Se l’economia reale non cresce per via endogena, le alchimie finanziarie non riescono che a nasconderne solo temporaneamente le carenze: alla lunga sono rimedi insostenibili.
La dinamica economica americana è stata drogata dal debito, ininterrottamente da trent’anni a questa parte: il pareggio di bilancio federale cui era pervenuto Bill Clinton era stato ottenuto aumentando le tasse sul ceto medio, quello che era stato favorito da Ronald Reagan che aveva tagliato enormemente le tasse sui redditi più alti.
Per mantenere il tenore di vita precedente, tra il 1995 ed il 2008 sono state le famiglie ad indebitarsi sempre di più, con la percentuale sul loro reddito disponibile che si impenna dall’80% di quell’anno al picco del 124% del 2008, provocando la crisi dei mutui sub-prime. L’illusione di una crescita continua dei valori immobiliari aveva creato una bolla finanziaria che aveva travolto mezzo mondo.
Di converso, il debito pubblico americano si era ridotto dal 65% del PIL nel 1995 al 55% nel 2001, riportandosi al 64% del primo trimestre nel 2008, alla vigilia della Grande Crisi Finanziaria: nel corso di poco più di un decennio era sostanzialmente ritornato al punto di partenza.
Ma è da allora che si invertono i ruoli: da una parte si assisteva alla progressiva riduzione dell’indebitamento delle famiglie americane, che nel 2024 ritorna all’84% del reddito disponibile, mentre dall’altra ricominciava a crescere il debito pubblico, anche grazie alle manovre di politica monetaria non convenzionale adottate dalla Fed attraverso i QE, ovvero l’acquisto di debito pubblico sul mercato in cambio di nuova liquidità.
Come se non bastasse, la retrocessione al Tesoro degli interessi incassati dalla Fed sui titoli pubblici detenuti nel proprio portafoglio, faceva letteralmente sparire il costo di questa enorme massa di debito “comprato” dalla Fed: con una mano, il Tesoro pagava alla Fed gli interessi, e con l’altra se li riprendeva. Questa è la magia che ha occultato per anni l’onere crescente che si andava accumulando.
In rapporto al PIL, il debito pubblico americano era già arrivato all’84% alla fine del 2009, aumentando dunque di venti punti percentuali in meno di due anni. Ma poi ha continuato a salire inesorabilmente, arrivando al 107% del PIL nel primo trimestre del 2021, alla vigilia della seconda crisi economica provocata stavolta dall’epidemia di Covid: anche in questa occasione, sono stati gli acquisti di debito federale da parte della Fed che hanno reso possibile un nuovo ulteriore balzo del rapporto debito/PIL, arrivato al 133% a metà del 2020.
La riduzione del rapporto percentuale che è stata registrata successivamente, col 120,8% nel primo trimestre di quest’anno, dipende sostanzialmente dall’aumento del valore nominale del denominatore della frazione, col PIL gonfiato artificialiosamente dall’inflazione. Il debito federale statunitense è arrivato così alla vetta di 36.214 miliardi di dollari, mentre era stato di 23.223 miliardi alla vigilia della crisi sanitaria, ed ancora di 11.910 miliardi alla fine del 2009: in un quindicennio è triplicato in termini di valore aumentando di 36 punti il proprio peso sul PIL.
Senza questa crescita formidabile della spesa pubblica finanziata in disavanzo e quindi con un debito federale in continuo aumento, l’economia americana ed i consumi si sarebbero accartocciati vista anche l’erosione dei redditi reali determinata dall’inflazione a partire dal 2021: la composizione funzionale del budget per l’anno fiscale in corso dimostra il sostegno determinante che viene recato alle famiglie, col 22% della spesa complessiva che è destinata alla Social Security, il 13% al Medic Aid, il 13% al Medicare ed il 3% all’Education.
Le proiezioni a politiche fiscali invariate esplicitate dal Congressional Budget Office (CBO) nel rapporto pubblicato lo scorso 27 marzo sono estremamente preoccupanti.
Il debito federale crescerà ancora: in assenza di acquisti da parte della Fed, la quota detenuta dal pubblico aumenterà dal 100% del prodotto interno lordo nell’anno fiscale 2025 al 156% del PIL entro il 2055. Sono tutti nuovi titoli che dovranno essere assorbiti dal mercato. È tutta colpa dei deficit di bilancio: i disavanzi annuali passeranno dal 6,2% del PIL nel 2025, percentuale già doppia rispetto a quella del 2016, al 7,3% del PIL entro il 2055, il livello più alto mai raggiunto in periodi non di crisi. La spesa continuerà infatti a superare le entrate: è passata dal 20,7% del PIL 2016 al 23,3% di quest’anno, e si prevede che aumenterà ulteriormente fino al 26,6% entro il 2055. Le entrate cresceranno dal 17,1% del PIL di quest’anno al 18,2% nel 2027 con la scadenza del Tax Cuts and Jobs Act, per poi aumentare gradualmente fino al 19,3% del PIL nel 2055.
La dinamica del costo degli interessi sarà esplosiva, raggiungendo il record del 3,2% del PIL già nel corso del 2025, superando il costo della Difesa e del Medicare, e crescerà ulteriormente fino al 5,4% del PIL entro il 2055. Il tasso di interesse medio sul debito supererà il tasso di crescita economica entro il 2045, innescando l’inizio di una spirale del debito.
La previdenza sociale è a soli otto anni dall’insolvenza. Il fondo fiduciario per la previdenza sociale per la vecchiaia e i superstiti esaurirà le riserve entro il 2033, anno in cui i pensionati più giovani di oggi compiranno 70 anni, portando a un taglio immediato del 24% delle prestazioni. Se combinato con il fondo fiduciario per l’assicurazione per l’invalidità, il fondo fiduciario combinato sarebbe insolvente entro il 2034.
La Presidenza Trump è assolutamente consapevole di questa situazione, ma ha di fronte la prospettiva delle elezioni di mid-term, che deve assolutamente vincere se non vuole restare paralizzata nella seconda parte del mandato: per questo, in attesa che l’economia reale reagisca con la reindustrializzazione indotta dai dazi sulle importazioni, deve tenere ancora alto il deficit federale. L’obiettivo è ribaltare completamente le scelte di politica commerciale internazionale che furono adottate dall’Amministrazione Clinton, con la stipula dell’Accordo NAFTA con Canada e Messico e l’ingresso della Cina nel Wto, decisioni che sono risultate devastanti per l’economia americana.
Il debito crescente delle famiglie americane e poi quello del bilancio federale, nonostante il sostegno straordinario della Fed, non sono stati rimedi adeguati ma solo toppe ad uno sbrego che si è fatto ogni anno sempre più grande: se per un verso hanno sostenuto la domanda aggregata, hanno portato gli USA ad essere il più grande debitore del mondo, visto che la posizione finanziaria netta è precipitata dai -278 miliardi del 1995 ai -26.232 miliardi di fine 2024.
È questa la grande debolezza strutturale degli USA, la mancanza di risparmio interno che li fa dipendere dagli stranieri sia per gli investimenti che per la sottoscrizione del debito, con la conseguenza che nel 2024, per la prima volta nella storia statistica, anche il saldo dei redditi primari, nella compensazione tra incassi e pagamenti internazionali per rendite, dividendi ed interessi, è stato negativo, anche se per appena 9 miliardi di dollari. Al passivo strutturale delle transazioni per beni e servizi, si è aggiunto anche quello finanziario: è la crudezza della realtà che rende indispensabile il cambiamento del paradigma adottato negli scorsi trent’anni. I debiti non sono una soluzione, ma il problema.