Target 3% per convivere con l’inflazione? L’alternativa è disoccupazione alle stelle

Mauro Bottarelli

15 Novembre 2022 - 19:43

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Uscito indenne dal midterm, ora Biden ha una priorità: recessione breve e indolore. E per evitare che i licenziamenti di massa divengano strutturali, serve agire sull’altro lato dell’offerta. E l’Ue?

Target 3% per convivere con l'inflazione? L'alternativa è disoccupazione alle stelle

Dopo il dato CPI che ha messo le ali a Wall Street la scorsa settimana, anche l’indice dei prezzi alla produzione Usa ha segnato un rallentamento. Attesa all’8,3% dall’8,5% di settembre, la lettura PPI all’8,0% ha garantito nuovo ossigeno al partito del raggiungimento del picco. Fed in ritirata strategica già a dicembre, quantomeno rispetto alla serie di rialzi da 75 punti base inanellata finora?

Il problema non è più questo. Non a caso, di colpo i dati ufficiali sull’inflazione segnano cali e spargono ottimismo. Il problema ora è strutturale. E parte da qui,

ovvero dai veri segnali di recessione in arrivo. Dopo Meta, persino Amazon taglia personale. E con il machete. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg, inteso come i nomi più mediatici. Perché novembre ha rappresentato una vera e propria Spoon River di licenziamenti di massa negli Usa, effettivi o annunciati. Cameo 25% della forza lavoro, Robinhood 23%, Intel 20%, Snapchat 20%, Coinbase 18%, Opendoor 18%, Stripe 14%, Lyft 13%, Shopify 10%. Più il congelamento totale delle assunzioni di Apple. Un massacro.

Che potrebbe peggiorare. E non per la recessione, bensì per la lotta all’inflazione. E a lanciare l’allarme è Jason Furman, ex consigliere economico di Barack Obama e oggi professore di economia ad Harvard. La sua tesi? Prende spunto da un documento ovviamente misconosciuto e stranamente posto ai margini della pubblicistica accademica. Perché scomodo. Si tratta di Inflation and the Scariest Economics Paper of 2022 redatto dal professore di macro-economia della Johns Hopkins University, Larry Ball insieme a Daniel Leigh e Prachi Mishra dell’FMI e pubblicato da Brookings Papers on Economic Activity. Insomma, il meglio del meglio a livello di ricerca.

E per capire il senso di quel paper pieno di numeri, tabelle e grafici, basta questa immagine

Correlazione fra tasso di disoccupazione e inflazione per raggiungere prezzi al 2,5% entro il 2024 Correlazione fra tasso di disoccupazione e inflazione per raggiungere prezzi al 2,5% entro il 2024 Fonte: Jason Furman/Harvard University

e la conclusione di base cui giunge: Per riportare l’inflazione sotto il 2%, potremmo essere costretti a tollerare - come economia statunitense - un tasso di disoccupazione al 6,5% per due anni. Ovvero, questo:

Simulazione prospettica di correlazione fra tasso di disoccupazione e inflazione normalizzata Simulazione prospettica di correlazione fra tasso di disoccupazione e inflazione normalizzata Fonte: Johns Hopkins University/Zerohedge

la rappresentazione grafica del fatto che, partendo dall’assunto di un aumento contenuto della forza lavoro Usa, un 6,5% di disoccupazione fino al 2024 si tramuterebbe in un aumento dell’80% dal livello attuale, qualcosa come 10,8 milioni di lavoratori senza occupazione.

E Jason Furman ha fatto bene i conti. Se il tasso di disoccupazione salisse al 4,1%, l’inflazione resterebbe comunque sopra al 3%, mentre per ottenere un minimo under-shooting rispetto al livello obiettivo del 2% occorrerebbe arrivare a un 7,5% di senza lavoro. Infine, il calcolo definitivo: per centrare il target, occorre accettare un tasso di disoccupazione al 6,4%.

La conclusione di Furman? Accettare un’inflazione al 3% risulterebbe più salutare per l’economia rispetto a una lotta per la stabilizzazione attorno al 2%. Perché se è vero che oggi il contrasto alla dinamica dei prezzi fuori controllo deve rappresentare l’unico focus della Banca centrale, arriverà a breve il momento in cui la Fed dovrà scendere a patti con un nuovo significato di vittoria da assegnare a esito e target di quella battaglia. Insomma, negli Usa si comincia a parlare - anche al di fuori dei meri ambiti accademici - di rivisitazione al rialzo del tasso-obiettivo per inflazione.

E con un Joe Biden uscito indenne dal mid-term, il fatto che ad avanzare una tesi simile sia un vero e proprio guru fra gli economisti di casa democratica lascia intendere che non si tratti di una mera elucubrazione intellettuale. Sarà per questo che, dimostrando per una volta un senso dell’anticipazione dei trend straordinario, nel luglio dello scorso anno, Christine Lagarde convocò - quasi senza preavviso - un board straordinario della Bce per fare vita al cambio di governance e varare in fretta e furia il principio di inflazione simmetrica?

Ovvero, l’accettazione per un certo arco temporale di fluttuazioni sia la di sopra che al di sotto del 2%. Di fatto, quell’ampliamento della tolleranza rappresentava una scorciatoia per una politica espansiva che non venisse messa in discussione al primo scostamento. Tradotto, un’assicurazione sul QE quasi permanente,

C’è un problema, però. Che vale negli Usa ma soprattutto in Europa e che esula persino dal clamoroso autogol relativo alla natura transitoria dell’inflazione. Il potere di acquisto, dove andrà a finire? E le dinamiche salariali? Perché se in America queste ultime sono in negativo da 19 mesi di fila, l’Europa periferica rischia di esplodere socialmente per eccesso di svalutazione interna e parallela. E con essa, l’eurozona. Peggio che nel 2011. E questa immagine

Scomposizione per fattori del tasso di inflazione Usa e Ue Scomposizione per fattori del tasso di inflazione Usa e Ue Fonte: Refinitiv/Allianz

chiude simbolicamente il cerchio: con solo il 24% del trend rialzista dei prezzi nell’eurozona riferibile a domanda, qual è la ratio di una lotta all’inflazione tramite aumento dei tassi che presuppone appunto distruzione di domanda? Tsunami di licenziamenti di massa in vista?

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