Così l’Italia sta sprecando migliaia di farmaci contro il Covid

Chiara Esposito

24 Ottobre 2021 - 11:09

condividi

Migliaia di farmaci salva-vita stanno per scadere. Quantifichiamo lo spreco e capiamo cosa si sta facendo per evitarlo. Dirottare dosi all’estero è un’opzione.

Così l'Italia sta sprecando migliaia di farmaci contro il Covid

Se c’è una questione capace di infiammare l’opinione pubblica è quella degli sprechi in ambito sanitario, soprattutto a seguito di tutti i sacrifici e le perdite registrate dall’inizio della pandemia ad oggi.

Allora perché si sente parlare così poco delle dosi inutilizzate di farmaci salvavita in scadenza già il 31 dicembre? La notizia vera e propria è stata diffusa solo di recente, ma c’è anche chi evidenziava delle incongruenze nel sistema a dicembre 2020.

Attualmente, a quasi un anno di distanza, si torna a parlare di un paradosso dai pesanti risvolti sanitari, politici ed etici. La ricostruzione della vicenda potrà sciogliere qualche dubbio su come si sia arrivati fin qui e come si sta decidendo di agire per smaltire le scorte in giacenza, ma la scelta in sé per sé resta piuttosto oscura alla luce dell’insensatezza dell’intera manovra.

Il caso di dicembre 2020

Lo scoop del Fatto Quotidiano è datato dicembre 2020 e riporta lo stesso oggetto odierno: anticorpi monoclonali presenti sul territorio ma indirizzati all’estero.

All’epoca Massimo Clementi, virologo del San Raffaele di Milano disse:

“Abbiamo ‘pallottole’ specifiche contro il virus. Possono salvare migliaia di pazienti, evitare ricoveri e contagi, ma decidiamo di non spararle. Non si spiega”.

La situazione era la seguente: il farmaco prodotto in un stabilimento di Latina veniva destinato all’export, a salvare pazienti americani per la precisione. Il tutto, trattandosi a quel tempo di trail clinici, a titolo gratuito. Sempre secondo la medesima testata portavoce dell’inchiesta, in quella sede l’AIFA e la struttura di Arcuri ribadirono che finché non c’era l’autorizzazione EMA non si poteva procedere differentemente.

Successivamente però si parlò di veri e propri acquisti da parte degli Stati Uniti (950mila dosi), Canada e persino Germania.

Anticorpi monoclonali a rischio: cosa è successo?

Attualmente i monoclonali in scadenza sarebbero 68mila, corrispondenti ad almeno 30mila trattamenti poiché in sette mesi sono state usate solo 12mila dosi su 80mila presenti a fronte di 50mila nuovi contagiati. Come sostengono gli esperti però, ai ritmi di 500 trattamenti a settimana non si riusciranno a smaltire per tempo.

I farmaci sarebbero arrivati in diversi lotti tra marzo e maggio 2021 ma non si spiega l’estrema parsimonia con cui sono stati impiegati. La somministrazione non sembra essere dipesa dai livelli di contagio e non vi sono stati incentivi per curare le persone più a rischio.Solo in casi di estrema necessità si è fatto ricorso a questa tipologia di intervento.

L’accortezza però sembra essere stata davvero troppa anche perché il rischio si poteva prevedere e il danno era totalmente evitabile attraverso un razionamento più omogeneo. Lo scarso utilizzo delle terapie anti-covid poi è sotto gli occhi della comunità scientifica ormai da mesi poiché già a marzo AIFA pubblicava report sull’andamento delle prescrizioni e le tabelle mostravano una progressione deludente nelle dispensazioni, con marcate differenze tra una regione e l’altra oltretutto.

Il trattamento in sé non è neppure dispendioso a livello di risorse: un’unica flebo e un paio d’ore di permanenza in ospedale.

Possibili spiegazioni...

Sulla vicenda surreale si indaga solo oggi e la Corte dei Conti ha da poco aperto un fascicolo che parte proprio dalla ricostruzione del Fatto, quando alla vigilia della seconda ondata 2020, AIFA e Ministero della Salute non si adoperarono per intervenire gratuitamente su 10mila pazienti con l’anticorpo Bamlamivimab dellla Eli Lilly.

Solo sei mesi dopo si procedette all’acquisto con alti costi da pagare in termini di vite umane e di risorse economiche. Al momento i magistrati contabili, anche attraverso diverse interrogazioni parlamentari, vogliono accertare se quel rifiuto fu “una scelta pubblica adeguatamente ponderata”.

I motivi più papabili sono questi:

  • difficoltà di garantire le infusioni entro 72 ore dal tampone;
  • carenza di strutture autorizzate;
  • medici di base non collaborativi;
  • criteri di eleggibilità dei pazienti inizialmente troppo restrittivi.

Meno risolvibile però è la circostanza odierna, a meno che non si esportino tutte le dosi inutilizzate.

...e deludenti soluzioni: dirottare all’estero

Il 12 ottobre scorso è stata colta letteralmente al volo l’occasione di “smaltire” alcune fiale in giacenza: 5200 dosi sono state caricate su un areocargo diretto a Bucarest. La Romania è infatti straziata dai contagi e richiede attualmente ossigeno, ventilatori e farmaci all’Europa.

Se quelle fiale ormai lontane dagli ospedali italiani fossero state però almeno le prime a scadere non è dato saperlo: Vincenzo Tamarindo, portavoce dell’ambasciata a Bucarest afferma di non avere dettagli tecnici dei lotti consegnati e alla responsabile Ida Fortino non è mai arrivata l’autorizzazione a fornire alla stampa i dati richiesti su giacenze e scadenze. Solo silenzio da parte dell’ufficio dell’assessore alla Salute Letizia Moratti e dei suoi collaboratori.

Una dato però ci è concesso averlo, quello del valore del carico: 6,5 milioni di euro.

Argomenti

# Italia

Iscriviti a Money.it