Il conto da un trilione che OpenAI non può pagare: lo dice la sua stessa CFO

Dimitri Stagnitto

1 Maggio 2026 - 07:00

Sarah Friar ha avvertito internamente che la società potrebbe non riuscire a finanziare i contratti compute già firmati. I segnali sono sempre più evidenti, per chi vuole vederli.

Il conto da un trilione che OpenAI non può pagare: lo dice la sua stessa CFO

Le bolle, quando si rompono, non lo fanno mai con un boato, quello arriva poco dopo. Le bolle esplodono con un memo interno che finisce sul Wall Street Journal. Lo fanno con la frase di un dirigente che, in una stanza chiusa, smette di sostenere la narrazione che fuori dalla stanza tutti continuano a recitare.

Questo è esattamente quello che è accaduto a OpenAI due giorni fa, il 28 aprile, quando il giornale di Rupert Murdoch ha rivelato che la CFO Sarah Friar ha avvertito colleghi e consiglio che la società «potrebbe avere difficoltà a finanziare i futuri accordi compute» se la crescita dei ricavi non accelera. Tradotto: i contratti che abbiamo firmato per costruire il futuro dell’intelligenza artificiale, oggi, non li riusciamo a pagare.

La frase è di una banalità contabile disarmante, e proprio per questo è devastante. Perché chi la pronuncia non è un analista contrarian né un giornalista scettico — siamo già abbondantemente serviti, su quel fronte: ne ho scritto io stesso proprio ieri, quando i conti dei quattro hyperscaler hanno mostrato un capex aggregato che eccede il loro stesso free cash flow. Chi la pronuncia è la direzione finanziaria della società che di quel capex è il principale assorbitore. Non è la sola ovviamente, fa quasi ridere che in Meta stia succedendo qualcosa di molto simile.

Quando la matematica smette di tornare

I numeri li hanno messi in fila il WSJ e poi CNBC: gli impegni compute pluriennali di OpenAI ammontano a circa un trilione di dollari. Tre­cento miliardi a Oracle in cinque anni, una cinquantina ad Amazon fra capacità AWS ed equity, multi-year vincolato a Microsoft via Azure, quindici a CoreWeave.

Sull’altro lato del bilancio, OpenAI gira a circa venticinque miliardi di ricavi annualizzati. È un rapporto di quaranta a uno fra obbligazioni contratte e fatturato corrente, in un settore dove il fatturato corrente di sei mesi fa era già stato spacciato come «in crescita esponenziale che si autoalimenterà».

Il problema non è la cifra in sé — anche un’azienda mediocre, in fase di scale-up, può avere capex multipli dei ricavi. Il problema è che quel capex non è discrezionale. Sono contratti pluriennali, take-or-pay nella sostanza, su infrastrutture costruite ad hoc che esistono per servire OpenAI. Non si possono ridiscutere senza distruggere valore lungo tutta la filiera. E quando la CFO scrive ai colleghi che potremmo non farcela, non sta facendo un esercizio di stress test prudenziale: sta dicendo che il piano industriale, così com’è, ha un buco.

Friar lo ha detto anche in un altro modo, più educato e in pubblico: vuole rinviare l’IPO al 2027, mentre Sam Altman insiste per il quarto trimestre 2026 per la sua scommessa di IPO da mille miliardi. Sembra una disputa di calendario: non lo è. È la differenza fra chi conosce i numeri e chi li racconta.

Perché Tokyo è crollata e Microsoft no

La reazione del mercato, il 28 aprile, ha disegnato la mappa esatta dell’esposizione. SoftBank a Tokyo ha perso il 9,86% in una sola seduta — la peggior giornata in sei mesi per Masayoshi Son. Oracle ha lasciato sul terreno fino a sei punti, Nvidia due, Broadcom quattro, AMD sei, il Nasdaq-100 un punto e mezzo. Microsoft, Alphabet e Amazon hanno tenuto, nonostante siano fra i principali esposti.

