Seicento miliardi nell’AI e il conto non torna: oggi è il giorno della resa dei conti

Dimitri Stagnitto

29 Aprile 2026 - 20:43

Oggi Microsoft, Alphabet, Meta e Amazon presentano le trimestrali con $600 miliardi di capex AI già a bilancio. Gli investitori vogliono sapere quando arriveranno i ritorni.

Seicento miliardi nell’AI e il conto non torna: oggi è il giorno della resa dei conti

C’è un’immagine che si ripete, identica, in ogni grande ciclo speculativo: l’investitore che compra il biglietto del treno senza sapere dove arriva il treno. Oggi, mercoledì 29 aprile 2026, Microsoft, Alphabet, Meta e Amazon presentano le trimestrali del primo quarto dell’anno. Il mercato le aspetta come una prova del nove — la prima vera verifica se seicento miliardi di dollari investiti in infrastruttura AI stiano producendo qualcosa di misurabile. In realtà la domanda che nessun analista pone nei comunicati ufficiali, ma che tutti pensano, è più brutale: chi pagherà il conto?

Perché il conto esiste, è concreto e al momento nessuno dei Quattro ha dimostrato di saper rientrare dall’investimento che ha fatto. Il capex aggregato dei hyperscaler nel 2026 — Amazon $200 miliardi, Alphabet tra i $175 e $185 miliardi, Meta tra $115 e $135 miliardi, Microsoft con un run rate già stabilizzato intorno ai $107 miliardi — ha superato la generazione interna di free cash flow, obbligando le stesse aziende a tornare sui mercati del debito per la prima volta dall’era delle dotcom. Non è un dettaglio tecnico. È la struttura di una bolla che si forma.

Seicento miliardi di dollari: chi li spende e perché

Per capire la portata della cifra conviene mettere in fila i numeri senza retorica. Nel solo quarto ottobre-dicembre 2025, Microsoft ha speso $29,88 miliardi in capex — un aumento dell’89% anno su anno in un singolo trimestre. Alphabet nel 2025 ha raddoppiato il capex rispetto all’anno precedente e nel 2026 prevede di portarlo a $180 miliardi. Amazon ha già comunicato $200 miliardi di investimenti pianificati per l’anno. Meta, che fino al 2022 bruciava miliardi nel metaverso e veniva derisa per questo, ha rialzato la testa e ora guida la propria spesa AI verso $125 miliardi.

Complessivamente, i Quattro sono pronti a versare tra i $600 e i $645 miliardi in data center, chip Nvidia, accordi di fornitura energetica a lungo termine e acquisizioni di terreni. Per avere un termine di paragone: è più del PIL annuale della Svezia. È tre volte il piano di investimenti che l’Europa intera discute da anni per la transizione energetica senza riuscire a stanziarlo.

La narrazione ufficiale è quella del «Silicon Supercycle»: l’AI è la prossima infrastruttura produttiva, come l’elettricità nel Novecento, e chi non investe oggi rimarrà fuori dal mercato domani. È una narrazione parzialmente fondata — ma le ombre dietro la corsa delle Big Tech si intravedono già dai bilanci, non dai comunicati stampa.

Quando il capex supera la cassa, il debito entra in scena

Il problema strutturale che oggi si manifesta è questo: per la prima volta dal ciclo speculativo delle dotcom, il capex aggregato dei hyperscaler supera il free cash flow che le stesse aziende generano internamente. Per finanziare la corsa all’AI, Amazon, Microsoft e Alphabet stanno tornando sui mercati obbligazionari — emettendo debito che sarà ripagato, in teoria, dai ricavi futuri dell’AI.

«Quello che gli investitori cercano — e che anche noi cerchiamo — è capire qual è il ritorno su tutto questo capitale speso», ha dichiarato Joe Maginot di Madison Investments a Bloomberg il 28 aprile. Non è una domanda retorica. È la domanda che ogni investitore istituzionale si sta ponendo davanti alle trimestrali di oggi, e alla quale nessuno dei Quattro ha ancora dato una risposta soddisfacente.

