Gli Emirati lasciano l’OPEC e qualcuno ci promette già benzina a buon mercato. Sarebbe bello, se non fosse falso

Dimitri Stagnitto

1 Maggio 2026 - 09:12

Mentre i giornali italiani parlano di un «tesoretto da sette miliardi» grazie alla fine del cartello, il Brent ha appena chiuso un nuovo record annuale a 122 dollari.

Gli Emirati lasciano l’OPEC e qualcuno ci promette già benzina a buon mercato. Sarebbe bello, se non fosse falso

Oggi, primo maggio 2026, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio perderà il suo terzo produttore. Gli Emirati Arabi Uniti — il 13% della capacità OPEC, 5 milioni di barili al giorno di potenziale produttivo entro il 2027, secondo i piani di ADNOC — sono usciti dal cartello e dall’allargamento OPEC+.

Lo hanno annunciato il 28 aprile. Il giorno dopo, il 29, il Brent ha toccato il record annuale di 122,53 dollari al barile. La sera del 30, mentre i quotidiani italiani titolavano sul «tesoretto da sette miliardi» che la liberalizzazione del mercato porterebbe nelle casse del Paese, il greggio chiudeva ancora sopra i 121 dollari.

Sono due frasi che, messe in fila, dovrebbero suggerire prudenza a chi le scrive. Eppure la narrazione che si è imposta in poche ore è quella per cui «meno cartello uguale meno prezzo», con tanto di esperti citati nei pastoni che parlano di sconti alla pompa e accise da rimodulare al ribasso.

È esattamente il tipo di sillogismo che fa felici i lettori e infelici gli addetti ai lavori. Perché smonta una struttura — il coordinamento OPEC — senza guardare quella che la sostituisce. E quella che la sostituisce, oggi, è uno Stretto chiuso e un mercato senza regista.

Per capire cosa significhi davvero l’uscita di Abu Dhabi bisogna ricordarsi a cosa serviva l’OPEC: a coordinare i tagli, non gli aumenti. Il cartello ha fatto la storia degli ultimi cinquant’anni decidendo quanto petrolio togliere dal mercato per sostenere i prezzi, non quanto aggiungerne.

Per gli Emirati, che hanno una capacità installata superiore alla quota loro assegnata e che hanno investito venti miliardi nella raffineria di Ruwais e nei capacity expansion plans di ADNOC, restare nell’OPEC voleva dire continuare a tenere chiuso un rubinetto che si poteva aprire. La rottura, da questo punto di vista, è la conseguenza naturale di una divergenza industriale che dura da anni — e che la guerra in Iran ha solo accelerato, perché Abu Dhabi ha subìto colpi diretti e vuole flessibilità per rispondere alle esigenze dei propri clienti, mentre Riyadh resta su una linea più compromissoria.

Tutto questo, però, sarebbe materiale per un commento di geopolitica energetica in tempi normali. Questi non sono tempi normali. Perché nello stesso momento in cui il cartello perde un pezzo, il vero coordinatore del mercato — la geografia — si è preso il controllo della scena. E ha già detto la sua.

Il vero punto è geografico, non politico

Lo Stretto di Hormuz, prima della crisi iraniana, lasciava transitare circa venti milioni di barili al giorno: un quinto del consumo mondiale, e praticamente tutto il greggio del Golfo.

Dopo l’escalation di marzo e il riblocco di metà aprile da parte di Teheran, secondo i dati dell’IEA quei flussi sono scesi prima a tre virgola otto, poi attorno ai due milioni di barili. Hormuz oggi non muove un quinto del petrolio mondiale: ne muove un cinquantesimo.

È questa, e non il dispetto degli Emirati, la ragione per cui il Brent staziona sopra i 120 dollari nonostante OPEC+ abbia perfino annunciato un parziale unwind dei tagli (oltre 200 mila barili al giorno aggiuntivi da maggio, condizionati però alla riapertura della rotta).

Il punto è semplice e poco gradito: si può togliere ogni quota a ogni produttore del Golfo, ma se i barili non riescono a uscire dallo Stretto, restano dove sono. Il cartello non aveva più peso da mesi; era la rotta a fare il prezzo. E la rotta resta lì, larga cinquantaquattro chilometri nel suo punto più stretto, ostaggio di un conflitto che non si chiuderà la settimana prossima.

Per inciso: anche il progetto da venti miliardi che dovrebbe aggirare Hormuz esiste sulla carta da anni, ma sulla carta — non in mare — ed è un cantiere che non risolve nessun problema di chi ha bisogno di greggio adesso.

