Biden o Trump, Wall Street festeggia. Ma ecco 3 motivi per rimanere cauti

Che sia Trump o Biden a vincere le elezioni, il mercato azionario statunitense festeggia comunque. Ma almeno tre variabili invitano alla cautela.

Biden o Trump, Wall Street festeggia. Ma ecco 3 motivi per rimanere cauti

Wall Street ha già scelto: l’incertezza è bullish. Contraddicendo uno dei dogmi assoluti di mercato - ovvero il fatto che indici e rendimenti necessitino prima di tutto chiarezza e stabilità -, la Borsa americana ha festeggiato la confusione elettorale con un rally ai massimi dallo scorso maggio.

E più la situazione sembrava ingargubliarsi con il passare delle ore e l’aumentare della magnitudo di minaccia da parte di Donald Trump, più gli indici newyorchesi mettevano il turbo. Perché? Alcuni elementi meritano approfondimento, per quanto la natura da work in progress della situazione si presti a repentini cambi di atteggiamento.

Perché Wall Street sala sull’incertezza delle elezioni USA

Primo, la sfuriata del Nasdaq potrebbe essere figlia legittima della natura monopolistica e anti-concorrenziale del comparto tech Usa: un Congresso diviso e paralizzato, i cui tempi lunghi di risoluzione delle dispute in atto verranno poi opzionati e ipotecati operativamente dal più stringente capitolo del nuovo programma di stimolo federale allontana di parecchio l’orizzonte di un giro di vite nelle legislazioni anti-trust. Questo, più del profilo maggiormente dialogante verso Pechino attribuito a Joe Biden, pare aver messo il turbo all’indice dei miracoli.

Secondo, questi due grafici mostrano il livello di schizofrenia raggiunto nel tardo pomeriggio della comunità finanziaria a stelle e strisce.

Fonte: Bank of America
Fonte: Bloomberg

Il primo è tratto dal report pre-elettorale di Bank of America e sintetizzava la situazione venutasi a creare quando Wall Street entrava nelle ultime due ore e mezza di contrattazioni con lo Standard&Poor’s in orbita: forte del vantaggio in Wisconsin, Joe Biden veniva di fatto proiettato a Pennsylvania Avenue ma il Senato restava saldamente in mano repubblicana.

Prima del 3 novembre, lo scenario peggiore a detta degli analisti. I quali, infatti, vedevano come possibile epilogo di traiettoria economica quello deflattivo. Detto fatto, il cane di Pavlov di mercato cominciava a salivare in direzione del palazzo della Fed: per combattere quel brutto virus che è costato dieci anni di crescita al Giappone, la ricetta è una sola. Ovvero, stampare come non ci fosse un domani.

Ma ecco che la seconda immagine ci mostra invece come Bloomberg leggesse la situazione: nonostante il caos in atto, i mercati salgono perché prezzano un principio di normalizzazione! Meno dipendenza dal debito e dalla politica di tagli fiscali a deficit di Donald Trump: come dire, si torna al vecchio e sano capitalismo di un tempo.

Quindi, nell’ordine, il mercato Usa nelle ultime 24 ore sarebbe salito alle stelle prima perché la blue wave democratica sarebbe stata la più risk-friendly, poi perché un secondo mandato di Donald Trump garantiva tagli fiscali di cui avrebbero beneficiato le equities (via buybacks) e infine perché finalmente si sarebbe scritta la parola fine alla stagione di dipendenza dalla Fed. Praticamente, qualsiasi ragione era buona per comprare titoli. Col badile.

Ma ecco che la cosa ora si fa più seria, quantomeno a livello prospettico di medio termine. Quando cioè il delirio elettorale sarà terminato e si tornerà a ragionare in base a strategia che non sia unicamente basata sull’euforia a targhe alterne e al wishful thinking.

A far riflettere, soprattutto alla luce del rally di ieri sono infatti questi due grafici:

Fonte: Citigroup
Fonte: Bloomberg

Il primo mostra come il Panic/Euphoria Model di Citigroup volga ancora in territorio di euforia come barometro del sentiment di mercato. Di fatto, un’anticipazione di un nuovo round di supporto fiscale e monetario accompagnato da una ripresa a V dell’economia, quasi a voler eliminare del tutto dal novero delle opzioni un possibile, secondo lockdown e un’impasse istituzionale sul pacchetto di stimolo. Per la banca d’affari, il mercato resta comunque fortemente esposto a shock sulle equities ma, al tempo stesso, pare far affidamento anche sul bicchiere mezzo pieno: la percentuale di aziende quotate sullo Standard&Poor’s 500 che ha beneficiato di un upgrade ha di fatto appena toccato quota 70%, sintomo implicito che la stagione delle revisioni al ribasso della fondamentale voce degli utili pare in modalità di rallentamento. Il secondo grafico, però, ci dice altro.

