Medici e infermieri vittime di COVID-19: riconoscimento nel dl Rilancio, ma non basta

I medici e infermieri vittime di COVID-19 saranno da oggi considerati alla stregua di quelle del terrorismo e criminalità organizzata. Il dl Rilancio in conversione introduce un riconoscimento per i superstiti, ma non basta.

Medici e infermieri vittime di COVID-19: riconoscimento nel dl Rilancio, ma non basta

Per medici e infermieri vittime di COVID-19 è in arrivo un riconoscimento speciale nel decreto Rilancio in fase di conversione, ma non basta.

Un emendamento al decreto che deve diventare legge entro il 18 luglio 2020 ha introdotto delle modifiche e in particolare l’articolo 16 bis che estende ai familiari superstiti di medici e infermieri i benefici riconosciuti dalla legge per le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata.

Nel dettaglio il nuovo articolo riconosce delle tutele ai familiari di medici, infermieri e operatori sanitari che in seguito al contagio da COVID-19 hanno subito un’invalidità permanente o per i quali è incorsa addirittura la morte.

Vediamo nel dettaglio qual è il riconoscimento che il decreto Rilancio introduce per le vittime del contagio da COVID-19: medici, infermieri e sanitari impegnati in prima persona e con grande rischio nella dura battaglia al virus in corsia. Questo tuttavia non basta perché medici e infermieri dovrebbero essere equiparati alle vittime del dovere come più volte richiesto.

Medici e infermieri vittime di COVID-19: riconoscimento nel dl Rilancio

Il riconoscimento per medici e infermieri vittime di COVID-19 inserito nel decreto Rilancio in fase di conversione estende alcuni benefici già previsti dalla legge per altre categorie, e vale a dire i caduti di terrorismo e criminalità organizzata.

Nel testo in conversione con l’emendamento approvato viene introdotto l’articolo 16-bis recante appunto l’“Estensione dei benefìci di cui all’articolo 1, comma 2, della legge 23 novembre 1998, n. 407, ai medici, agli operatori sanitari, agli infermieri, agli operatori socio-sanitari e agli altri lavoratori nelle strutture sanitarie e socio-sanitarie vittime del contagio da COVID-19”. L’articolo recita nel dettaglio:

“1. L’applicazione delle disposizioni dell’articolo 1, comma 2, della legge 23 novembre 1998, n. 407, è estesa ai medici, agli operatori sanitari, agli infermieri, ai farmacisti, agli operatori socio-sanitari nonché ai lavoratori delle strutture sanitarie e socio-sanitarie impegnati nelle azioni di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 che durante lo stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei ministri il 31 gennaio 2020 abbiano contratto, in conseguenza dell’attività di servizio prestata, una patologia alla quale sia conseguita la morte o un’invalidità permanente per effetto, diretto o come concausa, del contagio da COVID-19.”

Dunque lo speciale riconoscimento è previsto per medici, operatori sanitari, infermieri, farmacisti, operatori socio-sanitari, lavoratori delle strutture sanitarie e socio-sanitarie che hanno combattuto in prima linea il virus e ne sono rimaste vittime con patologie gravi o purtroppo con la morte. Il riconoscimento speciale ricade sui familiari superstiti.

Medici e infermieri vittime di COVID-19: familiari superstiti

Più che per i medici, infermieri e altri operatori sanitari vittime di COVID-19 il riconoscimento è previsto per i loro familiari superstiti come stabilito dall’articolo 1 comma 2 della legge 23 febbraio 1998, n.407 introdotta per le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata.

Il suddetto comma 2 stabilisce quanto segue:

“I soggetti di cui all’articolo 1 della legge 20 ottobre 1990, n. 302, come modificato dal comma 1 del presente articolo, nonché il coniuge e i figli superstiti, ovvero i fratelli conviventi e a carico qualora siano gli unici superstiti, dei soggetti deceduti o resi permanentemente invalidi godono del diritto al collocamento obbligatorio di cui alle vigenti disposizioni legislative, con precedenza rispetto ad ogni altra categoria e con preferenza a parità di titoli. Per i soggetti di cui al presente comma le riserve di posti devono essere previste per l’assunzione ad ogni livello e qualifica e sono estese anche a coloro che svolgono già un’attività lavorativa.”