Perché il «tesoretto da sette miliardi» è un’illusione contabile

Il claim che gira sui giornali italiani — sette miliardi di risparmio sulla bolletta energetica grazie al greggio meno caro — si regge su due ipotesi tacite. La prima è che la fine del coordinamento OPEC produca un calo del prezzo. La seconda è che quel calo arrivi nei prossimi mesi. Entrambe sono molto opinabili.

La prima ipotesi vale solo cæteris paribus: con Hormuz operativo, e con una domanda mondiale piatta. Ma Hormuz non è operativo, e la domanda è in fase di rimbalzo perché il consumo industriale americano ed europeo si sta ricalibrando dopo lo shock di gennaio. Il calcolo del «tesoretto» è quindi un esercizio aritmetico fatto su un mondo che non esiste. Sull’altra sponda, la Banca Mondiale ha rivisto al rialzo del 24% le previsioni di prezzo dell’energia per il 2026 (Commodity Markets Outlook, 28 aprile) — il livello più alto dall’invasione russa dell’Ucraina — e l’IEA prevede un Brent medio annuo a 86 dollari contro i 69 del 2025. La direzione, per ora, non è quella del risparmio.

La seconda ipotesi è ancora più fragile: anche ammesso che la fine del coordinamento liberi quote produttive, la trasmissione al prezzo finale del carburante in Italia richiede tempi di mesi (il crack spread — il costo per trasformare il greggio in benzina o diesel — è oggi compresso da un sistema di raffinazione europeo già al limite). Il «tesoretto» promesso, semmai arrivasse, lo vedrebbero i contribuenti del 2027, non gli automobilisti di luglio.

C’è una controvoce, e va presa sul serio. Andrea Giuricin, citato dai quotidiani in queste ore, sostiene che nel medio periodo un mercato senza coordinamento OPEC è strutturalmente più competitivo, perché Riyadh è costretta a difendere quota di mercato pompando di più — quindi: meno disciplina, prezzi più bassi a regime. È un argomento che dipende interamente da una variabile non controllata, ovvero la riapertura di Hormuz. È una previsione che si avvera se prima si avvera un’altra cosa, che però non è di nostra competenza farla avverare. Una previsione condizionale, in finanza, si chiama scommessa.

Cosa cambia nei portafogli e alla pompa

C’è poi il versante macro, che riguarda chi non si occupa di petrolio ma riceve la bolletta. La BCE, riunitasi proprio il 30 aprile, ha tenuto i tassi fermi al 2%/2,15%/2,40%, ma ha rivisto al rialzo la stima di inflazione 2026 al 2,6%, esplicitamente in ragione dello shock energetico mediorientale. Lagarde non si è impegnata su nulla di puntuale, com’è suo costume; ma ha sfilato di nuovo l’opzione di un rialzo «misurato» qualora l’inflazione complessiva si dimostrasse «ampia ma non troppo persistente». Tradotto: se il petrolio resta sopra i 100, i tassi non scenderanno. E i tassi, per chi ha un mutuo a tasso variabile o un prestito da rinnovare, sono il vero costo aggiuntivo della crisi energetica — molto più dei due o tre centesimi al litro che si recuperano se il greggio scendesse.

In questa logica, festeggiare l’uscita degli Emirati come una buona notizia per il Paese è il classico errore di chi guarda il dito e non la luna. La fine del cartello cambierà davvero le carte sul tavolo, ma non come ce la stanno raccontando: cambierà nel senso che ci consegnerà un mercato meno governato, non più libero — più volatile, più esposto agli umori di Trump, alle decisioni isolate di un singolo produttore, agli annunci notturni di un ministro saudita o a un ennesimo blocco navale. Per un Paese che importa il 100% del proprio fabbisogno di greggio, «più volatile» non è mai un sinonimo di «più conveniente».

Gli shock energetici degli anni Settanta hanno insegnato una cosa che ci ostiniamo a dimenticare ogni volta che la torniamo ad avere davanti: l’autonomia strategica non si conquista smontando i cartelli, si conquista controllando le rotte o, in alternativa, costruendo le proprie. L’Italia non controlla né i giacimenti né le rotte; non ha pipeline alternative significative; non ha capacità di storage strategico paragonabile a quella tedesca o francese. Festeggiare la fine dell’OPEC, in queste condizioni, è come festeggiare lo scioglimento di un sindacato quando il problema non era mai stato il sindacato, ma il fatto di essere a libro paga di chiunque decidesse di assumere o licenziare.

Se il Brent sopra i 120 ci dice qualcosa, non è che il cartello è morto: è che la geografia è viva. E la pompa, in Italia, non è mai irrilevante. Solo quando smetteremo di cercare salvezza nei comunicati di un ministro di Abu Dhabi e cominceremo a costruirne una nostra, allora sì che potremo parlare di tesoretti. Fino a quel momento, si chiama tassa occulta.