Volatilità permanente, perché questa guerra potrebbe costarti (molto) più di quanto pensi

Rob Piccoli

25/03/2026

Avram Burg, ex presidente del parlamento israeliano, intervistato da Tucker Carlson: «Israele ha dichiarato guerra per opportunismo, non per necessità». Il rischio nucleare.

Volatilità permanente, perché questa guerra potrebbe costarti (molto) più di quanto pensi

Quando un ex presidente della Knesset – il parlamento israeliano – nonché ex presidente ad interim dello Stato di Israele dice pubblicamente che il suo governo «non ha la minima idea di ciò che vuole che accada dopo il primo giorno» di guerra, non si tratta di una semplice polemica politica. È una crepa nella narrazione ufficiale che arriva dritta al cuore delle fragilità strategiche di un Paese che, in questo momento, sta decidendo le sorti del Medio Oriente e, con esse, l’andamento dei mercati energetici globali.

Avram Burg, 70 anni, proveniente da una famiglia sionista di primo piano, è stato al vertice delle istituzioni israeliane per decenni. Oggi è considerato una voce fuori dal coro, persino un «traditore» da molti suoi ex colleghi. Ma proprio per questo, la sua analisi, rilasciata a Tucker Carlson in un’intervista destinata a fare discutere, offre agli osservatori uno strumento prezioso: la visione interna di un sistema che, secondo Burg, naviga a vista, senza bussola strategica, in un conflitto che potrebbe trasformarsi in una guerra religiosa regionale dalle conseguenze incalcolabili.

«Una guerra iniziata per opportunismo»

Il punto di partenza dell’analisi di Burg è spietato. L’attuale conflitto con l’Iran, esploso nell’ultimo mese, non è il frutto di una strategia ponderata, ma di un’occasione colta al volo. Quando Tucker Carlson gli chiede quali siano gli obiettivi strategici di Israele, Burg risponde senza mezzi termini che «non abbiamo una strategia. In Israele, in molti casi, la combinazione di molte tattiche a volte si assembla in una strategia de facto, ma per il resto, niente».
La scintilla, secondo Burg, è stata la dichiarazione del presidente Trump sull’avvio di negoziati diplomatici con l’Iran. «Hanno colto l’opportunità», dice, riferendosi alla cerchia di Benjamin Netanyahu. «Da quando si dichiara guerra perché c’è un’opportunità? È la ragione peggiore che abbia mai sentito».
Una simile ammissione è cruciale sotto molti punti di vista, a cominciare da quello economico-finanziario: se la prima potenza militare della regione agisce senza una chiara visione dell’end game, la volatilità non è un episodio, ma una condizione strutturale. Il prezzo del petrolio, le rotte nel Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz diventano variabili impazzite, governate più da impulsi tattici che da un disegno razionale.

Il paradosso della potenza: più forti, più insicuri, più isolati

Uno dei passaggi più illuminanti dell’intervista riguarda la percezione distorta che Israele ha di sé. Burg racconta un aneddoto: un giovane israeliano, nato a Mosca, gli ha detto con sicurezza che nel mondo ci sono 54 milioni di ebrei e che Israele ha 20 milioni di abitanti. I numeri reali sono rispettivamente circa 15 milioni (in tutto il mondo) e 10 milioni.
«Agli occhi di molti israeliani, non siamo solo una superpotenza tecnologicamente ed economicamente, abbiamo anche i numeri», spiega Burg. Questa percezione gonfiata genera una trappola: più Israele diventa oggettivamente potente (da 7 eserciti nemici nel 1948 a soli due nel 1973, fino a una situazione oggi relativamente normalizzata con molti Paesi arabi), più si sente minacciato. E più si sente minacciato, più diventa aggressivo, alimentando quel processo che lo ha trasformato, secondo Burg, da Paese «ben accetto nel mondo» dopo il 7 ottobre 2023 a «paria internazionale» oggi.
Ciò significa, tra le altre cose, che la percezione del rischio da parte degli attori locali non segue metriche oggettive. Il premio al rischio geopolitico incorporato nei mercati potrebbe essere strutturalmente sottostimato o sovrastimato in base a dinamiche psicologiche interne difficilmente modellizzabili.

Da conflitto nazionale a guerra religiosa: cambia il paradigma

Burg introduce una tesi che, se corretta, cambia completamente le coordinate interpretative per chi si occupa di Medio Oriente e Nord Africa. Il conflitto israelo-palestinese, egli dice, è sempre stato un «conflitto nazionale-politico». «Conflitti nazionali, per quanto difficili, sappiamo come affrontarli».
Il 7 ottobre 2023, secondo Burg, ha segnato il passaggio a una fase diversa: «Il primo round di una guerra religiosa su vasta scala. Il fondamentalismo ebraico del governo israeliano contro il fondamentalismo musulmano di Hamas». E l’attuale guerra con l’Iran? «È la prima guerra mondiale religiosa fondamentalista. Fondamentalismo ebraico, fondamentalismo cristiano (negli Stati Uniti) e fondamentalismo islamico si incontrano sul campo di battaglia».
Questa ridefinizione è fondamentale, in primis per coloro che seguono gli investimenti nella regione. I conflitti religiosi, per loro natura, non hanno soluzioni negoziali win-win. Sono giochi a somma zero, come Burg stesso sottolinea: «Non viviamo in una logica win-win. Viviamo in un gioco a somma zero. Voglio vincere da solo. Voglio che tu sia morto».