La differenza non è di gravità del danno potenziale: è di leva finanziaria sull’AI.

Microsoft e Alphabet sono colossi che generano cash flow operativo nell’ordine dei cento miliardi annui ciascuno: possono assorbire un capex AI sproporzionato perché lo finanziano internamente, e perché senza l’AI sarebbero comunque aziende fra le prime al mondo. Oracle, SoftBank, CoreWeave invece all’AI hanno appeso tutto il loro racconto borsistico — Oracle ha rifatto la equity story sul contratto OpenAI, il caso Oracle è da settimane il segnale che la fragilità non è dei colossi, ma dei loro fornitori di infrastruttura. È sempre stato così, nelle bolle: il primo a saltare non è il committente, è chi ha venduto risorse reali a credito.

Su questo schema, peraltro, Anthropic continua a marciare in direzione opposta, con un run rate sopra i trenta miliardi e una valutazione che corre verso i quattrocento. Non perché Anthropic sia un’azienda inattaccabile — non lo è — ma perché si è collocata nel segmento enterprise e perché, almeno per ora, i ricavi corrono al ritmo del compute, non in ritardo.

Nel mondo a tre — OpenAI, Anthropic, Google — chi mancava i target era considerato un caso isolato. Adesso il caso isolato è diventato il leader di mercato: e questo, per definizione, non è più un caso.

Il dito Altman, la luna Friar

C’è una controvoce che andrà anticipata, perché è seria. Lo ha messo nero su bianco Fortune, citando un veterano analista tech: il mercato sta esagerando, missare un target trimestrale non equivale a far esplodere una bolla, e gli hyperscaler hanno ancora bilanci robusti per assorbire qualunque rallentamento di OpenAI.

È un argomento solido in apparenza, ed è proprio questo a renderlo pericoloso. Perché cambia oggetto: parla degli hyperscaler — Microsoft, Alphabet, Amazon — quando la tensione è invece sulla catena delle controparti compute (Oracle, CoreWeave, SoftBank, e a cascata Nvidia, Broadcom, AMD). Sono due strati diversi della stessa filiera.

Il punto, in fondo, è di un’eleganza quasi tassonomica: Altman vede il capex come investimento, e quindi come qualcosa che si giustifica prospetticamente. Friar lo vede come obbligazione, e quindi come qualcosa che deve essere certi di poter pagare, già oggi. Finché i ricavi crescono al ritmo previsto è solo una questione di punti di vista, quando smettono la differenza diventa sostanziale. In quel momento la differenza fra il CEO e il CFO diventa la differenza fra un sogno e una scadenza.

Cosa significa per chi guarda da fuori

In questa bolla, come avevo già scritto, ci sono ormai i soldi di tutti. Tramite ETF, fondi pensione, gestioni patrimoniali, dossier di previdenza complementare: l’esposizione indiretta dei risparmiatori italiani al complesso AI passa per Microsoft, Alphabet, Nvidia, Oracle, SoftBank, ed è già nei vostri portafogli, anche se non ve ne accorgete.

Nel mio libro Internet dopo internet ho provato a raccontare come la fase di intermediazione algoritmica di internet abbia consegnato a un manipolo di società una concentrazione di valore senza precedenti nella storia industriale; quello che sta accadendo adesso è il momento in cui quella concentrazione di valore tenta di rinnovarsi sull’AI, scoprendo però che il prezzo da pagare per il rinnovamento è strutturalmente più alto del rendimento atteso.

È il momento di un cambio di prospettiva: smettere di chiedere agli investitori AI di dimostrare la crescita, e iniziare a chiedere ai loro CFO di dimostrare la solvibilità. Perché se la prossima frase di Sarah Friar — o di un suo omologo in Oracle, o in CoreWeave, o in SoftBank — sarà più dura di questa, la bolla non scoppierà con un boato. Sarà già scoppiata, e ce ne accorgeremo dal silenzio.

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