Irlanda: miracolo economico trainato dall’export o dal deficit pubblico?

L’Irlanda che si stima avrà una crescita del PIL del 7,7% viene indicata come un paese in ripresa grazie all’export. Ma ancora una volta sembra che questa opinione sia fortemente influenzata da un punto di vista “supply side”!

Le recenti notizie economiche relative all’Irlanda che parlano di un aumento del PIL oltre ogni aspettativa e di livelli di crescita superiori addirittura a quelli della Cina sono state seguite dai soliti commenti dei “supply siders” nei quali si sottolineava come la parte del “leone” fosse interpretata, ancora una volta, dalle esportazioni; mentre la crescita dei consumi rimaneva sullo sfondo e le politiche fiscali del governo irlandese nemmeno menzionate.

Ora, si può capire che la soluzione “ortodossa” di tagliare i salari – tra l’altro sempre quelli degli altri – per rilanciare le esportazioni eserciti sempre un suo fascino, sia supportata da insigni economisti “mainstream” e quindi risalti agli occhi dei più come la migliore ed unica soluzione, ma, purtroppo la stessa è “una soluzione”, non “la soluzione” e, nel caso dell’Irlanda, non sembra aver giocato un ruolo predominante; ed anche per l’Italia potrebbe non avere – per chi scrive – i risultati paventati.

Trascurando comunque la svalutazione interna ed i risultati che la stessa potrebbe avere per l’Italia, poniamo invece l’attenzione sul miracolo irlandese, “guidato” dall’export nella “communis opinio”, che fa segnare una previsione di crescita del PIL del +7,7%; con le esportazioni stesse, nel secondo trimestre del 2014, a +13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Prendiamo, così, le esportazioni dell’Irlanda (linea nera scala di sinistra) e le importazioni (linea blu scala di destra).

Come si può vedere una maggiore crescita delle esportazioni per l’Irlanda comincia nel 2009; dopodiché le esportazioni diminuiscono verso fine 2009 per ricominciare a crescere nel 2010 ed assestarsi a livelli maggiori di quelli di prima inizio crisi; senza arrivare però ai livelli di gennaio 2002. Nel 2013 le esportazioni hanno una nuova diminuzione e nel 2014 una nuova crescita; senza peraltro avere a metà anno, per esempio, il picco registrato a luglio del 2012. Quindi quel roboante +13% di esportazioni rispetto al 2013 - riportato dalla stampa nostrana - pur rimanendo un ottimo dato, non è così roboante come sembra, visto che si riferisce ad un anno (2013) in cui le esportazioni irlandesi avevano subito un calo e che, le stesse, non sono arrivate a livelli superiori rispetto a quelli registrati dal 2010 e tanto meno con il “picco” di luglio 2012.

Inoltre, guardando alle importazioni, è facile notare che, visto il crollo seguente al 2008, nel miglioramento della bilancia commerciale irlandese il ruolo preponderante non è stato giocato dall’aumento delle esportazioni, bensì da un vero e proprio collasso delle importazioni tra il 2008 ed il 2010. Infatti è altrettanto facile notare che le importazioni diminuiscono di più e più velocemente di quanto aumentino le esportazioni, portando questo, ex sé, l’effetto di un miglioramento della bilancia commerciale. Il miglioramento della bilancia commerciale (linea nera, scala di sinistra) ha portato al miglioramento anche delle partite correnti (linea blu, scala di destra), come nel grafico sotto riportato.

Anche qui si può notare come il miglioramento della bilancia commerciale – seguito poi da quello delle partite correnti - comincia nel 2009, dopo il crollo delle importazioni che è molto maggiore e più rilevante della crescita delle esportazioni. Sembra perciò abbastanza chiaro che il miglioramento della bilancia commerciale irlandese sia dovuto più ad una diminuzione delle importazioni che ad un aumento delle esportazioni. Se la crescita dell’export non ha avuto un ruolo così preminente nella bilancia commerciale, può aver trainato, in modo determinate ed unico, una crescita del PIL che è addirittura maggiore di quella della Cina?!

No, una parte l’hanno fatta anche i consumi con un +1,8%, che è il maggiore incremento annuale e significa che la domanda si sta muovendo. Ma non è tutto, infatti una parte è stata giocata anche dalle politiche fiscali implementate dal governo irlandese. Partiamo dal grafico che riporta l’andamento delle partite correnti (linea nera, scala di sinistra) e dal rapporto debito/PIL (linea blu, scala di destra).

Innanzitutto notiamo che un peggioramento nel rapporto debito/PIL non si traduce in un peggioramento delle partite correnti, che continuano a migliorare; ma non è quello che ci interessa ora. Vediamo che tra il 2007 ed il 2008 il livello del rapporto debito/PIL è molto basso, circa al 25%, mentre nel 2007 lo stock del debito dell’Irlanda era di 41,1 miliardi di euro (uno stock di debito ridicolo se paragonato a quello di Italia, Francia e Germania). A fine 2013 - sei anni considerando anche l’intero 2008 - il rapporto debito/PIL è oltre il 120%, mentre lo stock del debito è arrivato a 203 miliardi di euro. Cioè, il rapporto debito/PIL è incrementato di quasi cento punti percentuali, mentre lo stock del debito si è praticamente quintuplicato.

