Le radici profonde della crisi economica tedesca: come il motore d’Europa ha perso slancio e cosa significa per il futuro del continente

Redazione Money Premium

11 Febbraio 2025 - 08:01

L’industria rappresenta circa il 20% del PIL tedesco, significativamente più della media del 15% dell’UE. Ma il modello industriale di Berlino sta mostrando segnali di cedimento da anni.

Le radici profonde della crisi economica tedesca: come il motore d’Europa ha perso slancio e cosa significa per il futuro del continente

L’economia tedesca, il pilastro economico dell’Unione Europea, ha subito una contrazione per due anni consecutivi e si prevede che ristagni nel 2025, con una crescita minima negli anni successivi.

La Germania si trova ad affrontare sfide strutturali di lunga data che hanno gettato il paese in una crisi economica esistenziale.

Le elezioni anticipate, indette dal Cancelliere Olaf Scholz per il prossimo mese, avrebbero potuto rappresentare un momento cruciale per avviare un dibattito serio sulle misure necessarie per risolvere questi problemi. Tuttavia, non c’è da aspettarsi soluzioni audaci: i piani elettorali dei principali partiti politici mancano delle riforme coraggiose che sarebbero necessarie.

Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, la Germania crescerà solo del 5% nei prossimi cinque anni, ben al di sotto della media dell’UE dell’8%. L’industria, cuore pulsante dell’economia tedesca, sta soffrendo particolarmente. La perdita di accesso al gas russo a basso costo, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, ha colpito duramente il settore, già messo sotto pressione dalla concorrenza cinese. Le importazioni di energia dalla Russia rappresentavano il 55% del gas consumato in Germania prima del conflitto, una dipendenza che ora si è rivelata insostenibile. Ora una nuova minaccia si profila all’orizzonte: il rischio di guerre commerciali sotto la presidenza statunitense di Donald Trump.

L’industria rappresenta circa il 20% del PIL tedesco, significativamente più della media del 15% dell’UE. Nonostante questo peso economico, il modello industriale di Berlino sta mostrando segnali di cedimento da anni. La produzione industriale è in calo dal 2017, e il settore automobilistico – pilastro dell’economia – ha registrato un calo della produzione di veicoli passeggeri al livello del 1985, con esportazioni pari ai livelli del 1998. Nel 2023, sono stati prodotti circa 3,6 milioni di veicoli, rispetto ai 5,7 milioni del 2017. Le vendite verso la Cina, il maggiore mercato di esportazione, sono diminuite del 10% solo nell’ultimo anno.

Questa «grande frenata» arriva in un momento in cui la Germania deve affrontare enormi sfide fiscali per sostenere una popolazione sempre più anziana, la transizione ecologica e un aumento delle spese militari per far fronte ai nuovi rischi geopolitici. Secondo il German Economic Institute, il costo per affrontare la transizione verde, incluse le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, potrebbe superare i 1000 miliardi di euro entro il 2030. Ma queste necessità richiedono investimenti pubblici su vasta scala in un paese bloccato da un «freno al debito» costituzionale che limita il disavanzo di bilancio allo 0,35% del PIL, ben al di sotto del tetto del 3% imposto dall’UE.

Una recente analisi stima che la Germania abbia bisogno di circa 600 miliardi di euro in investimenti pubblici nei prossimi dieci anni per recuperare terreno in settori chiave come istruzione, trasporti e protezione del clima. Questo equivale all’1,5% del PIL annuo e non include le spese militari aggiuntive necessarie. Anche con il fondo speciale da 100 miliardi di euro creato da Scholz dopo l’invasione dell’Ucraina, gli esperti sostengono che per modernizzare le forze armate sarebbe necessario destinare almeno il 3% del PIL alla difesa, richiedendo un ulteriore sforzo annuo del 1,8%. Nel 2026, con l’esaurimento di questo fondo, il governo dovrà trovare nuove fonti di finanziamento.

La campagna elettorale si sta riempiendo di promesse di riduzioni fiscali e aumenti di spesa, ma mancano dettagli su come queste misure saranno finanziate. Friedrich Merz, leader conservatore e favorito per diventare cancelliere, ha promesso tagli fiscali significativi per le imprese senza affrontare la questione del freno al debito. Ha inoltre promesso di abolire la tassa di solidarietà, una misura che ridurrebbe le entrate statali di circa 10 miliardi di euro l’anno. I socialdemocratici, dal canto loro, ammettono la necessità di allentare i vincoli fiscali, ma durante il loro mandato triennale non hanno proposto riforme strutturali concrete.

Gli economisti mettono in guardia: il tasso di disoccupazione, attualmente al 3,4%, è più un segno di carenza di manodopera che di piena occupazione. La demografia tedesca è impietosa: il paese necessita di almeno 288.000 lavoratori qualificati all’anno fino al 2040 per evitare un calo del 10% della forza lavoro. Tuttavia, l’ascesa dell’Alternativa per la Germania (AfD), partito di destra contrario all’immigrazione, ha portato i principali partiti politici a irrigidire le loro posizioni sull’asilo e sui diritti dei migranti. L’AfD attualmente si attesta su un consenso del 20% a livello nazionale e supera il 30% nelle regioni orientali.

Un cambiamento significativo richiederebbe leadership e coraggio politico. Investimenti pubblici massicci e politiche migratorie intelligenti potrebbero rilanciare la crescita e rinnovare le fondamenta economiche del paese. Secondo il Consiglio degli Esperti Economici, il potenziale di crescita annuale della Germania si attesta su uno scarso 0,4%. Senza azioni decisive, la Germania rimane bloccata nel passato, aggrappata a un modello industriale e fiscale che non risponde più alle esigenze del XXI secolo.