Chi sentenziava con un certo grado di soddisfazione che l’ondata anti-establishment che ha travolto la politica Usa nel 2016 grazie alla vittoria di Donald J. Trump si sia esaurita con la sconfitta - almeno sulla carta - di quest’ultimo nel 2020, si sbagliava di grosso.
Primo perché, nonostante l’assedio giudiziario, Trump è più combattivo che mai ed è di gran lunga il candidato repubblicano più amato secondo i sondaggi, con circa il 50% delle preferenze: secondo perché il trumpismo non finirà con Donald Trump ed è destinato a modificare per sempre il dna del partito repubblicano e oltre: ritorno all’isolazionismo in politica estera, conservatore sui temi etici, libertario in economia ma deciso a porre fine a quel processo di globalizzazione sfrenata - leggasi: delocalizzazione - che ha impoverito la classe media e arricchito solamente un’élite di pochi milionari. Ma il sentimento anti-élite, seppur in altre forme, è vivo non solo tra i conservatori ma si fa strada anche a sinistra. Come scrive The Hill, infatti, assistiamo a uno “uno sviluppo interessante verso le elezioni presidenziali del 2024. Due outsider, evitati o ignorati dalle istituzioni radicate di entrambi i partiti politici e da gran parte dei media mainstream, stanno entrando in contatto con gli elettori reali: Robert F. Kennedy, Jr. per i democratici e Vivek Ramaswamy per i repubblicani.”
Gop, l’ascesa di Ramaswamy
In occasione del primo dibattito repubblicano trasmesso su Fox News nelle scorse settimane, a cui peraltro l’ex presidente Trump ha deciso di non partecipare, Nikki Haley, Mike Pence e Chris Christie sono sembrati dei candidati di un partito che non esiste più, più legato alla stagione di Bush/Cheney che non a quella di The Donald. Espressione di quel “messianesimo” che vede negli Stati Uniti d’America il “poliziotto globale” in grado di determinare il destino di tutta l’umanità con ogni mezzo, anche sperperando milioni di dollari in una guerra per procura - come quella in Ucraina - che potrebbe presto diventare l’ennesima endless wars nella quale gli Stati Uniti d’America si sono impelagati. E così, mentre il governatore della Florida Ron DeSantis affronta un periodo di crisi, ad emergere è una nuova figura all’interno del GOP, quella dell’imprenditore Vivek Ramaswamy, il più “trumpiano” degli sfidanti di Donald J. Trump.
In un articolo pubblicato sulla rivista the American Conservative, Ramaswamy ha delineato il suo approccio alla guerra in Ucraina e alla politica etera in generale: “Come Presidente degli Stati Uniti, rispetterò e farò rivivere l’eredità di Nixon rifiutando le chiacchiere sanguinarie degli utili idioti che predicano una guerra senza vincitori in Ucraina che costringe le nostre due grandi potenze nemiche ad avvicinarsi sempre di più”. Aggiunge poi: “Più la guerra in Ucraina va avanti, più diventa chiaro che c’è un solo vincitore: La Cina. Condurrò l’America dal moralismo al realismo eseguendo l’inverso di ciò che fece Nixon nel 1972: Andrò a Mosca nel 2025. Porterò la pace in Ucraina alle uniche condizioni che dovrebbero essere importanti per noi - condizioni che mettono al primo posto gli interessi americani. L’amministrazione Biden ha cercato stupidamente di convincere Xi a scaricare Putin. In realtà, dovremmo convincere Putin a scaricare Xi”. Le parole di Ramaraswamy vanno a intercettare ciò che pensano la maggioranza degli elettori repubblicani.
Come riportato da Npr, infatti, un numero crescente di americani conservatori – soprattutto quelli che vivono nelle comunità rurali – affermano che è ora che finiscano gli aiuti militari e finanziari all’Ucraina. In particolare, un sondaggio della CNN pubblicato ad agosto rivela che il 76% dei conservatori si oppone a ulteriori aiuti all’Ucraina.
L’altro “populista” in corsa: Robert F. Kennedy Jr.
Proprio the American Conservative, rivista di riferimento dei paleoconservatori e realisti, dedica questo mese una copertina a Robert F. Kennedy Jr, definendolo «l’altro populista in corsa». Secondo un sondaggio dell’Economist e di YouGov pubblicato alla fine di luglio, RFK JR è attualmente il candidato presidenziale più apprezzato dagli elettori con un indice di gradimento pari al 49%. The Hill riporta anche che solo il 30% degli intervistati ha un giudizio negativo di Kennedy. L’avvocato terzogenito di Robert Kennedy - che secondo alcuni sondaggi raccogliere il 20% dei consensi tra gli elettori del partito - è un feroce critico della politica di Biden in Ucraina e della follia “buonista” open Borders della sinistra radicale in materia di immigrazione. Per tale motivo è inviso sia all’establishment del partito, sia ai “liberal” di sinistra come Alexandria Ocasio-Cortez.
Per non parlare delle sue posizioni sui vaccini, il che lo rendono il nemico perfetto di tutta l’élite politico-mediatica. “È possibile essere a favore dell’immigrazione E a favore della chiusura del confine? Sì. L’America dovrebbe essere un paradiso di libertà e prosperità, aperto ai migranti rispettosi della legge che contribuiranno alla nostra società. Tuttavia, l’immigrazione deve procedere in modo ordinato e legale. In questo momento c’è il caos al confine. Traffico di esseri umani, criminalità, stress intollerabile sugli stati di confine come il Texas. È un incubo umanitario” ha dichiarato di recente, mentre città governate dai dem come New York affrontano una crisi migratoria senza precedenti. Sull’Ucraina, Kennedy ha la stessa visione di Trump e Ramaswamy: “Mezzo milione di soldati morti e feriti in Ucraina. Questa guerra per procura per indebolire Putin valeva il loro sangue e i nostri soldi?”. Una domanda alla quale dovrebbe essere proprio il presidente Biden a rispondere sempre che accetti, un giorno o l’altro, di confrontarsi democraticamente con un candidato più popolare di lui.