Caso Eni Nigeria: proseguono le indagini sulla presunta maxi tangente

Simone Casavecchia

13 Settembre 2014 - 11:18

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Pagamenti ben distribuiti a società straniere e manager italiani, queste le accuse della procura di Milano verso i vertici presenti e passati del gruppo.

Arriva a un primo, provvisorio, anche se fondamentale, punto d’arrivo l’inchiesta avviata mesi fa dalla Procura di Milano sulle attività di Eni in Nigeria. L’inchiesta che vede indagati anche l’attuale amministratore Delegato Claudio Descalzi e il precedente ad Paolo Scaroni, indaga l’acquisto della licenza per l’esplorazione di un campo petrolifero in Nigeria da parte di Eni e ipotizza il reato di corruzione internazionale: sarebbe stata, infatti, pagata una maxi tangente, parte della quale destinata a uomini politici e affaristi nigeriani e in parte indirizzata a manager del gruppo italiano.

Tale informazione è emersa nella rogatoria internazionale - i cui contenuti sono stati visionati e diffusi da autorevoli agenzie di stampa - inviata dai pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro alla Southwark Crown Court di Londra per ottenere maggiori informazioni circa le operazioni compiute dall’organismo inglese nei giorni scorsi. La Southwark Crown Court ha, infatti, sequestrato, due giorni fa, oltre 83 milioni di dollari su un conto collegato alla societ società Malabu detentrice della concessione petrolifera in Nigeria dopo aver sequestrato, nei mesi scorsi, s altri 110 milioni depositati in una banca svizzera e collegati all’uomo chiave della vicenda, Dan Etete, ritenuto il titolare effettivo della Malabu e anche ex ministro dell’Energia in Nigeria.

Dalla rogatoria internazionale emergono scottanti dettagli riguardanti pagamenti illeciti a mediatori, sia nigeriani che italiani, per ottenere il contratto per il campo offshore Opl-245 di Abuja chiuso dal cane a sei zampe per l’esorbitante cifra di un miliardo e 90 milioni di dollari.

Dei capitali destinati da Eni all’operazione nigeriana, oltre 500 milioni dollari sarebbero finiti stati utilizzati per ammorbidire ambienti legati all’ex ministro dell’Energia, mentre altri 10 milioni sarebbero finiti nelle tasche dell’ex «Attorney General» nigeriano Bayo Ojo San. Altre somme di tutto riguardo sarebbero state usate per acquistare veicoli blindati e aerei e avrebbero finanziato società e individui di molti altri paesi.

A completare il quadro si aggiungono anche gli elementi presenti nelle carte dell’inchiesta avviata a Londra, dove proprio richiamando le dichiarazioni del pubblico ministero di Milano, si afferma che un’altra parte della presunta maxi tangente sarebbe stata destinata agli stessi manager dell’Eni.

Su quest’ultimo dato non è stata, comunque, fatta ancora piena luce dal momento che nel 2013 il giudici civile Justice Elizabeth Gloster, nella sentenza della disputa legale tra Obi ed Etete (nella quale il primo aveva citato il secondo in giudizio per non aver ricevuto i pagamenti precedentemente pattuiti), aveva ritenuto del tutto infondata l’eventualità di un coinvolgimeno di manager italiani nella vicenda, eventualità a cui aveva dato adito la società facente capo all’ex ministro dell’Energia Etete, nel momento in cui aveva motivato il mancato pagamento dei compensi dovuti a Obi, con l’affermazione che un surplus di risorse doveva essere assegnato a manager di Eni.

Eni, dopo aver ricevuto lo scorso Luglio un avviso di garanzia per la esponsabilità delle aziende per gli illeciti commessi dal management, è chiarito nuovamente ieri, in una nota, la propria estraneità a qualsiasi comportamento illecito, dal momento che

«L’intero pagamento per il rilascio a Eni e Shell della relativa licenza è stato eseguito unicamente al governo nigeriano»

Mentre è arrivato il sostegno del Premier Renzi, al management di Eni, attraverso un tweet che ha difeso la scelta di Descalzi come ad di ENI, si attendono soprattutto gli sviluppi dell’inchiesta londinese e l’avvio del procedimento di convalida del sequestro degli 83 milioni di dollari, una fase processuale che prevede diverse udienze in cui interverrà anche la procura di Milano e avranno diritto di parola anche le parti che vorranno avanzare dei diritti sulle somme sequestrate.

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