Mario Draghi e la nuova politica economica della BCE

Nella conferenza stampa dell’8 maggio non ci sono state decisioni sui tassi di interesse ma ciò era ampiamente preventivato dalla maggior parte degli analisti.

Mario Draghi ha comunque sottolineato che la zona euro avrà una debole crescita nel biennio 2014-2015.

Molto importante l’ affermazione secondo la quale la BCE vede un periodo prolungato di bassa inflazione seguito da graduale accelerazione solo a partire dalla fine del 2016, in quanto gli operatori economici (famiglie, imprese) hanno ancora aspettative di medio termine sulla inflazione che restano saldamente ancorate.

Resta intatto l’impegno da parte dell’Istituto di Francoforte a monitorare la situazione molto attentamente, valutando l’ utilizzo di ogni strumento disponibile.

L’attuale livello dei tassi di ri-finanziamento settimanale quindi è destinato a rimanere su questi livelli (se non più bassi) per almeno 18/24 mesi, in quanto la BCE è ben determinata a mantenere un elevato livello accomodamento della politica monetaria e, anzi, se necessario essa interverrà prontamente.

Quindi i tassi zona euro rimarranno su livello attuale o più basso per un periodo prolungato, questa impostazione benigna deriva dalla sommatoria di quattro considerazioni basilari per la banca centrale che la confortano nella certezza che l’inflazione sarà troppo bassa per un periodo di tempo troppo lungo:

  1. un elevato tasso di cambio che conduce necessariamente all’ipotesi di inflazione sottotono e lontana dal target del 2% che è l’obiettivo dell’istituto centrale.
  2. la performance economica debole dei paesi periferici della UE.
  3. un elevato grado di capacità degli impianti inutilizzato .
  4. una debolezza del mercato del lavoro e la quasi totale assenza di rivendicazioni salariali.

Per far fronte a rischi di una bassa inflazione per un periodo prolungato (che potrebbero materializzarsi in una vera e propria anticamera della deflazione) il consiglio della BCE è stato unanime nell’impegno a utilizzare misure anche non convenzionali entro i limiti del mandato.

L’ingresso infatti nel territorio deflattivo costituisce una minaccia ben più seria perché non esistono misure di politica monetaria convenzionali capaci di “curare” tale tipo di malattia per l’economia: durante la deflazione le imprese non investono più, non assumono più, la disoccupazione diventa endemica e quindi anche i consumi rimangono stagnanti per un lungo periodo di tempo.

Per la prima volta inoltre la BCE ha affermato di voler monitorare attentamente possibili ripercussioni delle tensioni geopolitiche e della dinamica del cambio sui mercati monetari e sulla corretta trasmissione degli impulsi di politica monetaria: in risposta ad una precisa domanda, Draghi ha affermato che il rafforzamento del cambio in un contesto di bassa inflazione è causa di grave preoccupazione.

Il consiglio BCE non è quindi passivamente rassegnato a tollerare bassa inflazione troppo a lungo: il consiglio dei governatori è quindi favorevole a intervenire il prossimo mese, ma prima vuole vedere le prossime stime dello staff di economisti su inflazione.

Tali parole fanno intendere alla maggioranza degli analisti che a giugno verranno intraprese le ultime misure convenzionali quali il taglio a livello zero del tasso di rifinanziamento settimanale, l’applicazione di tassi negativi sui depositi che le istituzioni creditizie detengono presso l’istituto centrale in quanto

“… il consiglio della BCE è unanimemente insoddisfatto della prevista dinamica dell’inflazione …”.

Rimane a questo punto ancor più probabile l’attuazione del programma di Quantitative Easing in autunno, dopo aver “sparato" le ultime cartucce a giugno delle misure convenzionali.

L’ammontare del quantitative easing della BCE è tuttora incerto, ma se guardiamo all’esperienza delle altre banche centrali possiamo avere una stima di quanto effettivamente grande dovrà essere il programma di acquisto di bond governativi e ABS (asset backed securities, cioè le cartolarizzazioni) se si vuole un contributo tangibile al rialzo per inflazione e PIL dell’Eurozona.

La Banca d’Inghilterra ad esempio nel bollettino trimestrale del settembre 2011 calcolò che nel primo programma di QE (2009-2010) si iniettarono nel sistema circa 200mld di sterline di liquidità, corrispondente al 14% del PIL inglese e si ottenne un contributo al la crescita del PIL di +1.5% e all’inflazione di +0.75%.

La Federal Reserve Bank di San Francisco ha fatto invece uno studio nel novembre 2011 in cui rileva che il programma di QE della FED di 1,9 trilioni di dollari messo in atto nel triennio 2009-2011 contribui’ all’ aumento del PIL del +3% e iniettò inflazione per +1% aggiuntivo.

Lo staff degli economisti BCE secondo la nota del 4 aprile pubblicata dalla stampa tedesca, starebbe pensando ad una manovra da 1 trilione di euro da spalmarsi nell’arco di 12 mesi: stiamo parlando quindi di un peso relativo pari al 10% del PIL di eurolandia che potrebbe portare ad un pompaggio inflattivo di 0.5 – 0.8 per cento, ma incerti sarebbero gli effetti sul PIL, perché incerta la reazione del sistema bancario sul versante degli impieghi (anche se le prime timide notizie di un aumento dell’erogazione del credito all’economia real si sarebbero già manifestate nell’area euro da 2 mesi a questa parte).

La BCE insomma sembra aver capito che non c’è più tempo da perdere e che non è più il momento di discutere. Bisogna passare dalle parole ai fatti.

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