La guerra tra gruppi umani non deriva linearmente dall’aggressività individuale che per offesa o difesa è dotazione di tutte le specie. Se praticamente tutte le specie sono dotate di armi e istinto di offesa e difesa, molte meno sono quelle che replicano la postura in gruppo e bisogna poi discriminare per quali ragioni.
Va poi ricordato che tra tutte le specie da una parte e la nostra nello specifico cambia radicalmente il rapporto tra istinto e intenzione, “noi” siamo quelli che hanno minor istinto e molta più intenzionalità, deliberiamo un comportamento non come risposta immediata a uno stimolo, tra stimolo e risposta “pensiamo”. Tra l’altro, molto di più quando siamo gruppo e non individuo. O almeno quando propaganda e varie irrazionalità non accendono quella «psicologia delle folle» che ci porta a comportamenti gregari.
Per comprendere meglio il “senso della guerra” per i gruppi umani, prioritariamente dobbiamo sospendere ogni nostra passione morale, etica o emotiva. Weber chiamava questo atteggiamento “avalutatività” ovvero limitarsi ai giudizi di fatto ed escludere quelli di valore. La guerra, le sue ragioni ed effetti, accendono i nostri sentimenti, ma se inondate l’oggetto o il fenomeno di sentimenti quello che analizzerete non è la cosa in sé ma la cosa per voi, il che è di nessun interesse per la comprensione generale. Naturalmente, la perfetta “avalutatività” è impossibile per noi umani, la nostra mente è un tutt’uno di razionale ed emotivo; tuttavia, vi si può tendere di più o di meno.
Nella cultura occidentale che per sua massima parte di stratificazione storica è europea, la guerra è una costante. Si inizia quantomeno dalla Guerra di Troia e da lì in poi, si arriva fino alla Seconda guerra mondiale. Ma sappiano che guerre ci sono state anche prima, ma quanto prima? Sebbene ci piaccia universalizzare (la guerra c’è stata ovunque e da sempre) per giustificare la pratica, la guerra tra gruppi umani è presente in Mesopotamia sin dalla nascita delle società complesse, cinquemila e poco più anni fa. Prima, non sappiamo con precisione ma sembra che ci furono molti pochi episodi, lo rileviamo dalle sepolture.
Sebbene ci siano stimati studiosi di qualche disciplina varia e pure di paleoantropologia, più una vociante massa di gente che non sa una beata mazza di ciò di cui parla e nonostante ciò parla lo stesso, che danno per scontata la pratica bellica tra gruppi sin dalla notte del tempo profondo, l’unica prova provata di un cimitero di qualche decina di individui massacrati in vario modo è solo di 12.000 anni fa, prima non c’è alcuna prova.
Caso idealtipico è la storiella per la quale noi Sapiens, tanto sapienti quanto bellici (?) avremmo sterminato i Neandertal. Troverete la storiella in molti libri e qualche sprovveduto ancora la dà per scontata.
Nessuno studioso serio di paleoantropologia sostiene più questa corbelleria. Il progresso degli studi sugli scavi e sul DNA, hanno rivelato che i Neandertal erano:
1) molti meno del ritenuto;
2) quindi molto dispersi su un territorio immenso;
3) dentro i gruppi si riproducevano endogamicamente (tra di loro) quindi azzerando la variazione genica che è motore per l’adattamento (visto che le condizioni a cui adattarsi variano nel tempo ed essere adatti oggi può portare al fatto che non lo sarai domani, vedi l’attuale fase geopolitica per gli Stati Uniti d’America e l’Europa);
4) ci furono cambiamenti repentini e profondi nel Paleolitico superiore che cambiarono le ecologie;
5) infine, abbiamo pure dato un Nobel di biologia ad uno svedese che ha dimostrato che noi Sapiens, in molti casi, abbiamo assorbito genoma Neandertal. Quindi noi di più loro di meno, in molti casi li abbiamo assorbiti facendoci sesso.
