In questi giorni drammatici per tutti i cittadini dell’Emilia-Romagna, in cui il bilancio delle vittime, dei dispersi e dei danni si aggiorna di ora in ora a causa di alluvioni ed esondazioni, si riaffaccia, come ciclicamente accade, sulla bocca di politici e commentatori il tema del dissesto idrogeologico.
Ma nel più classico degli scaricabarili tra partiti ed enti governativi e tra le promesse solenni di fantomatiche rivoluzioni sugli investimenti necessari, ciò che manca nel dibattito sono i dati, i numeri del disastro economico che ha prosciugato il settore, non retoricamente, vitale, della sicurezza idraulica.
Per fare un bilancio di ciò che (non) è stato fatto negli ultimi decenni per prevenire questi eventi catastrofici che, ricordiamolo, interessano un Paese che secondo i dati ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha ben il 5,4% del territorio alta probabilità di allagamento ed il 14% con probabilità bassa, si può partire dall’analisi degli investimenti pubblici.
In questi ultimi anni, caratterizzati da vincoli di bilancio sempre più stringenti, gli investimenti del settore pubblico hanno subito un vero e proprio crollo verticale. Basta leggere uno degli ultimi rapporti del centro studi di Confartigianato basato sui dati ISTAT per verificare che, se in media nel decennio 2000-2010 gli investimenti pubblici si assestavano a circa 46 miliardi di euro l’anno, mentre nel decennio successivo, tra il 2010 ed il 2020, questi erano calati a circa 40 miliardi l’anno. Cumulando il differenziale sui dieci anni stiamo parlando di circa 60 miliardi di euro in meno di investimenti pubblici tra l’ultimo decennio e quello precedente. Ecco i veri danni causati dall’austerity.
Riuscire a disarticolare questi macro-dati in tutti i mancati interventi di manutenzione del territorio, dragaggio dei fiumi e costruzione di quei bacini di laminazione che secondo alcuni avrebbero fatto la differenza anche in Emilia-Romagna risulta effettivamente molto difficile e complesso data la moltitudine di enti coinvolti. Eppure, più di una indicazione ci può venire sempre dall’ISPRA che, nella sua pubblicazione ReNDiS (Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo) del 2020 ha mappato tutti gli interventi realizzati, in corso o quantomeno programmati per far fronte al dissesto idrogeologico negli ultimi 20 anni incrociando i dati provenienti da tutte le realtà coinvolte. I progetti in questione sono 6.063 per un costo complessivo di 6 miliardi e 586 milioni di euro.
Numeri che sembrano elevati, ma che non lo sono se si tiene conto, ad esempio, che solo il 4,7% dei progetti finanziati col Piano Nazionale 2015-2020 - che sulla carta prevedeva oltre 2 miliardi di quei 6,5 complessivi -sono effettivamente già stati realizzati. E ancor di più, se il raffronto viene fatto con il finanziamento richiesto in questi decenni dai vari enti in questione: oltre 26 miliardi. Che quindi pongono il gap tra le opere che verosimilmente sarebbero servite al Paese per una salvaguardia idraulica al passo con i tempi e con i cambiamenti climatici, e quando effettivamente erogato o comunque stanziato a circa 20 miliardi. Un’enormità che stiamo toccando con mano.
E purtroppo neppure il PNRR, con il suo fantomatico ‘cambio di passo’ dall’Europa dell’austerity all’Europa dei popoli, ha previsto granché in materia. Ricordando che in larga parte queste risorse sono sostitutive di stanziamenti già previsti e sono finanziati con debito diretto (i prestiti) o indiretto (la quota dei sussidi ripagata tramite il bilancio europeo) ma soprattutto che questo piano doveva essere all’insegna delle cosiddette politiche ‘green’ proprio secondo i regolamenti istitutivi, si può verificare facilmente quanto appostato per la sicurezza idraulica del territorio.
Il PNRR ammonta a 235 miliardi di euro in 6 anni ed è diviso in 6 missioni e 16 sotto-componenti e quindi in precisi investimenti. La missione 2 riguarda per l’appunto la ‘Rivoluzione verde e la transizione ecologica’ con quasi 70 miliardi di stanziamento. In linea con questa missione troviamo quella che dovrebbe essere la componente che ci interessa valutare, appunto la componente 4 che titola: “Tutela del territorio e della risorsa idrica”. Lo stanziamento previsto è piuttosto consente: oltre 15 miliardi.
Peccato che il diavolo si annidi nei dettagli: spulciando i singoli investimenti si nota che non tutto riguarda la tutela del territorio in senso stretto, o quantomeno nei termini di difesa dal dissesto idrogeologico. Si trovano ad esempio 6 miliardi per l’efficientamento energetico dei comuni, 400 milioni per tutelare gli habitat marini e addirittura 100 milioni per digitalizzare i parchi nazionali. Le spese per la “gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico” ammontano appena a 2,4 miliardi. Poco più dell’1% di tutta la dimensione del PNRR.
Insomma, il PNRR ci potrà finalmente aiutare a digitalizzare i parchi nazionali ed in sede europea saranno ben contenti di ciò dato che l’altro pilastro (e vincolo) dei recovery plans nazionali oltre al ‘green’ doveva essere il ‘digitale’, ma non farà praticamente nulla per mitigare il rischio idrogeologico. Un cambio di passo su quel frangente a quanto pare deve aspettare.