Euro ed Italia: storia di un grande errore?

Livio Spadaro

31 Ottobre 2015 - 08:02

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Dall’ingresso nella moneta unica l’Italia sembra che non ne abbia ricevuto grossi benefici. L’Euro è sostenibile per l’Italia? E ,più in generale, l’Eurozona può continuare ad esistere?

Dagli ultimi dati macro economici pubblicati in queste settimane, sembra che l’Italia stia tornando ai livelli di pre-crisi. Tuttavia l’Euro ha causato non pochi problemi all’economia Italiana e questi problemi potrebbero ripresentarsi se non verranno attuate le giuste riforme necessarie per il Paese. Vediamo nell’approfondimento se l’Euro è sostenibile per l’economia italiana basandoci anche sulle principali teorie di politica economica .

Gli effetti dell’Euro sull’Italia: giù salari e produzione

L’Italia ha un grande problema di partenza; la sua forma strutturale. Cioè in Italia è difficile fare impresa a causa della difficoltà di aprire un’azienda, espanderla e a licenziare i lavoratori, cosa che mette in guardia i datori di lavoro dall’assumere nuovo capitale umano, senza contare poi il divario Nord-Sud e il fenomeno della corruzione.

L’Italia si basa principalmente sulla medio-piccola impresa e questi problemi strutturali generano la difficoltà di creare economie di scala che alleggeriscano i costi delle aziende. Tuttavia il Bel Paese è sempre riuscito a crescere con la presenza della Lira poiché il governo giocava sui cambi valutari per cercare di riequilibrare i costi di produzione.

Con l’avvento dell’Euro, il Paese non ha potuto più contare sulla sovranità monetaria e ha dovuto tagliare i costi del bilancio non più svalutando la moneta ma tagliando direttamente i costi del lavoro. Non solo, l’Euro è una moneta molto più forte della vecchia Lira, il che ha portato grosse difficoltà agli esportatori italiani.

Per riportare il bilancio a livelli di pareggio, l’Italia è stata costretta ad introdurre politiche fiscali che hanno letteralmente soffocato la piccola e media impresa, tartassando la classe media (l’indice di Gini, indicatore di distribuzione di reddito di una nazione, è salito) oltre che a portare un drastico calo dei consumi.

Il taglio dei salari non è riuscito a rendere comunque le imprese italiane competitive e la tassazione alle stelle ha significato per molte di loro la morte economica. La chiusura delle aziende, l’abbassamento dei salari e l’aumento delle tasse ha portato ad un aumento stellare della disoccupazione, della diminuzione dei consumi e dell’abbassamento della redditività delle aziende, al deflusso di capitali e alla contrazione degli investimenti che hanno portato alla distruzione del PIL.

Non è un caso infatti che le aziende italiane spostino la sede di produzione all’estero dove i salari sono più competitivi e i consumi più elevati oppure semplicemente decidano di vendere. Quante aziende abbiamo visto passare di mano di questi tempi? Pirelli è passata in mano ai cinesi di ChemChina, Pininfarina agli indiani di Mahindra&Mahindra, World Duty Free agli svizzeri di Dufry, Italcementi ai tedeschi di Hedelberg solo per fare alcuni esempi.
Marchionne non ha mai fatto mistero di voler spostare le sedi di produzione in Polonia dove i salari costano meno e i consumi interni più elevati in proporzione.

Inoltre, la disoccupazione giovanile alle stelle (oltre il 40%), genera un deflusso di giovani lavoratori all’estero che brucia il capitale umano futuro e presente del Paese pesando sulla già debole crescita demografica. L’emorragia di giovani lavoratori all’estero peserà sulla crescita futura che dipende da quanto si investe nelle persone. La fuga di cervelli in pratica indebolirà la crescita italiana, rinforzando invece quelle dei Paesi che ospiteranno le giovani generazioni di lavoratori italiani.

Se pensiamo che la legge di Okun,che è una teoria che collega crescita del Pil alla disoccupazione, possa valere anche per l’Italia, servirebbero decenni di crescita di Pil ad un ritmo di almeno il 2% per riassorbire il divario tra disoccupazione reale e fisiologica..

L’Italia dal suo ingresso nell’Euro è cresciuta solo del 4% e solo adesso sta avendo timidi segnali di nuova crescita, ma un aumento dello 0,7% non è propriamente sintomo di un Paese in ripresa se consideriamo che la Cina è considerata in crisi con una crescita del 6,8%.

Inoltre crescita non è la stessa cosa di sviluppo. Lo sviluppo in politica economica è un concetto che ricomprende la crescita ma che più in generale considera il miglioramento delle condizioni di vita di una popolazione e l’Italia non conosce sviluppo, visto che le condizioni di vita si sono largamente abbassate.

Le soluzioni possibili per una ripresa dell’economia sono due: una è quella già elencata prima, con la Germania eroina d’Europa o al di fuori di essa, e la seconda è la stessa valida per la Grecia, la Finlandia, la Francia e via discorrendo: la fuoriuscita dall’Euro. Purtroppo, l’ultima soluzione sembra essere il comune denominatore di tutte le nazioni che fanno parte dell’Euro.

