Mentre Trump continua sulla narrativa “Powell sì, Powell no, Powell sì...”, la Federal Reserve continua il proprio percorso con passo deciso. Gli ultimi dati macroeconomici diffusi oggi sembrano dare ragione alla fermezza della banca centrale americana, che, nonostante le pressioni politiche e i venti protezionistici che spirano dalla Casa Bianca, sembra essere sulla traiettoria giusta: quella di un “soft landing”.
Un termine che sembrava ormai fuori moda, da Wall Street 2022, buono per i titoli dei giornali finanziari in era post-Fed falco, ma che, in silenzio, ha continuato a rappresentare la narrativa di fondo dell’economia americana.
Nonostante i soft data, ovvero le aspettative, gli indici di fiducia e le survey si siano progressivamente sbriciolati sotto il peso delle promesse elettorali mai mantenute, gli hard data, quelli reali, raccontano un’altra storia. E oggi, più che mai, quella storia merita di essere raccontata.
L’inflazione sorprende (al ribasso)
Cominciamo dal dato più atteso: l’inflazione mensile. Le attese erano per un aumento dello 0,3%, ma il dato effettivo è stato dello 0,2%. “Cosa cambierà mai?” si chiederà qualcuno. E in effetti, isolato, non sarebbe un cambio di paradigma. Ma in un contesto globale dominato da tensioni commerciali, con l’ombra di nuovi dazi e aspettative inflazionistiche in rialzo, anche solo una decelerazione minima è significativa.
Ancora più importante è il fatto che l’inflazione core YoY, l’indice depurato da energia e alimentari, sia rimasta inchiodata al 2,8% per il terzo mese consecutivo. Poco? Forse. Ma se aggiungiamo che il PCE (l’indicatore preferito dalla Fed) è al 2,3%, iniziamo a vedere un quadro più confortante. Certo, il target del 2% non è ancora centrato, ma ci siamo vicini. E soprattutto, la direzione è quella giusta: stabilità e decrescita graduale.
Occupazione forte, ma non troppo
Sul fronte del lavoro, il tasso di disoccupazione al 4,2% racconta di un mercato solido ma non surriscaldato. Un equilibrio perfetto per chi, come Powell, cerca una stretta monetaria che non strangoli la crescita. Non siamo ai minimi storici, ma la resilienza occupazionale degli USA è ben lontana dai toni allarmistici di chi parla di recessione imminente.
Pil in calo? Sì, ma meglio delle attese
Qualcuno dirà: “L’economia USA è in contrazione”. Sì, formalmente il PIL del trimestre si è contratto dello 0,3%. Ma qui la chiave di lettura è un’altra: le aspettative erano per un -2,1%, basate sul modello della Fed di Atlanta. In realtà, il crollo è dovuto a un boom delle importazioni (+41% su base trimestrale), legato all’anticipazione dei dazi: aziende e consumatori si sono affrettati ad acquistare prima dell’aumento dei costi. Insomma, più che segno di debolezza, una distorsione contabile momentanea.
E ora lo stesso modello della Fed di Atlanta stima un Q2 positivo, a conferma che il cuore pulsante dell’economia USA è tutt’altro che in affanno.
Mercati: euforia razionale
E Wall Street? L’S&P 500 oggi festeggia con un’ondata di acquisti. Ma questa volta non si tratta di “buy the dip” automatico o di euforia priva di fondamenta. C’è una logica dietro: l’inflazione sotto controllo lascia spazio all’idea che la Fed possa abbassare i tassi, magari non subito, ma in un futuro non lontano.
Anche il comparto obbligazionario sta ritrovando colore. I rendimenti si sono mossi leggermente al ribasso, segnalando che i mercati prezzano con più convinzione tagli futuri dei tassi, anche se senza eccessi. Nessuna corsa all’oro o al cash: semplicemente, un sentiment che migliora sulla base di dati solidi.
S&P 500, 1D
Grafico a candele giornaliere dell'indice S&P 500. Fonte: baha.com