Le Telecomunicazioni europee: un tracollo frutto di arroganza, miopia e frenesia

Guido Salerno Aletta

19/04/2024

Nel corso degli anni, accumulando errori su errori, l’Europa ha distrutto progressivamente l’enorme vantaggio competitivo che aveva nel settore delle telecomunicazioni.

Le Telecomunicazioni europee: un tracollo frutto di arroganza, miopia e frenesia

Enrico Letta, incaricato dalla Commissione europea di redigere un rapporto di alto livello sulla competitività dell’industria europea, ha messo il dito nella piaga, citando la frammentazione del mercato europeo degli operatori di telecomunicazioni mobili, diverse decine, mentre si contano sulla punta delle dita di una sola mano sia negli Stati Uniti che in Cina.

Siamo dei pigmei rispetto ai giganti, incapaci di economie di scala e di scopo, e dunque di competere ad armi pari.
Ma Letta non ha raccontato com’è andata la storia: la verità è che nel corso degli anni, accumulando errori su errori, l’Europa ha distrutto progressivamente l’enorme vantaggio competitivo che aveva nel settore delle telecomunicazioni.
L’arroganza e la miopia dei costruttori europei, coniugate con la frenesia della Commissione europea che ha incentivato l’ingresso sul mercato di sempre nuovi operatori mobili, ci ha portati ad una situazione paradossale: mentre abbiamo praticamente azzerato l’industria manifatturiera del settore delle telecomunicazioni, abbiamo un numero spropositato di operatori.

La telefonia mobile, col GSM, nacque in Europa: erano i primi anni Novanta, e fu un successo strepitoso che tutto il mondo ci invidiava.
Si trattava di un sistema innovativo, il primo in tecnica digitale, che era stato elaborato insieme dai tanti costruttori europei dell’epoca, dalla finlandese Nokia alla Ericsson svedese, dalla francese Alcatel alla Siemens tedesca che pure si era accodata tardivamente come l’Italtel italiana: derivato dalle comunicazioni militari e non intercettabile in aria come lo erano i precedenti sistemi analogici (il TACS in Italia), usava una tecnica di trasmissione a scansione temporale anch’essa definita a livello europeo, il TDMA.
Erano standard pubblici e gratuiti, elaborati sotto l’egida del CEPT, il Comitato europeo per le poste e telecomunicazioni.

Il successo commerciale dipese soprattutto dal sistema di tariffazione che era stato adottato da tutti i gestori: il “premio di mobilità”, anche per le chiamate inviate dalla rete fissa che contava decine e decine di milioni di abbonati, era stato posto a carico del chiamante (Calling Party Pay). In questo modo era la rete fissa che finanziava lo sviluppo della rete mobile. Al contrario, ad esempio negli Usa, era stata adottata una tecnica opposta, con l’utente della rete mobile che doveva pagare comunque, anche per ricevere una chiamata (Called Party Pay) proveniente dalla rete fissa: era un costo notevole, che disincentivava l’uso del telefonino.
Il successo in Europa fu strepitoso: la standardizzazione e la gratuità della tecnologia avevano abbattuto i costi degli apparati di rete e dei terminali.

Ci fu un primo errore strategico: quando cominciò la corsa alla miniaturizzazione dei telefonini, rispetto ai primi modelli che erano troppo grandi e soprattutto pesanti per via delle batterie utilizzate, i costruttori europei ebbero la malsana idea di abbandonare la partita dei terminali, concentrandosi sugli apparati di rete.
C’era troppo da fare, troppo da lavorare e da rischiare.
Bisognava aprire nuove fabbriche, assumere nuovi impiegati, altri ingegneri, tanti altri operai; formarli e organizzare le catene di montaggio. E poi bisognava pagarli bene i dipendenti, pagarli e gestire i sindacati: un incubo per un mondo industriale che in Italia aveva vissuto il clima rovente degli anni Settanta, con i dirigenti messi alla gogna e portati in giro per i reparti dagli esponenti dei groppuscoli organizzati della sinistra extraparlamentare.

C’era troppo lavoro da fare rispetto all’abilità nella miniaturizzazione che era stata sviluppata negli anni dai produttori asiatici, da decenni leader nei mercati dell’elettronica di consumo, a cominciare dalla finlandese Nokia.
Invece di fare, meglio comprare!
La gratuità dei brevetti adoperati in Europa consentì a giapponesi e coreani di entrare velocemente sul mercato europeo, sfruttando un’idea geniale: nei telefonini venne incorporata una fotocamera, mettendo a frutto la consolidata esperienza nel settore.

I costruttori europei lasciarono fare, perché nel frattempo guadagnavano molto velocemente cifre immense vendendo soltanto agli operatori mobili gli apparati di rete, producendo poche migliaia di pezzi l’anno invece di fabbricare milioni di telefonini per il pubblico.
Si istallavano reti su reti: ogni operatore mobile doveva realizzare la sua, indebitandosi a rotta di collo. Per i costruttori europei erano incassi garantiti, senza dover rincorrere le preferenze dei consumatori che cercavano sempre nuovi telefonini: per voracità e miopia, avevano abbandonato il mercato più ampio e durevole, quello dei miliardi di terminali, i telefonini, che si rinnova con un ciclo di 18/24 mesi. Al contrario, le reti degli operatori, una volta installate, non forniscono più proventi se non per la manutenzione; anzi, un po’ alla volta, sono state create delle “Tower Co.” che mettono in comune le stazioni radio-base. La cuccagna è finita per sempre.

