Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Syrah o Shiraz? Lo stesso vitigno, due identità: dal Rodano all’Australia

Antonella Coppotelli

18 settembre 2026

Stesso DNA, due filosofie opposte: dai grandi cru del Rodano agli Shiraz australiani, passando per l’enclave rodaniana di Cortona e i rossi solari della Sicilia.

Syrah o Shiraz? Lo stesso vitigno, due identità: dal Rodano all'Australia

Nel panorama dei vitigni internazionali non esiste un caso paragonabile: una sola varietà, un solo DNA, ma due nomi che nel mondo del vino indicano ormai due filosofie enologiche pressoché opposte.

Scrivete «Syrah» in etichetta e il consumatore si aspetterà un vino teso, pepato, con note di oliva nera e affumicato, di scuola rodaniana.

Scrivete «Shiraz» e la promessa cambia radicalmente: frutta nera matura, concentrazione, cioccolato, generosità australiana. Geneticamente, però, non esiste alcuna differenza: si tratta esattamente dello stesso vitigno.

Le origini: la fine di una leggenda?

Per decenni, l’origine del Syrah è stata materia di racconti affascinanti quanto infondati. C’era chi la faceva risalire alla città persiana di Shiraz, nell’attuale Iran, chi sosteneva che i Romani l’avessero esportato dall’Egitto fino a Siracusa (Syracousai), chi ancora ipotizzava affinità genetiche con vitigni albanesi o con il Teroldego trentino.

A chiudere la questione è stata la scienza: un’analisi del DNA condotta alla fine degli anni Novanta ha dimostrato che il Syrah nasce dall’incrocio spontaneo tra due varietà minori del Sud-Est della Francia, la Dureza, un’uva a bacca nera allevata storicamente nell’Ardèche e oggi quasi scomparsa e la Mondeuse Blanche, varietà a bacca bianca della Savoia alpina.

Il vitigno, in altre parole, è autoctono dell’area compresa tra il lago di Ginevra e le Alpi francesi, e non ha alcun legame con la Persia.

Resta però un dettaglio storico suggestivo: già nel 77 d.C. Plinio il Vecchio descriveva, nella sua Naturalis Historia, i vini pregiati prodotti a Vienne (l’odierna Côte-Rôtie) da un’uva a bacca scura che cinquant’anni prima, all’epoca di Virgilio, non esisteva ancora.

Una coincidenza che molti studiosi ritengono possa riferirsi proprio al progenitore del nostro Syrah.

Il Rodano settentrionale: la patria dei grandi cru

Il cuore storico del Syrah resta la valle del Rodano settentrionale, dove il vitigno dà origine ad alcuni dei rossi più longevi e venerati al mondo: Hermitage, Côte-Rôtie, Cornas e Saint-Joseph.

Qui le vigne crescono su terrazzamenti di origine granitica e scistosa che si affacciano sul fiume, in un clima continentale con forti escursioni termiche, e vengono vinificate quasi sempre in purezza con la sola eccezione, a Côte-Rôtie, di una piccola percentuale di Viognier in co-fermentazione, che regala al vino una nota floreale caratteristica.

Il dato che più sorprende è la dimensione di queste denominazioni-mito: l’AOC Hermitage, la più celebre di tutte, misura appena 140 ettari complessivi.

Cortona, l’enclave rodaniana in Toscana

Cortona, in provincia di Arezzo, è un angolo enologico di Toscana che non assomiglia al resto della regione: nessun Sangiovese a fare da padrone, nessun richiamo al mito del Chianti.

Tra le colline che scendono verso la Val di Chiana, al confine con l’Umbria e a poca distanza dal lago Trasimeno, il vitigno dominante è il Syrah, al punto che gli addetti ai lavori definiscono questo territorio, senza troppi giri di parole, “una piccola Valle del Rodano in terra di Toscana”.

Secondo la ricostruzione più accreditata, le prime barbatelle arrivarono in Toscana nei primi anni del Novecento per mano del Conte di Montecarlo di Lucca, al rientro da un viaggio in Francia, diffondendosi poi per raccolte private prima nell’aretino e infine nel cortonese.

All’inizio degli anni Settanta, con l’ausilio del professor Attilio Scienza e dell’Università di Milano, vennero condotte ricerche minuziose sulle caratteristiche pedologiche e climatiche del cortonese, che individuarono nel Syrah il vitigno rosso più adatto a quelle distese ondulate.

Le prime vinificazioni, però, non convinsero: fu necessaria un’ulteriore campagna di sperimentazione, impiantando diversi cloni di Syrah provenienti direttamente dal Rodano, per identificare quello più adatto al microclima locale.

