Circa il 55% dei fondi di private equity mostrerebbe un ritardo di valutazione tra i 3 e i 5 mesi.
Il fascino del private equity per i grandi investitori non nasce solo dalla promessa di rendimenti elevati, ma anche da una caratteristica che, almeno sulla carta, lo rende particolarmente appetibile: una volatilità apparentemente contenuta rispetto ai mercati quotati.
In un mondo in cui fondi pensione e assicurazioni sono ossessionati dai rendimenti corretti per il rischio, questa stabilità percepita gioca un ruolo decisivo nelle allocazioni di capitale. Tuttavia, guardando più da vicino, emerge che questa tranquillità potrebbe non riflettere una reale minore esposizione al rischio, bensì un effetto collaterale dei meccanismi di valutazione e rendicontazione.
È noto che il private equity comporta costi elevati, strutture giuridiche complesse e una trasparenza limitata. Nonostante ciò, per molti investitori istituzionali resta difficile farne a meno. Attraverso questo canale si accede a un universo di imprese non quotate, spesso dinamiche e in forte crescita, e si ha la possibilità di esercitare un ruolo attivo nella governance. A ciò si aggiunge l’impressione, rafforzata dai dati comunicati dagli stessi investitori, che le oscillazioni dei rendimenti siano più contenute rispetto a quelle delle azioni quotate. Secondo uno studio basato su oltre 15.000 miliardi di dollari in portafogli istituzionali, circa il 55% dei fondi di private equity mostrerebbe un ritardo di valutazione tra i 3 e i 5 mesi, con la conseguenza di smussare la volatilità osservata. [...]
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