Lo Stretto di Hormuz potrebbe trasformarsi in una bomba ecologica. Il pericolo è la più grande esportazione di specie invasive della storia.
Lo scorso 2 marzo lo Stretto di Hormuz è stato chiuso al normale transito marittimo a causa del conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran.
Una chiusura che ha avuto un enorme impatto sull’economia mondiale e che rischia di rivelarsi anche un gravissimo problema ambientale nel momento in cui, alle oltre 1.500 navi bloccate verrà consentito di ripartire.
Le navi bloccate e i rischi per l’ambiente
Secondo le ultime stime in questo momento ci sono oltre 1.500 grandi mercantili bloccati nei pressi dello Stretto di Hormuz.
Navi che di solito rimangono ormeggiate nei porti per un massimo di 3 giorni. La loro sosta attuale, però, è di circa 40 volte più lunga.
E più un’imbarcazione rimane ferma, più organismi marini si insediano sullo scafo. È il fenomeno del biofuling che aumenta esponenzialmente dopo 19 giorni di immobilità e che causa da sempre enormi danni economici e strutturali in ambito marittimo e industriale.
L’accumulo di alghe, mitili, larve e altri organismi è un pericolo notevole per gli ecosistemi che verranno attraversati dalle navi quando verrà dato loro il via libera per uscire da Hormuz.
Non per niente l’Organizzazione Marittima Internazionale ha recentemente messo in guardia dai rischi di un ormeggio prolungato e ha raccomandato interventi immediati sui mezzi che rimangono inattivi per un periodo compreso tra i 18 e i 30 giorni.
I pericoli e i porti più a rischio
Al momento di ripartire, le navi trasporteranno organismi non autoctoni nei porti e nei mari di tutto il pianeta. Secondo un recente studio internazionale riportato dal Guardian e condotto da importanti biologi marini come Mario Tamburri, del Center for Environmental Science dell’Università del Maryland, i primi porti più a rischio saranno quelli di Jeddah, Mumbai, Colombo e Singapore a oriente e quelli di Alessandria, Pireo, Algeciras e Rotterdam a occidente.
Il fatto che le condizioni ambientali di Hormuz e quelle dei porti di arrivo siano simili rappresenta un ulteriore rischio, in quanto potrebbe facilitare la diffusione delle specie invasive. Specie che, nel peggiore di casi, possono soppiantare la fauna locale e trasformarsi in perfetti serbatoi per patogeni e parassiti capaci di scatenare pericolose epidemie. E il ricordo del Covid-19 è ancora troppo vivo per sottovalutare il problema.
I precedenti e le possibili contromisure
I precedenti di proliferazione di specie invasive non fanno dormire sonni tranquilli. L’invasione del cirripede australiano nell’Ovest dell’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, causata dal blocco delle navi neozelandesi nei porti britannici causò danni enormi e anche la più limitata chiusura del Canale di Suez del 2021 ha creato problemi rilevanti in appena 6 giorni.
Una delle poche buone notizie è che il blocco in vigore ha temporaneamente bloccato l’invasione. Siamo quindi ancora in tempo per mettere in campo le misure consigliate dai biologi marini: pulizia subacquea degli scafi prima della ripartenza, messa in allerta dei porti di destinazione e monitoraggio degli scali da alto rischio tramite analisi del DNA ambientale.
Il pericolo maggiore è che questi accorgimenti vengano subordinati di fronte ad aspetti ritenuti prioritari come la ripresa dei traffici e l’evacuazione del personale di bordo.