Marco Veronese Passarella: i paradigmi nella scienza economica

In questa prima parte dell’intervista svolta con l’economista italiano in servizio a Leeds, discutiamo della diversità di basi scientifiche tra scuole di pensiero economico

Marco Veronese Passarella: i paradigmi nella scienza economica

Marco Veronese Passarella è un economista di formazione marxista, docente presso l’Economics Division della Business School dell’Università di Leeds. Oltre a Karl Marx, di cui si occupò nella sua tesi di laurea all’Università di Bologna (dedicata al secondo libro de Il Capitale), un altro economista che considera alla base della sua formazione è Augusto Graziani e la sua teoria del circuito monetario. Considera altri autori di suo riferimento anche David Ricardo, Michael Kalecki, Hyman Minsky, Richard Goodwin, Piero Sraffa e Wynne Godley. A suo avviso l’analisi economica della fisiologia del sistema capitalistico di Marx è ancora attualissima. Meno attuali ritiene essere le analisi politiche di Marx, necessariamente legate al contesto in cui furono elaborate.

E’ stato ospite in alcune occasioni della trasmissione televisiva La Gabbia di LA7, condotta da Gianluigi Paragone.

In questa intervista, che pubblichiamo in tre parti, affronteremo con lui le diversità tra i paradigmi economici della scarsità e della riproducibilità (che abbiamo già sommariamente descritto qui) e ed altri temi ad essi collegati, sia di carattere teorico che pratico.

Prof. Veronese Passarella, che le risorse siano scarse è un’idea intuitiva molto comune: cosa ha da dire il paradigma della riproducibilità in proposito?

“Dovremmo sempre diffidare da ciò che è intuitivo, dato che potrebbe non essere confermato dalla ricerca scientifica. Chi si occupa di decrescita e di problemi climatici di solito parla di scarsità in termini assoluti, mentre a fondamento della teoria economica dominante, di derivazione neoclassica, si discute di scarsità come categoria relativa. Discorrere della scarsità delle risorse naturali pone un problema difficilmente risolvibile, perché il loro esaurimento è al più rimandabile di qualche generazione. Il vero problema sono le non linearità e le soglie critiche che caratterizzano l’ecosistema, ma è un discorso complesso che ci porterebbe troppo lontano.
Venendo alla teoria economica, il punto come dicevo è che la scuola neoclassica pone un problema di scarsità relativa: in primo luogo dei mezzi rispetto ai fini, e in secondo luogo ne discute con riferimento al singolo individuo e al suo sistema di preferenze soggettive. Perciò non affronta il problema della scarsità in termini oggettivi, come occorrere fare quando si discute di risorse naturali.”

Ma lei concorda che a livello di risorse naturali siamo comunque soggetti a dei limiti?

“Concordo, ma a maggior ragione occorre un cambio di paradigma nella scienza economica. Il paradigma della riproducibilità si pone il problema dell’individuazione delle condizioni di riproduzione del sistema sia sul piano economico che su quello finanziario, e può essere esteso fino a ricomprendere le risorse naturali e l’ecosistema. In questo senso, presenta affinità con l’ecological economics, alcune branche delle scienze naturali e l’ingegneria ambientale.
Per contro, nel pensiero economico di derivazione neoclassica il problema della scarsità è posto in termini individuali e soggettivi. La scarsità è posta a fondamento del sistema di determinazione dei prezzi relativi. I sostenitori del paradigma della riproducibilità credono, invece, che il problema principale sia quello di individuare le condizioni di riproduzione del sistema, su base semplice oppure su base allargata, per utilizzare una nota distinzione marxiana.”

Tale cambiamento dunque è necessario per rispondere ai bisogni e ai problemi concreti delle persone?

“I due paradigmi sono in primo luogo sistemi di analisi positiva che si contrappongono storicamente sul piano della determinazione dei prezzi relativi e della distribuzione del reddito tra i fattori produttivi. Secondo il paradigma della scarsità, i prezzi relativi dei beni e dei fattori della produzione (compreso il prezzo della forza-lavoro, ossia il salario) dipendono dal sistema di preferenze dei consumatori o dal prodotto marginale dei fattori stessi. Il paradigma della riproducibilità cerca invece di individuare i prezzi che consentano al sistema di riprodursi nel tempo. Per questo, è più adatto allo studio del problema dell’ecosistema, perché si basa su un’analisi sociale e oggettiva e non individuale e soggettiva della realtà.
Per comprendere la differenza sul piano normativo, supponiamo per esempio che occorra realizzare un’infrastruttura, diciamo un servizio di trasporto pubblico. Per determinarne il valore per la collettività, un economista “neoclassico” non farebbe altro che chiedere ai futuri utenti qual è il prezzo che sono disposti a pagare (la loro willingness to pay) al fine di far loro rivelare il proprio sistema di preferenze. Per contro, un economista critico si porrebbe piuttosto il problema del costo complessivo, sociale, di (ri)produzione dell’opera, anche in relazione al suo impatto ambientale. Il punto è che il sistema delle preferenze è endogeno, non è un dato immutabile. É piuttosto comune che persone inizialmente non inclini all’utilizzo dei servizi di trasporto pubblico, lo diventino a seguito dell’esperienza positiva legata al loro utilizzo.”

Proprio nel Regno Unito ci sono stati casi di privatizzazioni di sistemi di trasporti che hanno provocato aumenti di prezzi rispetto al precedente sistema pubblico e fallimenti di mercato [N.B. inefficienze nella disponibilità del servizio per tutti i casi in cui è richiesto]....

Oltre ai treni, erano stati privatizzati anche tratti di ferrovia. Alcune delle compagnie che li gestivano sono fallite e si è dovuto procedere alla loro rinazionalizzazione. Quando tali servizi di utilità pubblica vengono affidati all’iniziativa privata, dove la ricerca del profitto conduce al taglio dei costi di manutenzione e del personale, e all’aumento dei carichi lavorativi, i risultati possono essere catastrofici. L’Inghilterra è un caso emblematico: qui i trasporti sono di qualità mediocre e soprattutto costosissimi. Un caso palese di inefficienza dell’iniziativa privata.

C’è quindi un incoerenza della teoria economica neoclassica, per la quale la privatizzazione è un fenomeno positivo, se poi si vengono a creare queste situazioni?

Sì. Un altro paradosso storico è che, in buona misura, la rivoluzione marginalista di fine ottocento, da cui ha avuto origine in seguito la nascita dell’economia neoclassica, non è stata condotta da fanatici del libero mercato. Per studiosi come Alfred Marshall, Knut Wicksell e Leon Walras era abbastanza ovvio che in alcuni settori la mano pubblica dovesse essere piuttosto visibile, ed era così per il fondatore dell’economia benessere Artur Pigou, negli anni venti del novecento. Nei decenni successivi c’è stata invece una torsione liberista in chiave di politica economica che ha trascinato dietro di sé anche la teoria, codificata nella nuova economia del benessere, che vede lo Stato come ricettacolo di inefficienza e corruzione, o al più come attore residuale.

Link alla seconda parte dell’intervista

Link alla terza parte dell’intervista

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