A questo aggiungiamo ora i dati sul rapporto deficit/PIL. Nel 2007 l’Irlanda aveva un surplus dello 0,2%. Nel 2008 ha cominciato ad andare in deficit a -7,4%; 2009, -13,7%; 2010, -30,7%, 2011, -13,1%, 2012, -8,2%; 2013, -7,2%. Quello che risulta dai dati sull’aumento del rapporto debito/PIL, sullo stock del debito e sul rapporto deficit/PIL non può essere altro che il fatto che l’Irlanda ha, dal 2008 in poi, adottato delle politiche fiscali che hanno aumentato lo stock del debito realizzando anche dei grossi deficit. Guardate nel 2010, il rapporto deficit/PIL è a -30,7%, nel 2009 e 2011 circa al -13%; il limite che si trova nel patto di stabilità e crescita (crescita?!) è del -3%, l’Italia quest’anno si stima arriverà ad un -2,6%, mentre l’Irlanda nel 2010 sforava quasi di ventisette punti percentuali.

Non dobbiamo adesso farci ingannare e pensare che l’Irlanda abbia aumentato la sua spesa, che è invece diminuita; ma la diminuzione della spesa in conto corrente tra il 2009 (55.718 milioni di euro) ed il 2013 (51.145 milioni di euro) è di circa 4,5 miliardi e mezzo, mentre il resto riguarda una diminuzione in conto capitale. Quindi ci troviamo di fronte a dati che sembrano, di primo acchito, non concordare. Infatti vediamo che nonostante la diminuzione della spesa pubblica irlandese la stessa Irlanda ha continuato ad avere dei grossi deficit. Questo è perché la crisi irlandese è stata una crisi fiscale. E non lo dico io, lo dice un rapporto della Commissione Europea dal titolo “Ireland’s economic crisis: how did it happen and what is being done about it?”, al capitolo “Ireland’s path to growth”, dove troviamo il seguente grafico dal titolo “The collapse in property related tax revenue which caused the fiscal crisis in Ireland” – “Il crollo delle entrate fiscale il relazione alla proprietà che ha causato la crisi fiscale in Irlanda”.

Infatti, come si può vedere, una volta che è esplosa la bolla immobiliare le entrate fiscali sulla proprietà passano dall’essere quasi il 20%, nel 2006, del totale delle tasse a più o meno il 2%; e passano dall’essere quasi il 5% del PIL a circa lo 0,5%. Quindi è vero che la spesa pubblica irlandese è diminuita, ma le sue entrate fiscali sono diminuite molto di più; e così l’Irlanda, pur diminuendo la sua spesa pubblica, ha speso comunque di più a deficit; e con quei deficit ha “coperto” la mancanza di introiti derivanti dal crollo delle entrate relative alle tasse sulla proprietà. Ancora, quindi la spesa pubblica è stata tagliata, ma non sono stati quelli che vengono chiamati tagli lacrime e sangue, dato che, considerato il crollo delle tasse l’Irlanda avrebbe dovuto tagliate molto, molto di più. Invece ha deciso di tagliare meno e spendere a deficit.

Quindi, è vero che le esportazioni sono cresciute e che comunque si è avuta una diminuzione dei costi unitari del lavoro, ma questo non sembra sufficiente per assegnare all’export stesso il primato per la crescita del PIL irlandese. Infatti, se come detto all’interno della bilancia commerciale il ruolo principale è stato giocato dalla diminuzione delle importazioni, gli aumenti di esportazioni non possono aver avuto un ruolo così pregnante nemmeno nella crescita del PIL. Sembra piuttosto che anche i deficit, nonostante la diminuzione delle spesa - parliamo di rapporti di deficit/PIL del -30,6%, anche se c’è sempre la “questione denominatore” - abbiano sostenuto i consumi e contribuito a far ripartire la domanda; e considerando gli ampi deficit, è più facile che abbiamo avuto un ruolo maggiore questi (date le dimensioni) piuttosto delle esportazioni che, tutto sommato, nel complesso non sembrano aver avuto “un’esplosione” così esaltante.

L’Irlanda ha ovviamente potuto agire in questo modo, con grossi deficit ed aumentando lo stock del debito, per una serie di ragioni. In primo luogo all’esplodere della crisi – diciamo 2008 – aveva un rapporto debito/PIL molto basso; di poi aveva uno stock del debito irrisorio; mentre era in surplus (seppur di lievissima entità) per il rapporto deficit/PIL. Quindi aveva ampi margini di manovra sia sul deficit che sul debito pubblico; e li ha utilizzati! Non sarebbe però nemmeno da sottovalutare – sempre in relazione ai margini di manovra permessi a Dublino - il fatto che tra i soldi presi a prestito dall’Irlanda ci sono oltre ventidue miliardi del FMI al 5%, mentre ora l’Irlanda si finanzia al 2%, ed abbia così pagato “l’obolo” a chi di dovere.

Ma nel complesso, quello che emerge è che dietro la crescita dell’Irlanda c’è qualcosa di più che un “semplice” aumento delle esportazioni, cioè degli “spazi di manovra” sul deficit e sul debito pubblico che le sono stati permessi proprio in ragione dei suoi bassi livelli di debito/PIL, di stock del debito e di deficit/PIL, precedenti la crisi; e che, invece, ad altri Stati sono stati negati con la scusa dei già elevati livelli dei medesimi parametri. Infine, una crescita stimata del PIL del 7,7% ed un aumento delle esportazioni del 13% non possono – per chi scrive – essere considerati un buon risultato economico nel complesso. Infatti, con un aumento di quasi cento punti percentuali del rapporto debito/PIL ed uno stock del debito quintuplicato in soli sei anni, ci si aspetterebbe di più dal punto di vista occupazionale; mentre la disoccupazione è passata da picchi del 15% al 12%, che non è un buon risultato visto gli alti deficit e potrebbe far sospettare che nemmeno gli effetti “redistributivi” siano stati esaltanti.

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