Quello che sta accadendo in USA potrebbe far esplodere i mercati. In tutti i sensi

Tommaso Scarpellini

17 Gennaio 2026 - 08:24

In arrivo un mix che sostiene i mercati e allo stesso tempo ne amplifica le fragilità future. Cosa sapere assolutamente nel 2026.

Quello che sta accadendo in USA potrebbe far esplodere i mercati. In tutti i sensi

In arrivo un “ritorno della liquidità”. Detta così sembra quasi banale, eppure, storicamente, poche parole sono state più potenti di questa per spiegare le grandi fasi di euforia dei mercati finanziari. Quando la liquidità aumenta, gli asset tendono a salire. Azioni, oro, immobili, persino strumenti alternativi. Ma c’è un dettaglio che spesso viene ignorato. La liquidità è benzina, sì. Ma è anche una sostanza che altera la percezione del rischio, dilata le valutazioni e scollega i prezzi dai fondamentali. Ed è qui che la dinamica diventa esplosiva e non solo verso l’alto …

La domanda allora è semplice solo in apparenza. Cosa sta davvero succedendo negli Stati Uniti? E soprattutto, quando questa spinta potrebbe trasformarsi da acceleratore a detonatore.

La liquidità sta già circolando

La liquidità sta già iniziando a circolare nel sistema finanziario in modo più intenso di quanto venga percepito dal pubblico.
Il primo elemento è politico e fiscale: l’amministrazione di Donald Trump ha avviato un incremento aggressivo degli stimoli, destinando circa 200 miliardi di dollari all’acquisto di titoli garantiti da ipoteca. L’obiettivo ufficiale è ridurre i costi degli alloggi e sostenere il mercato immobiliare. Quello implicito è molto più ampio: iniettare liquidità nel sistema finanziario, abbassare i rendimenti reali e stimolare l’appetito per il rischio.

A questo si aggiunge un segnale ancora più rilevante. Il mercato delle repo ha mostrato tensioni crescenti, con impennate dei tassi overnight che storicamente indicano scarsità di liquidità di breve periodo. La risposta non si è fatta attendere: la Federal Reserve ha di fatto interrotto il quantitative tightening. Dopo quasi tre anni di riduzione del bilancio, oltre 2 trilioni di dollari drenati dal sistema, la banca centrale ha smesso di restringere e ha iniziato nuovamente a espandere il proprio bilancio tramite acquisti mensili di asset. Non è ancora un QE dichiarato, ma nei fatti, la direzione è quella.

Infine, c’è la pressione politica: Trump ha intensificato gli attacchi pubblici a Jerome Powell, spingendo apertamente per un allentamento dei tassi. Anche se la Fed mantiene formalmente la propria indipendenza, i mercati leggono queste dinamiche in modo pragmatico. Se la pressione aumenta, le aspettative sui tassi cambiano e le aspettative, nei mercati, valgono quanto le decisioni ufficiali.

Il tassello delle tariffe

Non si può chiudere il quadro senza considerare la recente decisione della Supreme Court of the United States sulle tariffe introdotte dall’amministrazione Trump. Una sentenza sfavorevole potrebbe tradursi in rimborsi miliardari agli importatori e in un aumento della volatilità nel breve periodo. Ma c’è un effetto meno immediato e potenzialmente più rilevante: l’eliminazione di un eccesso di incertezza sulla politica commerciale.

Dal punto di vista macro, questo significa una pressione rialzista in meno sull’inflazione futura. Un fattore deflattivo che può essere facilmente compensato da un’espansione monetaria più aggressiva. Il risultato è un mix che confonde i mercati ma che storicamente è sempre piaciuto.

Perché la liquidità spinge gli asset rischiosi

La liquidità agisce attraverso diversi canali: riduce il costo del capitale, abbassa i rendimenti reali e spinge gli investitori a cercare rendimento dove il rendimento ancora esiste. Le azioni diventano più attraenti non solo perché gli utili crescono, ma perché il tasso di sconto scende. Questo meccanismo giustifica valutazioni più elevate anche a parità di fondamentali? Forse il problema è che questo processo non è lineare né infinito. Quando la liquidità aumenta più velocemente degli utili, il mercato smette di prezzare la crescita degli EPS e inizia a prezzare l’abbondanza di denaro.

È qui che i multipli si espandono, i P/E si allargano, le aspettative diventano ottimistiche e la tolleranza al rischio cresce. Finché tutto sembra funzionare. Poi basta un piccolo shock, un dato macro deludente, una tensione geopolitica, un errore di comunicazione della banca centrale e l’equilibrio si rompe.

La liquidità come bomba ad orologeria

Il lato oscuro della liquidità è proprio questo, droga i mercati. Non migliora automaticamente i fondamentali e gli utili attesi oggi sono già molto elevati. Le stime sugli EPS incorporano scenari quasi perfetti. Se i prezzi continuano a salire solo grazie all’espansione monetaria, il rischio è un disallineamento crescente tra valore e prezzo. In questo contesto, i mercati diventano fragili e non servono eventi estremi per innescare correzioni profonde. Basta una delusione marginale.

Il rischio maggiore non è il crollo improvviso; è la falsa sensazione di sicurezza che precede la correzione. Quando tutto sale, la volatilità scende e le valutazioni si normalizzano verso l’alto, il sistema sembra stabile, ma in realtà accumula tensione.

Oro e paradossi

Un altro segnale interessante è il comportamento dell’oro.

In teoria, un contesto di liquidità abbondante e mercati azionari forti dovrebbe penalizzare i beni rifugio. In pratica sta accadendo il contrario. L’oro continua a salire e questo perché la liquidità non viene allocata solo sulla base dei rendimenti attesi, ma anche del rischio percepito. Le tensioni geopolitiche restano elevate e l’oro, in quanto bene finito e privo di rischio di controparte, assorbe una parte significativa dei flussi.

Il punto più ambiguo

Sulle obbligazioni il quadro è meno chiaro. Da un lato, un aumento delle attese d’inflazione nel lungo periodo tende a mantenere elevati i rendimenti sulle scadenze a 10 e 30 anni, favorendo un bear steepening della curva. Dall’altro lato, i dati mostrano un progressivo ridimensionamento dell’inflazione. Inoltre, un aumento della liquidità può tradursi in una maggiore domanda di titoli obbligazionari, soprattutto da parte di investitori istituzionali alla ricerca di stabilità. Il risultato è un equilibrio instabile. Le obbligazioni non offrono un segnale univoco. E proprio per questo restano il segmento più difficile da interpretare in questa fase.

La liquidità è una forza potente. Può sostenere i mercati, amplificare i trend e creare opportunità. Ma non è neutrale, non è gratuita e soprattutto non è eterna. Capire cosa sta accadendo oggi negli Stati Uniti significa riconoscere che ci troviamo in una fase affascinante ma delicata.