A differenza dei precedenti tonfi, ultimo dei quali quello di marzo che spinse la Fed a entrare ufficialmente in campo con l’artiglieria pesante, gli insiders delle multinazionali Usa non hanno acquistato in massa sui minimi. Anzi, hanno spedito la ratio Insider Buy/Sell al minimo dal primo trimestre di quest’anno.

Ma gli insider si tengono cauti...

Cosa sanno gli uomini che animano uffici e sale riunioni della corporate America che gli altri ignorano, visto che il mondo intero sembra intento a comprare come se non ci fosse un domani, mentre loro ancora esitano a schiacciare il tasto buy? A detta di qualcuno, una delle ragioni potrebbe essere proprio la quasi certezza che le revisioni al ribasso degli utili non siano affatto terminate, come invece lascerebbe intendere il modello di Citigroup. E se lo pensa chi fa parte del sistema, forse lo fa in punta di informazioni e convinzioni privilegiate. Insomma, si attende un’altra sfuriata al ribasso, certi che il mercato sia ancora over-priced a livello di valutazioni.

Si sta alla finestra. O lungo la sponda del fiume, in attesa che passi il proverbiale cadavere di una discesa ai minimi che sia davvero tale e si configuri come una vera occasione per il buy the dip.

Cosa è successo sui mercati con le Elezioni USA 2016

Infine, attenzione all’intuizione concepita da Jim Reid di Deutsche Bank e sintetizzata in questo grafico: (PUBBLICA QUI IL GRAFICO TSY_DOLLAR):

Fonte: Deutsche Bank

Mostra i movimenti di rendimento del Treasury a 10 anni e del dollaro nei tre giorni che caratterizzarono il voto del novembre 2016, dall’attesa improntata alla certezza di una vittoria democratica allo shock generale per l’elezione di Donald Trump.

Tra la chiusura delle urne e le 13 del giorno successivo, il decennale Usa scese di oltre 40 punti base in quella che appare una mutazione a tempo di record da timore a reflazione. Ma ecco che 10 giorni dopo l’elezione, lo stesso Treasury a 10 anni scontava un aumento di 64 punti base rispetto alla valuatazione dai minimi intraday sul mercato asiatico all’atto di chiusura delle urne nel giorno del voto negli Stati Uniti. Tradotto? Attenzione a dare per scontate e tramutare in trend le reazioni di mercato a caldo, perché eventi come quello attuale possono dar vita scostamenti enormi e repentini.

Nel 2016, i futures dello Standard&Poor’s 500 crollarono di oltre il 5% durante la sessione di mercato asiatica come reazione alla vittoria di Donald Trump ma chiusero poi le contrattazioni reali su del 6,1% dai minimi. E ciò che ha caratterizzato particolarmente le contrattazioni record di ieri è stata proprio l’attitudine cosiddetta buy all the things, visto che gli investitori si sono riversati in massa sia sui bonds che sulle equities, come mostra questo grafico (PUBBLICA QUI IL GRAFICO TSY_NASDAQ):

Fonte: Bloomberg/Zerohedge

I primi beneficiari di un colossale short-squeeze su posizioni ribassiste pre-elettorali da record andate in pezzi e del regime deflazionario prospettato dallo schema di Bank of America, mentre le seconde indirizzate al rialzo della growth rotation sempre legata alle aspettative di deflazione e dal cosiddetto crash risk, ovvero il crollo della temuta volatilità prolungata.

Quale può essere il rischio? A mente fredda, chi investe potrebbe giungere alla conclusione che uno stallo partisan al Congresso possa risultare più dannoso per il mercato della tanto temuta prolungata incertezza. Quantomeno, a livello di outlook. Se poi, in caso di elezione di Joe Biden, tramutasse le minacce in atti concreti e le rabbia si riversasse sulle strade, attenzione alla profezia di Jim Reid.

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