Altro che stangata. I veri numeri dietro il nuovo dazio globale al 10%

Raphael Raduzzi

25/02/2026

La Corte suprema boccia i dazi di Trump, che si affretta ad annunciare un dazio globale del 10%, nel mentre la Ue tanto per cambiare attende: cosa aspettarsi ora sui mercati nel medio periodo.

Altro che stangata. I veri numeri dietro il nuovo dazio globale al 10%

Il rinvio deciso dal Parlamento europeo sull’accordo commerciale con gli Stati Uniti fotografa bene il momento di incertezza che sta attraversando il commercio globale.

A Bruxelles, ad esser gentili, prevale la prudenza o meglio, la solita incapacità di reagire se si vuol essere più obiettivi. Fatto sta che prima di procedere con la ratifica dell’accordo siglato ormai mesi fa, molti eurodeputati vogliono capire quale sarà davvero la linea tariffaria americana dopo gli ultimi scossoni giuridici. La scelta di prendere tempo comunque non è solo procedurale, ma riflette la consapevolezza che il quadro transatlantico si è improvvisamente fatto più fluido e meno prevedibile.

Proprio mentre l’Europa manco a dirlo, rallenta, infatti, dagli Stati Uniti è arrivato un segnale forte con la decisione della Corte Suprema di bloccare una parte dei dazi introdotti ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa). Una mossa che ha costretto Washington a ricalibrare in fretta la propria strategia commerciale e che rischia di avere effetti macroeconomici forse meno drastici rispetto a quanto inizialmente percepito dai mercati.
La risposta di Trump è stata immediata, con l’annuncio di un dazio globale del 10%. Il segnale che la Casa Bianca ha voluto far passare, come in una partita di poker, è quella di chi rilancia la puntata. La Corte suprema boccia i dazi: Trump li ripropone tali e quali. Almeno questa è stata la narrazione fatta passare a livello mediatico.

Ma l’analisi dei numeri racconta una storia meno intuitiva. Prima dello stop giudiziario, le tariffe “reciproche” applicate ai principali partner commerciali, tra cui Unione europea e Cina, si collocavano in una fascia compresa tra il 15% e il 20%.
Il nuovo schema, pur mantenendo una postura protezionistica sul piano politico, risulta in realtà meno gravoso sul piano effettivo: nel caso della Cina il carico tariffario complessivo passerebbe dal 24% al 13%, mentre Europa e Giappone beneficerebbero di una riduzione di circa cinque punti percentuali.
Un dettaglio tecnico cruciale è che il nuovo 10% non si somma automaticamente ai dazi già esistenti e mantiene le stesse esenzioni del precedente regime, riducendo così la pressione commerciale complessiva più di quanto suggerisca il dato nominale.

Le conseguenze si estendono ben oltre il commercio estero. Le stime indicano che il tasso tariffario effettivo complessivo potrebbe scendere dal 14% all’11%, con una riduzione del gettito intorno a 80 miliardi di dollari l’anno.
Alcuni analisti hanno stimato che In termini macroeconomici si tratta di un allentamento fiscale implicito che, sommato al One Big Beautiful Bill Act – la riforma fiscale made in Trump che ha davvero questo nome, potrebbe generare un impulso espansivo vicino ai 200 miliardi di dollari annualizzati, pari a circa lo 0,7% del PIL statunitense.
Se a tutto ciò uniamo una politica monetaria non certo restrittiva in un ciclo economico tutto sommato positivo possiamo trarre una conclusione: probabilmente il mercato ha quotato in maniera troppo pessimista gli ultimi sviluppi e nel medio periodo la crescita degli indici della borsa americana potranno continuare a crescere.

E l’Europa? Mentre negli Stati Uniti il mix tra decisioni giudiziarie e mosse dell’esecutivo produce aggiustamenti rapidi, l’Unione europea come al solito non sa che pesci pigliare. In Italia, intanto, si rifà strada l’idea che resterà solo tale, di trattative bilaterali per tutelare maggiormente alcune produzioni che finiscono giornalmente in mano (o in bocca) ai consumatori americani. Verosimilmente, tuttavia, si aspetterà che le istituzioni europee capiscano come muoversi. Un ossimoro per l’Europa. Auspicabilmente a breve e non tra mesi, dato che più dei dazi, le nostre imprese soffrono l’incertezza costante.