La sequenza di eventi degli ultimi 5 anni è ormai chiata a tutti. Arriva l’intelligenza artificiale, le valutazioni esplodono, si parla subito di possibile bolla, ma il mercato non ascolta. Ogni minimo viene comprato senza esitazione. Le aziende iniziano a investire massicciamente in AI.
Oggi quegli investimenti devono produrre ritorni e per questo le attese sugli utili del 2026 sono salite a livelli eccezionali. Tutto perfetto in apparenza. Utili in forte crescita implicano valutazioni future più sostenibili. La matematica torna. Ma i mercati non sono solo matematica. Sono anche aspettative, percezioni e, soprattutto, fiducia. Ed è proprio qui che emerge un segnale che molti stanno ignorando.
Il segnale che proviene dal mercato
Senza girarci intorno, il segnale è uno solo e molto chiaro. Il mercato sta domandando protezione.
Cosa significa in termini pratici? Significa che i flussi di capitale stanno progressivamente uscendo dai settori ciclici e growth, come il comparto tecnologico, per spostarsi verso settori difensivi come beni essenziali ed energetico. Settori che, storicamente, vengono acquistati quando gli investitori vogliono ridurre il rischio complessivo del portafoglio.
Un settore difensivo è un comparto economico che tende a mantenere una domanda relativamente stabile anche quando l’economia rallenta. I beni essenziali includono cibo, bevande, prodotti per la casa. Le persone li comprano indipendentemente dal ciclo economico.
Il punto è che questa rotazione è profondamente incoerente con le stime sugli utili. Secondo i dati aggregati di FactSet, la crescita attesa degli utili del comparto tecnologico supera il 30% su base forward. Forward significa stimato per il futuro, non basato sui dati passati.
Al contrario, le stime riportate da State Street sul settore dei beni essenziali, rappresentato ad esempio dall’ETF XLP, indicano una crescita attesa intorno al 6%.
Qui nasce la prima grande contraddizione. Il mercato sta comprando in modo aggressivo un settore con crescita modesta e sta ignorando un settore con crescita attesa eccezionalmente elevata. In condizioni normali dovrebbe accadere l’opposto.
Perché questo comportamento è anomalo
In finanza, nel lungo periodo, i flussi seguono gli utili. Non sempre in modo lineare, non sempre subito, ma la direzione è quella. Se un settore promette una crescita degli utili strutturalmente superiore alla media, il capitale tende a convergere lì.
Oggi questo non sta accadendo. E quando il mercato si comporta in modo così divergente rispetto ai fondamentali stimati, bisogna fermarsi a riflettere.
L’unica spiegazione razionale è che il mercato non crede a quelle stime. Non le considera affidabili. Non le sconta nei prezzi.
Prendiamo un altro elemento chiave: le azioni del comparto information technology fino a pochi trimestri fa venivano acquistate anche a P/E forward estremamente elevati (il P/E forward è il rapporto tra prezzo e utili attesi). Serve a capire quanto si sta pagando oggi per i profitti futuri.
In diversi casi questi P/E erano superiori al 90° percentile della distribuzione storica. Il percentile indica la posizione di un valore rispetto alla sua storia. Essere sopra il 90° percentile significa essere più caro del 90% delle osservazioni storiche.
Oggi, dopo mesi di consolidamento, molte di queste valutazioni sono tornate vicine alla media storica a 10 e 30 anni. In altre parole, i titoli tech sono diventati matematicamente più convenienti.
Eppure restano fermi.
La discrepanza tra numeri e prezzo
Questo è il punto più delicato e più importante. Se il mercato credesse davvero a una crescita degli utili del 30%, i prezzi attuali sarebbero un regalo. La compressione dei multipli unita a una crescita così elevata dovrebbe generare una forte domanda.
Il fatto che ciò non avvenga suggerisce che il mercato stia implicitamente scontando uno scenario diverso. Forse una crescita inferiore e forse ritardi nella monetizzazione dell’AI. Forse margini sotto pressione o forse semplicemente aspettative troppo ottimistiche.
Quando un’azione sembra economica solo se tutto va perfettamente secondo le stime, allora non è realmente economica. È fragile.
Il mercato, attraverso la rotazione verso settori difensivi, sta dicendo una cosa molto semplice. Preferisce la visibilità alla promessa. Preferisce flussi di cassa stabili a storie di crescita lontane nel tempo.
Perché questo segnale è pericoloso
La domanda di protezione non è mai un segnale isolato. Storicamente emerge nelle fasi finali dei cicli rialzisti, quando la crescita nominale è ancora positiva ma la fiducia inizia a incrinarsi.
Ed è proprio questa perdita di convinzione che rende i mercati vulnerabili. Quando basta una delusione sugli utili, una revisione delle stime o un evento macro per trasformare l’attesa in riprezzamento violento.
Se le stime del comparto tech verranno anche solo marginalmente riviste al ribasso, le valutazioni attuali smetteranno improvvisamente di sembrare ragionevoli. Ed è in quel momento che il mercato potrebbe accelerare al ribasso.
Quindi…
Questo non è un invito al panico né una profezia di sventura. È un invito all’ascolto.
I mercati parlano sempre, ma raramente lo fanno urlando. Più spesso sussurrano, attraverso i flussi, le rotazioni e le incoerenze.
Capire questi segnali non serve a prevedere il giorno del crollo, ma a riconoscere quando il rischio non è più adeguatamente remunerato. In queste fasi la prudenza non è rinuncia, è consapevolezza. E spesso è proprio la consapevolezza a fare la differenza tra proteggere il capitale e inseguire un’illusione.