Il secondo errore fu fatto dalla Commissione europea: l’abolizione dei monopoli e la apertura alla concorrenza obbligavano gli Stati a bandire sempre nuove gare per consentire l’accesso al mercato ai nuovi operatori. Il travolgente successo della telefonia mobile, con profitti enormi per la crescita continua del numero degli abbonati, incentivava tanti soggetti a partecipare.
Ma i nuovi entranti non solo dovevano spesso pagare una fee di ingresso, il prezzo spuntato all’asta competitiva cui avevano partecipato per aggiudicarsi la licenza, ma soprattutto indebitarsi per costruire la rete partendo da zero: nonostante i vantaggi competitivi previsti a loro favore, con l’accesso temporaneo in roaming alle reti degli ex-monopolisti, si trattava di diverse centinaia di milioni, se non di miliardi, di lire e poi di euro.

La frenesia della Commissione, che voleva sempre nuovi operatori a dividersi il mercato con fette con fette inevitabilmente più piccole, aveva creato un sistema drogato, finanziariamente insostenibile.
In Italia, l’avventura di Blu, il quarto gestore mobile, durò pochi anni, mentre la gara per l’UMTS vide il ritiro della stessa Blu ed il mancato avvio del servizio da parte di IPSE: il mercato, nel 2000, era già saturo. Da allora, è cominciato il consolidamento: dapprima ci fu il breack-up di Blu, poi la fusione tra Wind e 3.
L’ingresso degli operatori virtuali, MVNO, quindi privi di rete, intanto drenava risorse di rete a favore di soggetti che facevano solo marketing, rivendendo capacità di traffico generate dalla rete altrui: questa è stata un’altra frenesia della Commissione europea finalizzata ad accrescere la concorrenza.

Enrico Letta, purtroppo, non ha fatto il minimo cenno a queste scelte scriteriate.
Già nel 2000, l’UMTS (Universal Mobile Telecommunication Service) fu un’altra scommessa persa dagli europei, costruttori ed operatori insieme, che si erano messi in testa di conquistare il ricchissimo ed ancora vergine mercato americano. Ma gli Usa posero come condizione che venisse utilizzato uno standard mondiale, diverso dal GSM: la scelta cadde su un sistema di proprietà statunitense, naturalmente privato e non più pubblico come era il GSM, e dunque da quel momento in avanti fu necessario pagare una royalty per ogni apparato costruito, ricetrasmittenti di rete o terminali d’utente. Non solo, si adottava anche una diversa tecnica di accesso alla rete, CDMA, a divisione di codice e non più di tempo come il TDMA, anche questa una tecnologia privata americana e non più pubblica europea: anche qui, royalty da pagare.
Per l’industria manifatturiera europea fu un bagno di sangue: con l’adozione dell’UMTS aveva perso tutti i suoi vantaggi competitivi.
E l’America continuarono a guardarla col binocolo!

Un po’ alla volta, non essendoci più nuovi operatori entranti, di nuove reti da istallare non ce n’erano più: anzi, c’era da mettere insieme i pezzi di quelli che uscivano dal mercato italiano come Blu, o di quelli che si mettevano insieme come Wind-3.
I telefonini sono diventati nel frattempo dei veri e propri minicomputer, seguendo la tendenza alla informatica distribuita che era stata inaugurata dalla Olivetti, la prima al mondo a lanciare un personal computer. Processori sempre più veloci, memorie sempre più capaci, batterie sempre più durevoli, e connessioni via radio che hanno consentito un flusso di dati sempre più consistente per unità di tempo (Mb/s) hanno trasformato radicalmente quelle che all’inizio erano poco più che anali ricetrasmittenti, passando un po’ alla volta dalla semplice trasmissione della voce e degli SMS, all’accesso ad internet con lo streaming video.

Gli americani hanno invece cavalcato l’onda montante di Internet con due colossi come Microsoft e con Apple; i costruttori giapponesi e coreani si sono specializzati negli apparati terminali di telefonia mobile con Nokia e Samsung, mentre i cinesi dominano l’intera filiera fissa e mobile con ZTE e Huawei. Peccato che Italtel e Siemens, che avevano creato subito filiali in Cina, siano state date via per un tozzo di pane...
In un telefonino, oggi, grosso modo la metà del costo deriva dal pagamento delle royalty sui brevetti che ne consentono il funzionamento, dalle tecniche di trasmissione radio a quelle di compressione dei dati, dalle codifiche dei video ai vari software che sono preinstallati: niente di tutto questo, o pressochè niente, è di pertinenza europea.

L’industria manifatturiera europea delle telecomunicazioni è praticamente scomparsa, insieme a quella dell’informatica: gli operatori e gli utenti europei usano da anni, nella quasi totalità, solo prodotti e servizi realizzati all’estero. Sono fiumi di denaro che escono quotidianamente dalle nostre tasche per andare ad arricchire i produttori di software americani ed i costruttori cinesi, coreani e giapponesi.
Sul 5G si è cercato di recuperare il terreno perduto, mettendo fuori gioco i cinesi per supposte ragioni di sicurezza nazionale: è per questo motivo che l’Europa è in ritardo con questa tecnologia, visto che quello che è rimasto dell’industria manifatturiera non sa più che pesci prendere.

Ma, anche di questo, nessuno osa parlare.
Quello che era già il business europeo in grado di sbaragliare il mondo interno nel nuovo secolo è stato buttato via dalla finestra per colpa nostra, solo nostra: per arroganza, per miopia e per frenesia.