Il punto critico è che l’AI generativa, al momento, produce ricavi prevalentemente attraverso due canali: le subscription enterprise (Microsoft Copilot, Google Workspace AI, Claude for Business) e i servizi cloud AI-as-a-service (AWS Bedrock, Google Vertex, Azure OpenAI). Questi segmenti crescono — ma non abbastanza in fretta da giustificare la curva di capex. OpenAI ha raggiunto $25 miliardi di ricavi annualizzati, Anthropic ha appena superato i $30 miliardi. Sono cifre importanti, ma sono i ricavi dei vendor — non il ritorno sull’investimento di chi ha costruito l’infrastruttura sotto.

L’EPS di Alphabet è già il segnale che nessuno vuole leggere

C’è un numero nelle attese degli analisti per la trimestrale di oggi che vale più di qualunque dichiarazione del management: l’EPS (utile per azione) di Alphabet è atteso in calo del 6,4% anno su anno, a $2,63, nonostante ricavi previsti a $106,9 miliardi. Una società con oltre cento miliardi di dollari di ricavi trimestrali che diluisce gli utili per azione — non per una crisi del core business, ma per il peso del capex AI che non sta ancora generando un ritorno proporzionale.

Non è la fine del mondo. Ma è esattamente il tipo di segnale che il «tacchino induttivo» di Nassim Taleb non riesce a leggere: tutto sembra solido, i ricavi crescono, il titolo tiene — fino al momento in cui la struttura dei costi rivela che il modello economico sottostante non si chiude. Il tacchino viene nutrito ogni giorno, costruisce la sua teoria («l’AI è un buon investimento»), e poi arriva novembre.

D’altro canto, non è corretto equiparare il capex AI al capex del metaverso — quella fuffa tecnologica che Meta ha bruciato senza produrre nulla di rilevante. L’infrastruttura AI viene già usata da migliaia di imprese, ha un mercato reale, e i cicli infrastrutturali hanno sempre un lag tra l’investimento e il ritorno. Chi investì nelle ferrovie americane negli anni ’80 dell’Ottocento vide prima la bolla deflazionarsi, poi — decenni dopo — il ritorno arrivare. Il problema è che il parco buoi che compra i titoli oggi non ha decenni davanti.

Anche i ricavi di OpenAI e Anthropic non cambiano i termini del problema

Vale la pena affrontare un’obiezione che circola: se OpenAI è arrivata a $25 miliardi di ricavi annualizzati e Anthropic ha appena superato i $30 miliardi — con una crescita trentavolte in quindici mesi per quest’ultima — non significa che il mercato AI esiste e funziona?

Sì e no. Questi sono i ricavi dei modelli, non dei loro finanziatori infrastrutturali. Anthropic non possiede data center — compra capacità su AWS, Google Cloud e Azure. Il fatto che Claude generi $30 miliardi di ricavi è una buona notizia per Amazon e Google, che incassano i margini cloud. Non è necessariamente una buona notizia per l’azionista di Amazon che ha comprato il titolo a multipli che scontano un ritorno diretto sull’AI. La bolla dell’IA è vicina, si chiede già da mesi money.it — e la risposta più onesta è che non lo sappiamo ancora, ma la struttura del debito che si sta formando sotto i bilanci dei hyperscaler è il tipo di fondamenta su cui le bolle si costruiscono.

Oggi si apre il sipario. Le trimestrali di stasera diranno qualcosa — ma non la cosa più importante. La cosa più importante la dicono già i bilanci: il capex supera il free cash flow, il debito cresce, e il ritorno sull’investimento è ancora, nella migliore delle ipotesi, una promessa. Chi vuole valutare l’AI come investimento deve tenere presente i 3 fattori di rischio per il 2026 che si intrecciano in questo ciclo — geopolitica, tassi e appunto la resa dei conti del capex tech.

Seicento miliardi non sono una scommessa sbagliata per definizione. Sono una scommessa il cui orizzonte temporale è incompatibile con quello di chi compra i titoli oggi. E quando l’orizzonte non coincide, a pagare il differenziale è sempre lo stesso soggetto: l’investitore retail che arriva alla festa quando il buffet sta per chiudersi.