Il QE è illegale o no? La sentenza tedesca e l’ultimatum alla BCE

Quantitative Easing illegale o no? La sentenza della corte costituzionale è arrivata

Il QE è illegale o no? La sentenza tedesca e l'ultimatum alla BCE

Il Quantitative Easing è parzialmente illegale.

La sentenza della corte costituzionale tedesca è arrivata e ha forse deluso tutte le attese dei più ottimisti, pronti ad osservare una totale conferma delle politiche monetarie BCE.

I giudici di Karlsruhe però non hanno lasciato spazio a dubbi di sorta e hanno aperto le porte al possibile ritiro della Bundesbank dal programma di acquisto di asset messo in piedi diversi anni fa dal presidente Draghi. Ma andiamo per ordine.

QE parzialmente illegale: che significa? I dettagli della sentenza

Nei minuti immediatamente successivi alla pubblicazione della sentenza il mercato è stato travolto da un’ondata di incertezza.

Mentre alcune fonti di stampa hanno riportato la completa assoluzione del programma da parte dei tedeschi, altre hanno puntato il dito su alcuni passaggi specifici del testo parlando di un QE illegale, ma solo in parte. Che cosa è successo dunque?

All’interno della sentenza, la corte costituzionale ha dichiarato che alcune azioni del Quantitative Easing della BCE violano parzialmente la legge e pertanto sono da considerare illegali, dunque non valide in Germania.

Per dirla più semplicemente, i giudici hanno affermato che il programma di acquisti di obbligazioni della BCE contravviene parzialmente alla costituzione (poiché non esaminato né dal governo federale che dal Bundestag) ma non contravviene al divieto di finanziamento monetario degli Stati membri.

La Banca Centrale Europea, volendo usare le stesse parole dei costituzionalisti, non ha equilibrato gli obiettivi di politica monetaria a gli effetti economici del programma e le sue decisioni sono andate oltre il suo mandato.

Il passaggio più importante è stato il seguente:

“Dopo un periodo transitorio non superiore a tre mesi, che consentirà il necessario coordinamento con l’Eurosistema, la Bundesbank potrebbe non partecipare più all’attuazione e all’esecuzione delle decisioni della BCE in questione, a meno che il Consiglio Direttivo non adotti una nuova decisione per dimostrare in modo comprensibile e comprovato che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti dal PSPP non sono sproporzionati rispetto agli effetti di politica economica e fiscale risultanti dal programma”.

In pratica, la sentenza della corte costituzionale tedesca ha dato alla BCE tre mesi di tempo per aggiustare il QE. Vale la pena di ricordare che le decisioni dei giudici hanno riguardato soltanto il Quantitative Easing e non il nuovo PEPP destinato alla lotta al coronavirus.

Le origini dello scontro fra Germania e BCE

La vicenda ha radici più profonde e risale in realtà al lontano 2012, anno in cui la BCE di Mario Draghi ha partorito le Outright Monetary Transactions, più comunemente note come OMT, operazioni di acquisto illimitato di titoli di Stato a breve termine di Paesi in difficoltà.

In quell’occasione, alcuni membri della CDU della Merkel hanno dato il via a una vera e propria opposizione nei confronti di questo programma (mai utilizzato, tra l’altro) accusandolo di accentuare più del dovuto il potere della BCE e di aggirare il divieto di finanziamento diretto agli Stati.

È stato allora che i costituzionalisti di Karlsruhe hanno rinviato la questione alla Corte di giustizia UE che tuttavia ha espresso parere favorevole nei confronti delle OMT.

La corte costituzionale tedesca ha dovuto dunque dichiarare anch’essa la costituzionalità delle operazioni, svuotandole però, come ricorda Il Fatto Quotidiano, di alcuni elementi fondamentali.

Quest’ultimo passaggio si è verificato nel 2016, ben dopo l’introduzione del Quantitative Easing di Draghi, un altro argomento sul quale si è consumato poi il secondo scontro fra BCE e tedeschi.

Anche il QE è stato sottoposto dalla corte di Karlsruhe al giudizio della Corte UE che nel 2018 ha ribadito la costituzionalità del programma. Una decisione che in Germania è stata da molti vista come un vero e proprio affronto nei confronti dei costituzionalisti, i quali hanno nuovamente detto la loro nella sentenza di oggi, martedì 5 maggio 2020.

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