Ma la cosa si poteva dedurre anche entrando nel merito realistico della situazione. Per quale diavolo di ragione i Sapiens più gracili avrebbero dovuto attaccare i ben più piazzati Neandertal, usi combattere in gruppo con i mammut ed altri bestioni, che potevano incontrare magari dopo due o tre settimane di cammino in spazi vuoti?
È universale la pratica tribale di mimare i combattimenti: l’essere umano non è sempre così stupido da non ricordarsi che aggredire qualcuno espone al rischio di morire. Tutta la nostra complessione biologica proviene dall’imperativo di cercare di morire il più tardi possibile. Occorre una costruzione di senso sociale molto articolata e sofisticata per spingere un essere umano a morire per entità immaginarie come la “patria”, i “valori”, una “idea”, un “dio” ed altre invenzioni mentali sociali.
Infine, la gabola per cui siccome siamo animali aggressivi allora siamo gruppi aggressivi ha provato a trasferire in via -supposta- logica il trasferimento di “istinto” dall’individuo al gruppo, ma è una analogia inconsistente, primo perché non siamo “solo” aggressivi, secondo perché tra comportamento individuale e di gruppo c’è grande differenza, il “gruppo” è più della somma delle parti. Non esistono “istinti” di gruppo.
Allora, perché la guerra tra gruppi umani?
Il motivo è semplice ed era ampiamente noto e citato in letteratura laddove non c’è stata la necessità di sormontare il realismo descrittivo con le nostre smanie di interpretazione ideologica. La guerra compare tardi perché è derivata da certe densità abitative di territori limitati in cui, ad un certo, ci si disputano le risorse e altre condizioni. Entrambe, condizioni “particolari” quindi limitate.
I popoli degli arcipelaghi del Pacifico, ad esempio, isolati gli uni dagli altri dall’oceano, limitati al rendiconto ecologico di isolette, con un mare di cibo ittico liberamente disponibile, non si sono mai fatti la guerra ed anzi -sosteneva Malinowski, poi Mauss- si vanno a trovare gli uni con gli altri portandosi doni in un circuito molto complicato di dare-avere tra cui giovani donne da cui nascono discendenze imparentate.
Quindi, ci sono due preistorie. Quella generale che inizia 2,5 milioni di anni fa e quella recente delle civiltà. Civiltà viene da civis che poi sarebbe l’arte di vivere assieme tra estranei. Abbiamo più o meno imparato a vivere senza ammazzarci l’un l’altro dentro la nostra “città” (o nazione), non abbiamo ancora imparato a vivere senza ammazzarci tra città o nazioni. Per questo dovremmo ancora definirci in pre-istoria, siamo ancora limitati e poco evoluti.
Ci sono popoli come ad esempio gli inglesi, che dovettero aspettare il ’600 per avere un filosofo che tentasse di convincerli che era meglio smettere di massacrarsi l’un l’altro e fare un «contratto sociale» di convivenza, lasciando la guerra alla pratica esterna. Lì la civiltà è arrivata molto tardi e pare ancora stenti sul piano della convivenza con altri gruppi.
La condizione di una convivenza pacifica è in primis introiettare gli altri e le loro legittime esigenze, questo facciamo nelle nostre società. Poi certo proviamo a darci un vantaggio che per gli altri è uno svantaggio, c’è la lotta tra individui e tra classi o gruppi etnici e pure generi sessuali o fasce anagrafiche o gruppi ideologici e di credenza religiosa. Tuttavia, c’è conflitto sociale ma raramente ci massacriamo.
Non abbiamo ancora imparato invece a limitarci e cambiare in ragione delle ragioni di convivenza con altri gruppi diversi dal nostro. Il senso della guerra è tutto qui: la rigidità con la quale i sistemi umani piuttosto che adattarsi reciprocamente e cambiare la propria forma interna, sfogano la contraddizione all’esterno.
È una forma di primitività che, come molte altre, un giorno supereremo. Domani o fra qualche millennio, dipende solo da noi. Sognate di cancellare la guerra dalla storia umana? Allora dovrete studiare meglio e di più cosa significa “cambiare per adattarsi” non solo a livello individuale, ma di gruppo.