Declino o transizione? L’eccezionalismo USA oggi si misura nella valuta e nella visione globale

Redazione Money Premium

27 Maggio 2025 - 07:11

Con un dollaro in calo, leadership tech in bilico e deficit fuori controllo, il mito dell’eccezionalismo americano appare sempre più relativo: dipende da dove si guarda e da che valuta si usa.

Declino o transizione? L’eccezionalismo USA oggi si misura nella valuta e nella visione globale

Per decenni, l’idea che gli Stati Uniti rappresentassero l’epicentro indiscusso della performance economica e finanziaria globale è stata accettata quasi come una legge naturale.

L’eccezionalismo americano — una combinazione unica di innovazione, crescita economica, dominio geopolitico e solidità del sistema finanziario — ha premiato investitori di ogni latitudine.

Ma oggi, mentre Warren Buffett si prepara a lasciare la guida operativa di Berkshire Hathaway, la sua visione d’investimento storicamente incentrata sull’America appare meno convinta. È forse il segnale che qualcosa sta cambiando nel paradigma globale?

Nonostante il detto popolare di Buffett — «non scommettere mai contro l’America» — Berkshire oggi detiene oltre il 50% del proprio portafoglio in liquidità, con una porzione crescente in asset esteri. È un cambio di rotta significativo rispetto alla storica fiducia incondizionata verso il mercato statunitense. Parallelamente, però, al Milken Institute Global Conference, l’economista Scott Bessent ha ribadito il mantra opposto: investire negli Stati Uniti rimane la scelta vincente, sintetizzando la traiettoria dell’economia americana in cinque parole: “Up and to the right”.

Ma chi ha ragione? Il dubbio non è retorico, soprattutto in un’epoca in cui le valutazioni sui mercati e i ritorni sugli investimenti dipendono sempre più da una variabile spesso trascurata: la valuta. Mentre gli investitori domestici USA continuano a misurare i rendimenti in dollari, gli investitori internazionali devono confrontarsi con il rischio di cambio, che può amplificare o annullare i guadagni. Il concetto di eccezionalismo americano, oggi, è diventato una questione di prospettiva — e di conversione monetaria.

Il primo e forse più visibile motore della sovraperformance statunitense è la politica fiscale. Negli ultimi dieci anni, Washington ha abbracciato uno stimolo espansivo mai visto in tempo di pace. A partire dal Tax Cuts and Jobs Act di Donald Trump nel 2017, che ha abbattuto l’aliquota fiscale per le imprese, fino all’Inflation Reduction Act di Joe Biden nel 2022, che ha rilanciato la spesa pubblica in infrastrutture e transizione energetica, gli Stati Uniti hanno finanziato la propria crescita a debito.

Il risultato? Il deficit federale, che nel 2015 era al 3,5% del PIL, è salito al 7,5% nel 2024 secondo il Fondo Monetario Internazionale. In confronto, gli altri membri del G7 hanno registrato in media un disavanzo del 3,7%. Le proiezioni per il 2028 vedono il deficit USA ancora al 5,6%, contro una media del 3,4% per il resto del G7. Una simile divergenza non sembra preoccupare i mercati obbligazionari: i rendimenti dei Treasury a 10 anni sono più bassi oggi rispetto all’inizio del 2025, segno che gli investitori continuano a considerare il debito americano sicuro e sostenibile. Ma quanto potrà durare questa fiducia?

Il secondo pilastro dell’eccezionalismo USA è la supremazia tecnologica. Le cosiddette Magnificent Seven — Microsoft, Apple, Nvidia, Amazon, Alphabet, Meta e Tesla — hanno dominato i mercati negli ultimi anni, arrivando a rappresentare un terzo della capitalizzazione dello S&P 500. Gli investimenti in tecnologia e intelligenza artificiale sono diventati una nuova corsa all’oro, con effetti reali sull’economia.

Secondo l’economista Nouriel Roubini, gli Stati Uniti guidano dieci delle dodici industrie del futuro, tra cui difesa, aerospazio, energia da fusione e biotech. L’impatto macroeconomico di questi settori emergenti potrebbe far salire il tasso di crescita potenziale del PIL USA al 4% entro il 2030, rispetto al 2–3% attuale. La spesa in capital expenditure da parte delle big tech ha già contribuito per quasi un punto percentuale al PIL nel primo trimestre del 2025.

Tuttavia, non mancano gli scettici. Jim Chanos, noto per aver anticipato il crollo di Enron, paragona l’attuale entusiasmo per l’IA alla bolla dot-com del 2000. Anche nel 2000, infatti, l’investimento tecnologico sembrava destinato a rivoluzionare tutto — fino a quando non crollò. Inoltre, il 2025 è stato finora un anno instabile per i mercati azionari: l’S&P 500 ha subito un calo del 20% in primavera, recuperando solo parzialmente, mentre Tesla e altri titoli tech sono ancora sotto pressione.

Il terzo e forse più sottovalutato motore della sovraperformance USA è stata la forza del dollaro. Tra il 2014 e il 2024, il biglietto verde si è apprezzato del 30% sull’euro, migliorando i rendimenti in valuta locale per gli investitori europei di circa 3 punti percentuali l’anno. Per chi investiva nello S&P 500, il ritorno medio annuo del 13% in dollari si trasformava in un notevole 16% una volta calcolato l’effetto cambio.

Tuttavia, nel 2025 questa tendenza si è invertita. Il DXY (l’indice che misura il dollaro contro un paniere di valute) ha perso l’8% da inizio anno. Il motivo? Il deterioramento della posizione patrimoniale netta internazionale degli Stati Uniti, oggi negativa per il 90% del PIL, e l’endorsement politico implicito della Casa Bianca per una valuta più debole. Il dollaro è ora considerato «sopravvalutato» secondo il tasso di cambio reale calcolato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, e le sue recenti perdite contro valute asiatiche suggeriscono che il trend ribassista non sia finito.

Questa debolezza ha implicazioni concrete. Per un investitore europeo non coperto dal rischio di cambio, anche un +10% sullo S&P 500 può trasformarsi in un ritorno neutro o negativo se il dollaro si svaluta del 10%.

Nel 2008, proprio come oggi, lo S&P 500 sembrava in ottima forma in dollari, ma il crollo del biglietto verde ridusse significativamente i guadagni reali per gli investitori stranieri. Oggi, siamo di fronte a uno scenario simile: l’eccezionalismo statunitense potrebbe continuare a esistere, ma solo se visto attraverso l’obiettivo in dollari. Per chi investe in euro, yen o won, la storia potrebbe essere ben diversa.

Warren Buffett lo ha detto chiaramente: “Non vorrei possedere nulla in una valuta che sta andando all’inferno.” Il che implica che anche per gli investitori americani, la diversificazione valutaria sta diventando una strategia prudente. Berkshire Hathaway ne è l’esempio vivente: più liquidità, più investimenti all’estero, meno fiducia cieca nel mercato domestico.

L’America potrebbe restare dominante grazie alla tecnologia e alla spesa pubblica, ma con un dollaro più debole, il rendimento degli investimenti non sarà più “eccezionale” per tutti. Per gli investitori internazionali, l’outperformance americana non è più una certezza matematica: è una scommessa complessa che richiede analisi, copertura e prospettiva.
In un mondo multipolare, il vero eccezionalismo sarà forse quello dell’investitore capace di guardare oltre le proprie frontiere — e oltre il proprio portafoglio in valuta locale.