Trump nella trappola iraniana. Quale scenario per il prezzo del petrolio?

Sergio Giraldo

21 Luglio 2026 - 16:17

Riparte la guerra, ma qual è il piano? Trump immerso nel pantano iraniano, mentre il traffico a Hormuz rallenta di nuovo e gli Houti minacciano il Mar Rosso.

Trump nella trappola iraniana. Quale scenario per il prezzo del petrolio?

Donald Trump entra nella fase più insidiosa della sua guerra iraniana, quella in cui gli obiettivi si restringono man mano che il conflitto si allarga. Ripresi i combattimenti dopo il fallimento della trattativa, non è chiarissimo quali obiettivi abbia oggi Washington, tanto che l’establishment della sicurezza nazionale ha già cominciato a ridimensionare il significato stesso della vittoria. L’ex segretario alla Difesa Mark Esper, dice il Financial Times, ha spiegato che gli Stati Uniti potrebbero accontentarsi di due risultati, cioè riaprire lo stretto di Hormuz senza pedaggi e riportare il programma nucleare iraniano ai vincoli dell’era Obama. Il che significherebbe un semplice ritorno allo status quo di prima della guerra, non un grande risultato, quindi.

Il problema è che anche questi obiettivi minimi al momento appaiono fuori portata. Teheran è decisa a incassare pedaggi sul transito delle navi, il che significa miliardi di dollari di entrate e una morsa permanente sulle forniture energetiche del pianeta. Intensificare i bombardamenti non sembra bastare a riaprire il passaggio, e per un uso di truppe di terra alla Casa Bianca non c’è alcun appetito, anche perché servirebbero 600.000 uomini e un anno di operazioni, pare.
Intanto l’Iran ha colpito ieri di nuovo l’Arabia Saudita, primo attacco da mesi, ricordando a tutti quanto le monarchie del Golfo restino esposte su infrastrutture vitali come i desalinizzatori e gli impianti petroliferi.

Ma c’è di più, poiché la vera preoccupazione strategica è quella tecnologica. Con l’aiuto fattivo di Russia e Cina, i droni e i missili iraniani diventano più precisi e a più lungo raggio, mettendo nel mirino obiettivi finora sfiorati (il reattore israeliano di Dimona, la base americana di Diego Garcia da cui passa la proiezione di potenza nell’Indo-Pacifico). Nasce da qui l’ipotesi di un ritorno all’obiettivo di un regime change, scopo originario di Trump e Netanyahu quando aprirono la guerra il 28 febbraio. Accantonato durante il negoziato, il tema è ora a rispolverato per mancanza di alternative migliori, cioè blocco petrolifero per strangolare in pochi mesi le entrate di Teheran, ricerca di candidati insider disposti a collaborare, o persino ipotesi di armare i curdi.

Ma proprio qui inizia la palude. Ogni bomba genera rappresaglia, ogni rappresaglia nuove bombe, e l’America viene trascinata più a fondo. Le scorte di armamenti, a quanto pare, si assottigliano a velocità impressionante. Secondo alcune stime di osservatori specializzati, circa il 30% dei missili Tomahawk e il 50% degli intercettori Patriot disponibili alle forse USA sono stati bruciati nelle prime 12 settimane di guerra. Rimpolpare le scorte richiederà anni, e alcuni temono che proprio in questo pit-stop triennale (o quadriennnale) la Cina potrebbe trovare il momento buono per muoversi nel Mar Cinese meridionale. La crisi iraniana, già la più grave sul tavolo di Washington, rischia così di originarne una ancora più grande.

La cronaca di questi giorni conferma che il traffico attraverso Hormuz sta rallentando, i trasferimenti nave-nave nel Golfo dell’Oman (il meccanismo con cui i militari americani, guidando le petroliere con droni ed elicotteri, hanno tenuto in vita l’export del Golfo) si sono ridotti a una sola coppia di navi il 18 luglio contro le tre dell’11, dopo che una serie di attacchi iraniani ha spinto gli armatori a diffidare dello schema. I passaggi di superpetroliere sono scesi a due al giorno, contro gli otto di fine giugno. Washington, per bocca del segretario all’Energia Chris Wright, giura che i flussi restano assicurati «senza la cooperazione dell’Iran», con quasi 14 milioni di barili al giorno fra stretto e oleodotti di aggiramento, due terzi del traffico pre-conflitto. Numeri un po’ dubbi e non confermati da altri osservatori.

A complicare il quadro arrivano gli Houti, i ribelli yemeniti longa manus di Teheran, che hanno dichiarato il blocco navale contro l’Arabia Saudita, riaccendendo il timore di una chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb. Se lo stretto meridionale del Mar Rosso venisse serrato, Riad perderebbe la rotta alternativa a Hormuz e oltre 3 milioni di barili al giorno di greggio saudita diretto in Asia finirebbero dirottati via Canale di Suez sul Capo di Buona Speranza, con ritardi fino a un mese. Peraltro, le dimensioni del Canale impedirebbero il passaggio delle petroliere più grandi, costringendo a costi maggiori e a tempi più lunghi.
Ancora non si hanno notizie di attacchi Houti nel Mar Rosso, ma due colli di bottiglia sotto pressione nello stesso momento non sarebbero gestibili da un presidente che affonda nella palude ad ogni missile.