Corrono ai ripari, perché hanno capito che le prossime pensioni saranno da fame: gli stipendi striminziti e le carriere discontinue non lasciano speranze a coloro che andranno in pensione col sistema contributivo.
Col sistema retributivo, che è ormai agli sgoccioli dopo una lunghissima transizione, la pensione si ragguaglia invece al tenore di vita raggiunto alla fine della carriera, pur se ridotto in maniera considerevole.
Il sistema contributivo, sbandierato come socialmente equo e finanziariamente sostenibile era tanto logico in astratto, quanto concretamente fasullo: “tanto hai versato come contributi pensionistici nell’intera carriera lavorativa e tanto prenderai di pensione”.
Più che la rivolta sui posti di lavoro per reclamare salari e stipendi più elevati, impossibile perché vige il ricatto del licenziamento, reso sempre più agevole con le riforme del mercato del lavoro, si rischia la crisi politica: tutti i partiti, di destra e di sinistra senza distinzioni, rischiano di finire in un falò elettorale, come ai tempi dei Vaffa di Beppe Grillo. Ma non saranno i giovani nullafacenti a reclamare sulle piazze un sussidio sociale, ma i molti milioni di coloro che hanno lavorato tutta la vita ad affondare l’intero sistema dei partiti.
Ma solo ora che il danno è fatto, ed è praticamente irreparabile se non ribaltando l’intera logica perseguita per anni con pervicacia, i soliti Riformisti si accorgono che il sistema per cui hanno lottato vittoriosamente è socialmente insostenibile.
E si propongono rimedi ridicoli, come quello di consentire ai dipendenti pubblici di rimanere in pensione fino a 67 anni, oppure soluzioni che funzionano solo in apparenza come il versamento del rateo mensile del TFR ai Fondi pensione: anziché riscuotere il trattamento di fine rapporto, si verserebbe l’importo maturato mensilmente ad un Fondo pensione che lo investe, integrando così in futuro l’importo miserrimo che verrà erogato dall’INPS.
Naturalmente non bisogna fare eccessivo clamore: si ricorrerà alla procedura del silenzio-assenso e si interverrà solo per i nuovi assunti, ma per le imprese sarà comunque un onere finanziario rilevante. Ad assumere, infatti, le aziende ci penseranno molto più che le solite due volte, e lo faranno riducendo ancora le retribuzioni per compensare il maggior onere finanziario cui andranno incontro non potendo più trattenere queste somme in bilancio, come debito verso terzi, finanziandosi vantaggiosamente piuttosto che ricorrendo alle banche: è dunque un rimedio inutile.
Ma intanto i soliti Riformisti guadagnano altro tempo, alimentando nuove speranze, trovando soluzioni inutili per rimediare ai loro stessi errori: dopo il sistema pensionistico col calcolo su base contributiva è arrivata la flessibilità del lavoro che si è trasformata in precarietà; poi, il costo del lavoro è stato abbattuto per favorire la competitività del sistema ed ora che siamo arrivati alle pensioni da fame.
Il cerino è acceso.
Ma lo prenderanno in mano altri: la realtà si dimostrerà dura, con la sua vera faccia, ancora una volta.