In un momento storico in cui le tensioni geopolitiche si moltiplicano – dalla guerra in Ucraina all’instabilità in Medio Oriente, passando per il riarmo dell’Asia – si potrebbe pensare che le azioni delle aziende del settore difesa siano tra le più appetibili per gli investitori.
Tuttavia, uno sguardo più attento ai titoli delle principali aziende statunitensi del comparto racconta una storia diversa: stagnazione, incertezza e nuove minacce concorrenziali stanno minando la loro tradizionale attrattività.
La discrepanza tra le performance dei produttori europei e quelli americani è impressionante. Dall’inizio del 2025, i titoli di aziende europee come BAE Systems (Regno Unito), Leonardo (Italia), Thales (Francia) e Rheinmetall (Germania) sono saliti dal 63% al 164%, spinti dal riarmo dei Paesi europei in risposta alla riduzione del ruolo americano come garante della sicurezza continentale. Al contrario, le principali società statunitensi del settore, come Lockheed Martin, General Dynamics, RTX (ex Raytheon), Northrop Grumman e L3Harris Technologies, sono rimaste pressoché piatte.
Questo andamento divergente non dipende da una minore domanda interna per armamenti, quanto piuttosto da un quadro politico e strategico in evoluzione che sta ridefinendo le priorità del Pentagono e la natura stessa dell’industria della difesa.
All’inizio di aprile, il presidente Donald Trump ha annunciato un piano per un bilancio della difesa da 1.000 miliardi di dollari – una cifra che, sulla carta, dovrebbe rappresentare un’enorme opportunità per i contractor storici del settore. Tuttavia, dietro a questo annuncio si celano molte incognite. In primo luogo, il budget dettagliato non sarà disponibile prima di metà maggio. In secondo luogo, non è chiaro come si concili questa promessa con l’obiettivo parallelo della Casa Bianca di ridurre la spesa pubblica.
L’instabilità della leadership politica e le frequenti inversioni di rotta del presidente hanno aumentato l’incertezza per gli investitori. Il risultato? Nonostante la portata del piano annunciato, il mercato azionario ha reagito con freddezza.
Un altro elemento cruciale che sta ridefinendo il settore è l’ingresso di nuovi attori, provenienti dall’universo della tecnologia. Al centro delle priorità del nuovo bilancio c’è infatti il cosiddetto “Golden Dome”, un sistema avanzato di difesa missilistica. I protagonisti di questo progetto non sono i nomi classici della difesa americana, bensì aziende innovative come SpaceX (di Elon Musk), Palantir (specializzata in analisi dati) e Anduril (sviluppatrice di droni e sistemi autonomi).
Queste società, fondate da imprenditori vicini a Trump, beneficiano di un vantaggio competitivo nella corsa ai contratti di nuova generazione: la loro capacità di innovare rapidamente, di adattarsi alle nuove minacce e di integrarsi con le tecnologie emergenti. Questo rappresenta un cambiamento paradigmatico che potrebbe relegare i grandi contractor tradizionali a un ruolo secondario, soprattutto in segmenti a forte contenuto tecnologico.
La situazione si complica ulteriormente a causa delle tensioni commerciali internazionali. La guerra commerciale con la Cina ha già iniziato a colpire direttamente la supply chain del settore. Le restrizioni imposte da Pechino sull’export di terre rare – elementi fondamentali per la produzione di armamenti avanzati, radar e componenti elettronici – minacciano la capacità produttiva di aziende come RTX e Lockheed Martin.
Non sorprende quindi che RTX abbia annunciato un possibile impatto negativo fino a 850 milioni di dollari per l’anno in corso a causa dei dazi e delle interruzioni della catena di approvvigionamento. Northrop Grumman, dal canto suo, ha rivisto al ribasso le previsioni di utile, citando l’aumento dei costi del programma B-21, il nuovo bombardiere stealth. E se Lockheed Martin ha mantenuto le sue stime annuali, ha comunque avvertito gli investitori di un “ambiente geopolitico e tecnico altamente dinamico”.
Nonostante questo quadro incerto, le valutazioni di borsa delle grandi aziende della difesa statunitense restano sorprendentemente stabili. I multipli sui guadagni futuri per Lockheed, RTX e Northrop Grumman sono in linea con le medie degli ultimi tre anni. Ciò è dovuto in parte ai loro ampi backlog (gli ordini arretrati), che offrono una certa stabilità, e alla possibilità di scaricare i costi crescenti sul cliente finale – ovvero il governo USA.
Tuttavia, proprio questa apparente tenuta potrebbe essere fuorviante. Gli investitori che si basano su questi dati rischiano di sottovalutare la portata del cambiamento in atto: una trasformazione industriale e strategica che potrebbe riscrivere le gerarchie del settore.