La legge ripresa nel dl Rilancio riconosce ai superstiti di medici e infermieri vittime di COVID-19 il diritto quindi al collocamento obbligatorio in precedenza ad altre categorie e a parità di titoli la preferenza spetta a costoro. Un riconoscimento importante anche se difficilmente riuscirà a compensare una terribile e insopportabile perdita. Un riconoscimento che quindi appare insufficiente però appare insufficiente.

Medici e infermieri vittime di COVID-19 dimenticati

Vi sono poi medici e infermieri vittime di COVID-19 dimenticati, per i quali il riconoscimento che abbiamo sopra illustrato è previsto, ma non basta laddove sono lasciati fuori da altre misure. Parliamo del risarcimento per medici e infermieri riconosciuto dallo Stato tramite INAIL che equipara anche retroattivamente il contagio da COVID-19 all’infortunio sul lavoro.

Tuttavia come sottolinea il presidente di Enpam, la cassa previdenziale dei medici, Alberto Oliveti questo tipo di risarcimento, vale a dire il contagio da COVID-19 come infortunio, viene riconosciuto solo a medici e infermieri assunti, quindi non vengono considerati professionisti e parasubordinati. Intanto Enpam, come riporta Il Sole 24 Ore, ha previsto di aggiungere fino a 20 anni di contributi per medici e dentisti morti di COVID-19 in modo tale che la pensione che andranno a prendere figli e vedove o vedovi sia raddoppiata.

Medici e infermieri contagiati da COVID-19 come vittime del dovere

Quello che si chiedeva è che medici e infermieri contagiati da COVID-19 e rimasti invalidi venissero considerati al pari delle vittime del dovere, cosa che, come riporta il Sole24Ore, non è stata ancora fatta.

Non basta il riconoscimento ai superstiti applicando la legge sulle vittime del terrorismo e criminalità organizzata, ma ciò per cui si sta combattendo da mesi, è che venga previsto anche un risarcimento economico come per militari e forze dell’ordine che sono morti o rimasti invalidi nello svolgimento del proprio lavoro.

Emendamenti in tal senso erano stati presentati nella fase di conversione del decreto Cura Italia, ma senza la finale approvazione. Equiparare medici, infermieri, operatori sanitari in generale alle vittime del dovere significherebbe riconoscere loro e ai loro familiari un risarcimento di carattere pecuniario.

Già il comma 563 dell’ articolo 1 della legge 266/2005, come riporta il quotidiano, ha introdotto nuove categorie considerate vittime del dovere. Il comma suddetto stabilisce che per vittime del dovere devono intendersi i soggetti di cui all’articolo 3 della legge 13 agosto 1980, n. 466, e, in genere, gli altri dipendenti pubblici deceduti o che abbiano subìto un’invalidità permanente in attività di servizio o nell’espletamento delle funzioni di istituto per effetto diretto di lesioni riportate in conseguenza di eventi verificatisi:

  • nel contrasto ad ogni tipo di criminalità;
  • nello svolgimento di servizi di ordine pubblico;
  • in operazioni di soccorso;
  • in attività di tutela della pubblica incolumità;
  • a causa di azioni recate nei loro confronti in contesti di impiego internazionale non aventi, necessariamente, caratteristiche di ostilità.

Non solo il comma 564 seguente considera vittime del dovere anche “coloro che abbiano contratto infermità permanentemente invalidanti o alle quali consegua il decesso, in occasione o a seguito di missioni di qualunque natura, effettuate dentro e fuori dai confini nazionali e che siano riconosciute dipendenti da causa di servizio per le particolari condizioni ambientali od operative.” Prevedere lo stesso riconoscimento anche a medici e infermieri equiparandoli a vittime del dovere come da legge in vigore sarebbe un atto di profonda civiltà di un Paese che ha subito il duro colpo del COVID-19.

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