L’opzione nucleare e il ruolo di Trump

Uno dei passaggi più delicati dell’intervista riguarda il rischio di un’escalation nucleare. Burg ammette di aver iniziato a pensarci seriamente proprio dopo aver seguito le trasmissioni di Carlson. Ma la sua posizione è sorprendentemente pragmatica.
Da un lato, ritiene che Israele possa ancora gestire la minaccia iraniana con mezzi convenzionali. Dall’altro, propone una strada che definisce l’unica razionale: un Medio Oriente «libero da armi di distruzione di massa»imposto a tutti, Israele compreso. E chi potrebbe imporlo? «Il presidente Trump, dall’oggi al domani».
Burg è realista: sa che Netanyahu non accetterebbe mai una simile imposizione. Ma la sua argomentazione si sposta sul piano della credibilità americana. «Se l’America si ritira da questo conflitto e li lascia da soli davanti al leone iraniano o al leone israeliano... cosa diranno il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan, Singapore? Se non ci si può fidare dell’America, si innesca immediatamente una corsa agli armamenti».
Per gli investitori, è ovvio, questo è un segnale diretto: la credibilità degli Stati Uniti come garante della stabilità globale è il vero asset sottostante. Se questa viene meno, il rischio sistemico aumenta in modo esponenziale, con riflessi immediati su dollaro, titoli di Stato americani (visti come safe haven) e oro.

Il fattore Temple Mount: più pericoloso di un’atomica

Burg affronta anche un tema che i media mainstream tendono a sottovalutare ma che gli analisti di intelligence considerano un potenziale punto di non ritorno: la possibilità che estremisti ebraici tentino di far saltare la moschea di Al-Aqsa sul Monte del Tempio.
L’ex presidente della Knesset rivela che dal 1967 ci sono stati almeno cinque tentativi organizzati per rimuovere le moschee e ricostruire il Tempio. I perpetratori, come quelli del cosiddetto «Jewish Underground» negli anni ’80, sono stati in molti casi riabilitati, diventando persino ministri.
Oggi, avverte Burg, il rischio è più alto che mai: «Se questo accadrà, sarà la fine della giustificazione dell’esistenza dello Stato di Israele. E scatenerà le masse in tutto il mondo musulmano, potrebbe far cadere diversi regimi... È molto più pericoloso, volatile ed esplosivo di una bomba atomica».

Uno scenario del genere comporterebbe:
• Un aumento vertiginoso del prezzo del petrolio (interruzione delle forniture dal Golfo)
• Una fuga generalizzata verso il dollaro e l’oro
• Il collasso delle borse del Golfo
• Un effetto domino su tutti gli asset legati alla regione MENA

Il futuro dell’America e il ruolo della Cina

Nella parte finale dell’intervista, Burg si spinge oltre: cosa succede se l’America non sarà più in grado (o non vorrà più) sostenere i costi per essere il garante della stabilità globale?
La sua risposta è duplice. Da un lato, la Cina potrebbe assumere quel ruolo, con una caratteristica fondamentale: «I cinesi raramente iniziano una guerra. Giocano, ma non dichiarano guerre come le dichiariamo noi». Una prospettiva che, per quanto lontana, aprirebbe scenari completamente nuovi per le relazioni economiche globali.
Dall’altro, Burg guarda all’Europa. «Il Medio Oriente di oggi è il residuo di due frutti europei velenosi: l’Olocausto e il colonialismo». Secondo lui, l’Europa non ha ancora interiorizzato questa responsabilità storica. Ma con l’America che arretra (citando le recenti dichiarazioni del vicepresidente USA e del segretario di Stato), forse è arrivato il momento per il Vecchio Continente di «ricalcolare la propria posizione nella storia».

Il prezzo della strategia mancata

L’analisi di Avram Burg non è quella di un estremista, ma di un insider che ha scelto la via del dissenso. La sua diagnosi – un governo senza strategia, un Paese che si sente minacciato nonostante la sua potenza, un conflitto che sta assumendo connotati religiosi – dipinge un quadro di fragilità strutturale.
Sotto il profilo finanziario, la lezione è chiara: la volatilità geopolitica non è più un’eccezione ma la norma. Gli investitori devono fare i conti con un Medio Oriente in cui le decisioni vengono prese per impulso tattico, in cui il rischio di un’arma agli armamenti nucleari è reale, e in cui un singolo evento – anche un attacco a un luogo di culto – può innescare conseguenze peggiori di un’esplosione atomica.
Burg conclude con un messaggio di speranza, parlando della generazione dei suoi nipoti che, un giorno, si rifiuterà di «sacrificare la propria vita per fantasie messianiche». Ma fino a quel giorno, il mercato dovrà convivere con l’incertezza. E in un mondo in cui «non ci si può fidare dell’America», l’unica certezza è che il prezzo della stabilità – e della sua assenza – sarà sempre più alto.