Il ritorno dello Stato forte. Perché i governi spendono come se le regole fossero cambiate

Oliver Hearn

11 Luglio 2026 - 09:22

Per oltre dieci anni dopo la crisi finanziaria, il conservatorismo fiscale è stato quasi un sinonimo di buon governo. Oggi, però, quell’ortodossia sembra essersi incrinata.

Il ritorno dello Stato forte. Perché i governi spendono come se le regole fossero cambiate

Le economie avanzate stanno ampliando i deficit e destinando più risorse al riarmo, ai sussidi industriali e all’espansione dei programmi sociali, pur in presenza di un debito pubblico ancora vicino ai massimi storici. Non si tratta di un ritorno indistinto allo stato sociale del XX secolo, ma di un attivismo selettivo e strategico che considera la spesa pubblica una forma di assicurazione contro shock geopolitici e rotture delle catene di approvvigionamento.

L’austerità, quasi del tutto archiviata

Dopo il 2008, il pareggio di bilancio è diventato una virtù politica. I governi tagliavano la spesa, privatizzavano e invocavano disciplina. Questa impostazione ha retto anche durante la crisi dell’eurozona, influenzando il dibattito economico e politico per anni. Ma gli shock cumulativi degli anni 2020 — pandemia globale, invasione russa dell’Ucraina, crescente rivalità geopolitica con la Cina e persistente fragilità delle catene globali del valore — hanno cambiato aspettative e priorità. In Europa e tra gli alleati NATO, resilienza e deterrenza pesano ormai più del rigore fiscale.

Il cambiamento si vede nei numeri e negli impegni presi. I membri NATO hanno fissato un obiettivo collettivo ambizioso: destinare il 5% del PIL alla difesa entro il 2035. Intanto, la spesa militare degli alleati europei e del Canada è aumentata di quasi il 20% nel 2025 rispetto al 2024. Non si tratta di correzioni temporanee di bilancio, ma di una vera ridefinizione delle priorità, in cui la spesa strategica viene considerata essenziale per lo Stato e non più una scelta opzionale.

Debito alto, crescita possibile

La domanda economica di fondo è semplice: un debito pubblico elevato può convivere con una crescita sostenuta? La risposta è sì, ma solo se il debito finanzia investimenti capaci di rafforzare la produttività di lungo periodo. L’FMI ha avvertito che l’alto debito e l’indebolimento della credibilità istituzionale accrescono le vulnerabilità, ma riconosce anche che il debito usato per la sicurezza energetica, la resilienza delle infrastrutture o l’aggiornamento tecnologico è diverso dal debito che finanzia consumi correnti.

Anche mercati e agenzie di rating guardano sempre meno solo al rapporto debito/PIL e sempre più alla qualità della spesa. Un indebitamento che rafforza la difesa, modernizza i porti o ricostruisce una filiera nazionale dei semiconduttori può infatti alzare il prodotto potenziale e, nel tempo, rendere più sostenibile il debito. Al contrario, deficit strutturali che non si traducono in più produttività, o che creano nuovi oneri permanenti senza adeguate coperture, rischiano costi di finanziamento più alti e nuove tensioni fiscali in futuro.

Una stagione di intervento mirato

Non è in corso un ritorno generalizzato all’interventismo statale del dopoguerra. Piuttosto, si sta affermando uno Stato forte selettivo, che interviene dove i leader politici vedono vulnerabilità strategiche, ma continua a chiedere austerità nei settori ritenuti meno prioritari. Tre sono i pilastri di questa fase:

Difesa: il riarmo è la risposta diretta all’aumento del rischio geopolitico e agli impegni di alleanza.

Politica industriale: sussidi e appalti “strategici” servono a riportare in patria filiere considerate critiche e a sostenere campioni tecnologici.

Reti di protezione sociale: misure mirate di welfare e sostegno al lavoro attenuano le resistenze politiche ai cambiamenti strutturali e rendono più gestibili le transizioni.

I dati dell’OCSE mostrano che i sussidi industriali nei settori chiave hanno raggiunto i livelli relativi più alti dalla crisi del 2008-09, segnalando che i governi sono sempre più disposti a orientare i mercati, non solo a regolarli. È un cambiamento politico prima ancora che economico: gli elettori accettano più facilmente l’intervento se viene presentato come una questione di sicurezza nazionale o di resilienza.

Tre rischi da monitorare

La svolta interventista porta benefici reali, ma espone anche a tre rischi distinti.

Il primo è la deriva fiscale. La spesa straordinaria tende spesso a sopravvivere all’emergenza che l’ha giustificata, e programmi permanenti di difesa, sussidi e trasferimenti sociali possono radicarsi politicamente, riducendo la flessibilità dei conti pubblici in futuro.

Il secondo è la cattiva allocazione delle risorse. I sussidi possono finire per proteggere imprese inefficienti e premiare la vicinanza al potere più che l’innovazione. Una politica industriale progettata male rischia di distorcere la concorrenza, deprimere la produttività e lasciare in eredità impegni fiscali pesanti.

Il terzo è l’inflazione, insieme ai vincoli della politica monetaria. Espansioni fiscali di grande portata, soprattutto se accompagnate da misure di sostegno alla domanda, possono alimentare pressioni sui prezzi e restringere il margine di manovra delle banche centrali. Il risultato è una gestione macroeconomica più complessa: più attivismo fiscale può tradursi in una politica monetaria più restrittiva, con effetti frenanti sulla crescita.

Cosa potrebbe accadere

Il conservatorismo fiscale in versione post-2008 non è scomparso: è semplicemente sceso di priorità. Oggi l’economia politica dà più valore a sicurezza, resilienza e capacità industriale strategica che al rigore assoluto di bilancio. È una risposta pragmatica a un mondo più instabile, ma il pragmatismo non garantisce da solo un esito positivo.

Se la nuova spesa riuscirà ad aumentare la produttività e a rafforzare la deterrenza senza soffocare gli investimenti privati, la stagione dello Stato forte potrebbe rivelarsi una correzione sensata di rotta. Se invece produrrà deficit persistenti, sprechi e costi del debito più elevati, l’interventismo di oggi potrebbe preparare il terreno a scelte fiscali più dure domani e, alla fine, a una nuova stagione di austerità simile a quella seguita al 2008.

Per questo, soprattutto in Europa, la sfida è stretta: usare con cautela la leva fiscale, progettare sussidi e appalti in modo da premiare performance e innovazione, e accompagnare i nuovi impegni con piani credibili di sostenibilità di medio periodo. Per elettori e investitori, la vera domanda non è solo se i governi spenderanno, ma come spenderanno.

Articolo pubblicato su Money.it edizione internazionale. Titolo originale: The return of the big state: Why governments are spending like the rules have changed