Venezuela, il vero bottino dietro il blitz USA

Raphael Raduzzi

15/01/2026

Le riserve di petrolio venezuelano sono potenzialmente le più grandi al mondo, tuttavia pare difficile poterle sfruttare pienamente nel breve periodo. Ecco cosa potrebbe accadere.

Venezuela, il vero bottino dietro il blitz USA

Dopo il blitz americano che ha portato al rapimento-arresto, di Nicolás Maduro, il petrolio venezuelano è tornato improvvisamente al centro delle cronache del gioco globale. E questo non perché nei fatti sia già cambiato qualcosa di sostanziale, ma per il potenziale che le riserve di Caracas hanno.

Il Venezuela è infatti formalmente il Paese con le più grandi riserve di petrolio greggio al mondo, con circa 303 miliardi di barili accertati, pari a quasi il 18-19 % del totale globale. Questo primato riguarda in particolare il petrolio extra-pesante dell’Orinoco, difficile da lavorare ma estremamente strategico per chi ha le tecnologie adatte.

Eppure, nonostante questa gigantesca ricchezza nel sottosuolo, la produzione reale è profondamente lontana dal potenziale. A fine 2025 la produzione venezuelana di greggio era stimata tra 900 mila e 1 milione di barili al giorno, un livello pari a circa l’1 % della produzione mondiale, contro oltre 3 milioni di barili al giorno raggiunti negli anni 2000 e picchi di circa 3,45 milioni negli anni ’90.

Questo in primis a causa delle sanzioni americane ed occidentali degli ultimi anni, condite da mancati investimenti, arretratezza tecnologica e corruzione dilagante; per averne conferma basta guardare alla gestione di PDVSA, la compagnia petrolifera statale venezuelana.
Negli ultimi anni Caracas si era rivolta dunque soprattutto verso la Cina, ed altri clienti asiatici. Non è un caso che l’ultimo incontro di Maduro sia stato proprio coi vertici diplomatici cinesi della regione, poco prima del suo rapimento. Non è un caso neppure che con l’operazione di inizio anno gli Stati Uniti abbiano inflitto un colpo indirettamente anche alla Cina.

Quindi che impatto ci sarà sul mercato petrolifero?

Con l’uscita di scena di Maduro, Washington tenterà di controllare, regolare e reindirizzare i flussi venezuelani verso raffinerie occidentali d’accordo con quel che resta del vecchio governo ormai piegato alle volontà americane. Dunque, è ragionevole aspettarsi nuove licenze operative mirate, soprattutto con aziende a stelle e strisce come Chevron che è già attive sul mercato venezuelano a discapito delle concorrenti europee. A questo proposito, la presenza di ENI in Venezuela, nonostante una joint venture con PDVSA, si è fortemente ridimensionata a causa delle sanzioni americane e la stessa ENI vanta ad oggi crediti per milioni di dollari verso PDVSA.

L’idea esplicitata palesemente dall’amministrazione Trump è quella di riportare il greggio venezuelano nelle raffinerie della Gulf Coast degli States; infatti, il petrolio venezuelano, pesante e ricco di zolfo, è perfetto per le raffinerie complesse statunitensi progettate proprio per questo tipo di greggio. Riattivare questi flussi significa ridurre il costo della raffinazione interna e aumentare la sicurezza energetica USA.
Tuttavia, rendere operativi questi volumi richiede anni e investimenti enormi, stimati da alcuni analisti in decine di miliardi, oltre alla creazione di un quadro legale e infrastrutturale stabile.
Dal lato dei mercati, il semplice annuncio di venezuelani “barili pronti a rientrare” ha già provocato reazioni sui prezzi: ad esempio il WTI (benchmark del petrolio USA) ha visto ampliarsi il suo sconto sul Brent, segno che i mercati già scontano una maggiore offerta nel mercato occidentale.

Per l’Italia, dove i prezzi di benzina e diesel sono ancora più sensibili alle dinamiche del Brent e ai costi di raffinazione mediterranei, questi sviluppi possono avere effetti misti. Da un lato, un maggiore apporto di greggio pesante sul mercato globale può spingere verso una riduzione dei prezzi alla pompa, in particolare se l’offerta globale dovesse aumentare senza shock geopolitici. Dall’altro, l’operazione Trump potrebbe innescare nuove tensioni diplomatiche, sequestri navali o conetenziosi legali, come sta già accadendo con blocchi di petroliere dirette verso l’Asia, e quindi far aumentare la volatilità sui mercati. Molto probabilmente non sentiremo effetti tangibili per il nostro portafoglio.

Gli unici che potenzialmente trarranno un beneficio dall’operazione sono, palesemente, gli americani, i quali migliorano la sfera d’influenza energetica continentale in una sorta di “Pan-America” delle risorse strategiche, in cui materie prime, catene logistiche e circuiti finanziari restano sotto il loro controllo. Tuttavia, le crepe tra gli Stati Uniti ed il resto del mondo aumentano.