IPO e M&A: Wall Street regina della finanza straordinaria, primo quarto 2018 al top dal 2007

Le grandi operazioni di M&A annunciate nei primi tre mesi di quest’anno negli Stati Uniti sono schizzate superando il precedente record di 941 miliardi di dollari toccato nel 2000

Con 1,2 trilioni di dollari di operazioni M&A annunciate e 17,2 miliardi di dollari in nuove IPO nel primo trimestre dell’anno, il 2018 segna il ritorno in grande stile della grande finanza straordinaria nei corridoi di Wall Street. Secondo i dati snocciolati dalla testata online britannica Dealogic, le grandi operazioni di M&A annunciate nei primi tre mesi di quest’anno negli Stati Uniti sono letteralmente schizzate superando il precedente record di 941 miliardi di dollari toccato nel 2000 e superando “di gran lunga” la media storica degli ultimi 23 anni. Tendenza, nel suo piccolo, in atto anche in Italia.

Non da meno il settore IPO (acronimo di Initial Public Offering, in italiano quotazione su mercato regolamentato) che fra il 1° gennaio e il 30 marzo scorso ha censito il maggior numero di operazioni dal 2008.

Il boom delle operazioni M&A ma le fee delle banche d’affari scendono

Nel primo quarter 2018 il volume globale di operazioni di fusione e/o acquisizioni (M&A, acronimo di Merger & Acquisition) è salito a 1,12 trilioni di dollari, registrando la crescita maggiore di sempre nei primi tre mesi dell’anno. Questa cifra ha consentito al settore M&A di superare i precedenti record del 2007 (1,08 trilioni di dollari) e 2000 (1,06 trilioni di dollari). Interessante notare che la size media a livello aggregato dei deal realizzati nel primo trimestre su scala globale ha raggiunto $ 274 milioni, il valore più alto mai registrato.

Mentre volumi e controvalori delle operazioni M&A nelle Americhe e nell’area Emea è cresciuto superando i precedenti massimi pre-crisi, in Cina le cose sono andate un po’ diversamente. L’aumento del protezionismo negli Stati Uniti e le pressioni del governo di Pechino per frenare le acquisizioni di società estere da parte dei gruppi cinesi hanno contribuito a zavorrare l’attività cinese M&A verso l’estero. Il settore ha dunque registrato il peggior inizio di dal 2013 con “soli” 13,7 miliardi di dollari di controvalori. L’attenzione delle aziende cinesi e così stata veicolata sul mercato interno, dove sono state annunciate operazioni per 110,6 miliardi di dollari. Ecco di seguito la tabella che riassume le 10 maggiori operazioni M&A annunciate nei primo trimestre dell’anno:

L’insieme di tutte queste operazioni ha permesso alle grandi banche d’affari d’Oltreoceano di mettersi in tasca, in aggregato, oltre 5,4 miliardi di dollari in commissioni di consulenza nei primi tre mesi dell’anno. Se ad impatto può sembrare una cifra enorme, rammendiamo che le commissioni pagate alle banche d’affari sono calate del 14% su base annua.

Nella classifica da inizio anno troviamo Morgan Stanley che con 64 operazioni e circa 302 miliardi di dollari spodesta dal primo posto Goldmans Sachs, con quest’ultima che invece scivola al terzo posto in termini di valore (238,6 miliardi nonostante gli 81 deal portati a casa).

Nonostante ciò, i dealmaker sperano di ottenere ancora 10 miliardi di dollari di commissioni dagli accordi annunciati nei rimi tre mesi dell’anno e non ancora giunti in porto. La pipeline delle operazioni M&A programmate al 30 marzo 2018 era una delle più consistenti di sempre, fra i deal più interessanti in cantiere segnaliamo Viacom/CBS, Nissan/Renault e Wal-Mart Humana, operazioni che potrebbero continuare ad alimentare il pool di commissioni di consulenza per il secondo e terzo trimestre 2018.

Il boom delle IPO transfrontaliere

Il primo quarter del 2018 ha visto il più alto volume di IPO negli Stati Uniti mai registrato da dieci anni a questa parte (17,2 miliardi di dollari di controvalore attraverso 51 operazioni). Prima dello scoppio della crisi, nel 2008, il controvalore delle IPO a Wall Street aveva raggiunto quota 24,2 miliardi di dollari attraverso 25 operazioni nel primo trimestre, spinte dall’IPO record di Visa che valse 19,7 miliardi di dollari.

Il sito web britannico Dealogic pone però l’accento sul fatto che la maggior parte di queste operazioni sono state condotte da società estere non basate negli Usa. In numeri, delle 51 società quotate negli Stati Uniti nell’ultimo trimestre, 14 provenivano da fuori dagli Stati Uniti, con un aumento di 6,9 miliardi di dollari.

Tra il primo trimestre 2013 e il terzo trimestre del 2017, le società non statunitensi hanno rappresentato una media trimestrale del 21,3% di tutti i volumi di IPO negli Stati Uniti; questa percentuale è balzata al 44,3% nel quarto trimestre 2017, ed è rimasto tale in quest’ultimo trimestre.

Quotarsi negli Stati Uniti conviene?

Uno dei motivi per cui le società straniere scelgono gli Stati Uniti è che Wall Street offre una base di investitori internazionali più ampia. In secondo luogo, alle aziende piace la possibilità di avere una struttura azionari divisa per “classi”. Quest’ultimo punto è molto attraente lato imprese tecnologiche cinesi. Nel primo trimestre del 2018 si sono quotate negli Usa 9 società cinesi, di cui 6 avevano una struttura azionaria “a doppia classe”.

Al di là di questi aspetti meramente qualitativi, quotarsi su di un mercato statunitense paga in termini di rendimento? Per gli esperti non vi è alcuna garanzia che una quotazione negli Usa possa generare rendimenti: i prezzi delle azioni di 7 delle prime 10 società non statunitensi quotate nel primo trimestre del 2018 sono tutti diminuiti il primo giorno di quotazione e non si sono ancora ripresi.

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