo il cambiamento proposto.

Esistono però in primo luogo ragioni di metodo profonde per cui rigettare la riforma. Riguardano le modalità con cui la riforma è stata concepita e la maniera con cui si è decisa di propagandarla e costruire l’appuntamento elettorale.
Riguardo questo ordine di ragioni, cambiare 47 articoli della Costituzione rappresenta un cambiamento così forte che in ultimo caso ciò che ci viene consegnata è un’altra Costituzione rispetto a quella del 1948. Perché questo è il risultato che si è ottenuto cambiando 1/3 di un testo costituzionale. E vengono toccate questioni cruciali quali il sistema di approvazione delle leggi e il riparto delle competenze Stato-Regioni, roba sulla quale si fonda la nostra democrazia e che disciplina l’applicazione della prima parte della nostra legge fondamentale. Così che anche se quest’ultima non viene formalmente modificata, rimane di fatto investita da questo intervento. Una mutazione così profonda dovrebbe vedere una partecipazione popolare molto ampia, non legata solamente al momento della ratifica finale attraverso referendum. Non è andata così purtroppo. Si è anzi forzato molto spesso il dibattito parlamentare per arrivare al risultato che voleva il governo.
Rifiutando questa nuova Costituzione, ne rifiutiamo il metodo con cui è stata discussa e approvata e possiamo auspicare che se ne arrivi ad una meno divisiva. Il metodo migliore potrebbe essere l’istituzione di apposita Assemblea Costituente, da eleggere separatamente rispetto al Parlamento. Sarebbe sì una deroga all’art.138 che disciplina la regolare procedura di modifica della Costituzione, ma sarebbe accettabile in quanto prevederebbe, appunto, una maggiore partecipazione popolare. E soprattutto occorre una riforma che preveda nelle sue disposizioni maggiori accordi tra tutti gli enti istituzionali interessati.

Infatti, entrando nel merito, io credo che il problema principale che esiste nella riforma è la tendenza accentratrice che manifesta. Meno potere alle Regioni, più potere allo Stato. Salute, energia, trasporti, turismo; questi e altri ambiti fondamentali finiscono sotto il potere quasi totale del governo. Che potrebbe rendere più facile prendere decisioni sulle privatizzazioni delle aziende pubbliche. Davvero vogliamo accentrare tutte queste decisioni solo verso il Parlamento nazionale? Evitando che siano decisioni prese in condivisione col territorio? Pensiamo a decisioni fondamentali come quelle sul nucleare, sull’acqua, sulle infrastrutture: davvero il parere delle Regioni deve contare il meno possibile? E questo quando abbiamo un art.5 che recita testualmente:

«La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il piu` ampio decentramento amministrativo;adegua i princıpi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.»

La riforma del Titolo V proposta va chiaramente contro questo articolo per come è stato interpretato in seguito all’istituzione delle Regioni nel 1970. La riforma costituzionalizza il primato dello Stato quando la Corte Costituzionale potrebbe di volta in volta scegliere la soluzione migliore rispetto al riparto di specifiche competenze.
Secondo i riformatori, la riforma del Senato restituirebbe alle Regioni parte del ruolo nella presa delle decisioni che gli viene tolto ritoccando il sistema delle competenze. Ma la verità è che si tratta di una riforma che nel nuovo testo che propone non garantisce affatto che i futuri senatori sarebbero scelti dal popolo regionale e quindi che lo possa rappresentare autenticamente. Questo potrebbe in effetti essere garantito da una legge elettorale ad hoc per il Senato; ma il Presidente del Consiglio è sempre stato orientato a non concedere il voto diretto del senatore. Solo ultimamente ha mostrato un presunto fac-simile di una legge che lo permetterebbe, una legge che ancora non esiste se non in un documento interno al PD e che sembra essere stata mostrato al solo scopo di cercare di prendere qualche voto in più.
Inoltre, il nuovo sistema di approvazione delle leggi potrebbe portare a conflitti di attribuzione tra Camera e Senato di difficile risoluzione. Sebbene l’art.70 disciplini quali siano le leggi che rimarrebbero a doppia approvazione e quali no, prevede comunque che eventuali dubbi sul procedimento da seguire debbano essere sciolti congiuntamente dai Presidenti di Camera e Senato. Sono solo due persone che dovrebbero accordarsi in merito: e se non ci riuscissero? Una norma di chiusura che non sembra ben congegnata. E che potrebbe comportare una serie di ricorsi alla Corte Costituzionale sulla questione, ingolfando per davvero il processo legislativo.

La riforma non presenta solo disastri:

- Vengono messi dei limiti ai decreti legge che sarebbero assolutamente da accogliere visto l’abuso che se ne è fatto in passato, tutto sommato accettabili anche nel momento in cui li si accompagna al nuovo “voto a data certa” su materie ritenute importanti dal governo. Ma non esclude, anzi accetta apertamente, che si possa utilizzare la decretazione d’urgenza per le materie elettorali, una prassi molto discutibile che ha coinvolto lo stesso Governo Renzi.

- Vengono introdotti nuovi strumenti di democrazia diretta quale il referendum propositivo, anche se in maniera poco coraggiosa visto che si rimanda a una nuova legge costituzionale per l’istituzione vera e propria.

- Interessante anche la possibilità di richiedere un parere preventivo alla Corte Costituzionale sulle leggi elettorali (e solo su queste) vista l’alta conflittualità che di solito comportano.

- Sarebbe da accettare anche la previsione di ridurre gli stipendi dei consiglieri regionali stabilendo che non debbano essere superiori a quelli dei sindaci (i consiglieri però conserverebbero l’immunità come senatori, cosa che suscita perplessità rispetto a quando dovrebbe essere applicata, visto che come consiglieri non ne potrebbero beneficiare).

- Positive anche le garanzie di rispetto della parità dei sessi nella rappresentatività.

Ma questi non sono che corredi al nucleo della riforma. Un nucleo che nel complesso ci consegnerebbe una Costituzione meno democratica e più confusa di quella in vigore.

Dunque, per il pieno rispetto della democrazia e dei suoi metodi, io voto NO.

Di seguito qualche altra proposta di lettura, che approfondisce i punti che ho qui toccato.

Ferrajoli su Sbilanciamoci.info
Pasquino e Capussela sul blog della London School of Economics
Facchini su Altreconomia.it

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