Euro: la Teoria di Mundell e l’area valutaria ottimale, la parola agli euro-scettici

Eppure eravamo stati avvertiti: il premio Nobel per l’economia del 1999 Robert Mundell aveva teorizzato l’area valutaria ottimale. Il concetto di area valutaria ottimale si concretizza nella convenienza ad adottare una moneta unica o un regime di cambi fissi per Paesi strettamente correlati da scambi commerciali o per la facilità nella mobilitazione dei fattori produttivi.

Nell’area valutaria ottimale si possono creare shock asimmetrici di carattere esogeno nei Paesi che fanno parte dell’area valutaria. Una variabile esogena che si presta bene al nostro esempio è lo shock da domanda: se la domanda di un prodotto aumentasse in un Paese mentre in un altro diminuisse, per evitare l’aumento di disoccupazione derivante dallo squilibrio nel Paese con il calo di domanda si dovrebbe giocare sul tasso di cambio, apprezzando la moneta del Paese con domanda forte e svalutando quello del Paese a domanda debole. Cosa non possibile in un regime a cambi fissi o in presenza di moneta unica.

Il rimedio alternativo sarebbe lo spostamento dei fattori produttivi assumendo che la variazione dei prezzi e dei salari sia flessibile che però non basterebbe da sola ma servirebbe comunque una stretta integrazione commerciale tra i due Paesi rendendo la cosa in linea teorica automatica. Inoltre, servirebbe un federalismo fiscale per permettere una migliore allocazione di risorse dal Paese più avvantaggiato a quello più svantaggiato.

Questo spiega lo spostamento dei fattori produttivi dell’Italia all’estero di cui parlavamo prima, ma la presenza di questi shock tutt’altro che rari rende l’area Euro un’area valutaria che si è dotata di moneta unica senza averne i requisiti, tradotto: uno di questi shock, se forte, produrrà la disgregazione dell’area valutaria.

Manca anche infatti una politica fiscale comune oltre che istituzioni sovranazionali come un Parlamento con più poteri e un Tesoro della zona Euro che dovrebbero regolamentarla e che rendono di fatto incompleta l’unione economica sin dalla sua introduzione.

Molti sono gli economisti euro-scettici, come l’ex capo-economista dell’Fmi, Blanchard, che ha affermato che la moneta unica non può funzionare in tutti i casi perché il problema della competitività affliggerà sempre i Paesi della zona Euro.

Lo stesso capo economista della Bce, Praet, in una presentazione tenutasi recentemente in Germania, ha mostrato i grafici di crescita della zona Euro, facendo vedere come effettivamente l’Euro non funzioni.

I grafici mostrati sono impietosi e sottolineano come la moneta unica forte abbia danneggiato quei Paesi che hanno sempre usato il gioco del svaluto/rivaluto per riappianare gli squilibri della bilancia commerciale senza aver mai fatto qualcosa di reale per curarli (esempi: Italia, Francia, Spagna, Grecia; insomma tutti quei Paesi in crisi) e che la crescita generale è stata ben al di sotto delle aspettative, così come l’aumento della produttività che messa in confronto a quella degli Stati Uniti viene da ridere.

Gregory Mankiw, noto esperto economista americano ed ex consigliere alla Casa Bianca, aveva predetto che l’Euro non solo sarebbe stato un fallimento economico ma anche che la moneta unica avrebbe accentuato i conflitti, le tensioni e le divisioni tra i Paesi membri (il caso migranti è un esempio).

Ma la lista degli economisti scettici sull’Euro sarebbe infinita e con nomi illustri: Milton Friedman, Paul Krugman, Rudiger Dornbusch (allievo di Mundell) solo per citarne alcuni.

La fine dell’Euro come soluzione di un’anemia di crescita?

Insomma, tutto lascerebbe propendere a pensare che la fine dell’Euro sia la cosa migliore per i Paesi aderenti. In effetti cercare di creare gli Stati Uniti d’Europa è un obiettivo ambizioso ma che al momento sembra inverosimile.

Aldilà del mal funzionamento economico e degli errori commessi di base nell’introduzione della moneta unica, ci sono delle differenze culturali provenienti da secoli di Storia da dover colmare. L’Europa è formata da Stati sì molto vicini tra loro geograficamente, ma le culture, le lingue, le tradizioni e i modi di pensare sono ancora troppo diversi per poter pensare di creare uno Stato europeo simile al modello degli Stati Uniti.

La gestione dei flussi migratori, le decisioni di politica estera e la crisi greca hanno fatto solo lasciare intendere che le crepe ideologiche tra gli Stati sono ancora troppo profonde per cercare di formare un cervello unico pensante.

Il QE e il ribasso dei prezzi del petrolio aiuteranno la ripresa dell’Eurozona?

Troppe sono le riforme strutturali da mettere in atto e che andavano fatte prima dell’introduzione della moneta unica per renderla più efficiente ed il Quantitative Easing messo in campo dal Presidente della Bce Mario Draghi sembra arrivare troppo tardi in confronto a economie che lo stanno sperimentando da anni e che non è detto che ne vedano i frutti (chiedete a Shinzo Abe). Neanche l’abbassamento dei prezzi del petrolio e la svalutazione dell’Euro per ora sembrano aiutare molto l’economia dell’Eurozona.

Il sogno di un’Europa unita per ora sembra avere più i contorni da incubo, visto che le prospettive future non sono delle più rosee. Tuttavia magari, chissà, il sogno potrà diventare realtà e l’Europa si riprenderà, d’altronde l’economia non è una scienza.

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