Wall Street ha vissuto un periodo di marcata volatilità nei primi mesi del 2025, con un ribasso che ha colpito duramente molti portafogli, alimentando la percezione diffusa che il mercato stia già incorporando i rischi di una possibile recessione.
Tuttavia, un’analisi più attenta dei numeri e delle dinamiche in atto suggerisce che questo scenario sia ancora lontano dall’essere pienamente riflesso nei prezzi azionari.
Dal picco di metà febbraio al minimo registrato l’8 aprile – il giorno prima dell’annuncio del presidente Donald Trump di una sospensione di 90 giorni sui nuovi dazi – l’S&P 500 ha perso il 19%, con titoli di punta come Nvidia e Apple che hanno subito flessioni vicine al 30%. Il successivo rimbalzo, alimentato dal temporaneo allentamento delle tensioni commerciali, ha ridotto le perdite dell’indice al 12%.
Un calo consistente, ma che in prospettiva storica appare limitato: secondo un’analisi di JPMorgan Chase sulle cinque recessioni avvenute dal 1980 a oggi, il calo medio dell’S&P 500 durante una recessione è stato del 37% dal picco al minimo.
Un aspetto critico della situazione attuale è rappresentato dalle valutazioni iniziali dei titoli: il mercato statunitense era, prima del calo, fortemente sopravvalutato. Normalmente, durante una recessione, il rapporto prezzo/utili (P/E) atteso si contrae da 16 a circa 11. Anche nelle recessioni più moderate, come quella del 1990, il P/E è sceso almeno a 14. Ma nel minimo toccato la scorsa settimana, l’S&P 500 era ancora scambiato a circa 18 volte gli utili previsti per il 2025, secondo i dati raccolti da FactSet. Questo dato non solo conferma che il mercato resta relativamente caro, ma segnala anche che gli investitori stanno ancora basando le proprie valutazioni su aspettative di crescita che potrebbero rivelarsi eccessivamente ottimistiche.
I modelli di previsione degli analisti tendono infatti a ritardare l’adeguamento rispetto alla realtà macroeconomica. Oggi molti report continuano a prevedere una crescita degli utili rispetto all’anno scorso, nonostante i segnali di rallentamento siano sempre più evidenti. Il CEO di JPMorgan, Jamie Dimon, ha recentemente affermato che si aspetta una revisione al ribasso delle stime sugli utili di almeno il 5%. Se queste previsioni si avverassero, e se si volesse riportare il P/E su livelli più coerenti con un’economia in contrazione, l’indice potrebbe dover affrontare un’ulteriore flessione del 40% circa.
Oltre alle valutazioni elevate, pesa anche l’incertezza legata alla politica commerciale. I dazi introdotti da Trump hanno alimentato preoccupazioni diffuse nel settore privato. La successiva decisione di sospenderli parzialmente ha contribuito a calmare i mercati, ma l’instabilità rimane elevata. Alcuni settori, come quello dei beni di consumo elettronici, hanno ottenuto un momentaneo sollievo, ma altri segmenti produttivi restano esposti a nuovi rischi regolatori e tariffari. In parallelo, gli indicatori economici presentano un quadro misto.
I dati “hard”, come quelli sull’occupazione e sulla produzione industriale, sembrano indicare una certa resilienza dell’economia americana. Tuttavia, gli indicatori “soft”, come il sentiment dei consumatori e le aspettative di inflazione, mostrano segni preoccupanti. In particolare, il calo della fiducia dei consumatori potrebbe avere un impatto diretto sulla spesa e sugli investimenti, contribuendo a rafforzare una dinamica di rallentamento autoalimentata.
Sempre più aziende stanno ritirando la propria guidance sugli utili per i prossimi trimestri, citando come motivo principale la crescente incertezza legata al contesto macroeconomico e commerciale. In un clima di instabilità, è lecito aspettarsi anche una maggiore cautela nei piani occupazionali e negli investimenti di capitale. Alcune grandi banche, come Wells Fargo, hanno dichiarato di stare monitorando da vicino l’andamento dei prestiti e delle linee di credito. Il CEO Charles Scharf ha sottolineato che l’istituto sta osservando le richieste di credito con estrema attenzione: un messaggio che suggerisce prudenza e che potrebbe anticipare una fase di irrigidimento delle condizioni finanziarie per le imprese, in particolare quelle di medie e piccole dimensioni.
Un ulteriore elemento da considerare è il ritardo strutturale con cui viene riconosciuta ufficialmente una recessione negli Stati Uniti. L’annuncio formale da parte del National Bureau of Economic Research (NBER) può arrivare con mesi di ritardo rispetto all’effettivo inizio della fase recessiva, com’è accaduto nel 2007-2008. Questo significa che gli investitori devono necessariamente esercitare il proprio giudizio indipendente, basandosi su dati anticipatori e segnali qualitativi, piuttosto che attendere la conferma ufficiale della recessione.
Nonostante le perdite recenti, il mercato azionario statunitense potrebbe non aver ancora digerito del tutto l’ipotesi di una recessione vera e propria. Le valutazioni rimangono elevate, le stime sugli utili non sono state ancora pienamente adeguate al contesto attuale, e l’incertezza politica e macroeconomica continua a esercitare una pressione costante su fiducia e investimenti. La volatilità potrebbe dunque non essere alle spalle, ma solo all’inizio di una nuova fase. Gli investitori, tentati dal rimbalzo recente, farebbero bene a mantenere un approccio prudente, consapevoli che il mercato, per ora, sta solo sfiorando la superficie del potenziale rischio economico in arrivo.