Quando lo si trovò, iniziò una lunga battaglia politica per far inserire un vitigno di origine francese nei disciplinari toscani: l’approvazione arrivò nel 1995, grazie anche al sostegno decisivo di Marco Pallanti del Castello di Ama, e nel 1999 il riconoscimento della DOC Cortona, accompagnato dalla nascita del Consorzio.

Perché proprio qui? La risposta sta nei suoli e nelle altitudini. I terreni della Val di Chiana, di matrice prevalentemente argillosa con presenza di limo, sabbie e scisti, si sono rivelati ideali per un vitigno che rifugge i suoli troppo compatti e richiede un buon drenaggio.

Le quote, che a Cortona arrivano fino ai 585 metri, frenano la maturazione e restituiscono al vino freschezza e tensione, evitando la deriva verso l’eccessiva concentrazione tipica dei climi più caldi.

Oggi i numeri raccontano un’identità consolidata: oltre 700 ettari vitati a Syrah, che ne fanno non solo la varietà più allevata della Val di Chiana ma il simbolo enologico stesso di Cortona, con una sessantina di aziende consorziate e circa 500mila bottiglie di Cortona DOC prodotte, di cui il 60% destinato al mercato italiano e il resto all’export, tra Europa e Stati Uniti.

Il Consorzio, guidato dal produttore Stefano Amerighi, sta ora lavorando a una revisione del disciplinare verso le tipologie Cortona e Cortona Superiore, intese come Syrah in purezza e con l’obiettivo dichiarato di mettere in primo piano il territorio prima del vitigno (la scelta strategica opposta a quella dell’Argentina col Malbec), e forse la più coraggiosa.

A completare il quadro identitario c’è anche un abbinamento gastronomico diventato evento: «Chianina e Syrah», la manifestazione annuale che celebra in prossimità della primavera i due prodotti simbolo della Valdichiana.

La Sicilia: il Syrah che ha scelto il caldo

Se Cortona ha costruito la propria identità sull’altitudine e sulla freschezza, il secondo grande polo italiano del Syrah ha imboccato la strada esattamente opposta: la Sicilia, con oltre 103mila ettari vitati la regione italiana con la maggiore superficie a vigneto e una produzione superiore ai sette milioni di ettolitri annui, ha scommesso su questo vitigno proprio per la sua capacità di reggere climi torridi mantenendo struttura e profilo speziato.

La svolta risale agli anni Settanta, quando la viticoltura siciliana abbandonò progressivamente l’obiettivo storico dei vini altamente alcolici e corposi da taglio (quelli che per decenni avevano “corretto” i vini più esili del Nord Italia) in favore di produzioni più fresche, eleganti e profumate.

Accanto alla riscoperta degli autoctoni (Nero d’Avola, Frappato, Nerello Mascalese, Grillo, Carricante) si affiancarono così i vitigni internazionali, e tra questi il Syrah trovò rapidamente una collocazione naturale.

Le zone di elezione sono principalmente due. La prima è l’area occidentale-meridionale tra Agrigentino e Nisseno, dove la denominazione Menfi (insieme alle vicine DOC Santa Margherita di Belice e Sambuca di Sicilia) produce Syrah dal profilo fruttato, fresco e di grande piacevolezza, favoriti da suoli argillosi e dalla mitigazione delle brezze marine.

La seconda area è il Val di Noto, nell’estremità sud-orientale dell’isola, dove il Syrah convive con i grandi autoctoni su suoli calcarei dell’altopiano Ibleo, ricchi di tufo, argilla e rocce sedimentarie.

Qui il vitigno beneficia delle escursioni termiche garantite dall’altopiano e della vicinanza del mare Ionio, in un territorio storicamente vocato. Basti pensare che nel 1929 la sola Pachino contava circa 3.000 ettari di vigneto e oggi è protagonista di un rilancio qualitativo su tutta la linea.

Il risultato, in entrambi i casi, è uno stile molto diverso da quello cortonese: Syrah più rotondi, maturi e immediati, con frutto scuro in evidenza e una speziatura più dolce, che hanno trovato grande fortuna sui mercati internazionali proprio per la loro leggibilità.

Un dato storico curioso, a chiudere il quadro italiano: il vitigno era in realtà già arrivato in Piemonte da Montpellier nel 1899, senza però mai attecchire come poi avvenne nelle regioni del Centro-Sud.

Australia: Shiraz, la seconda patria

Se il Rodano è la patria d’origine, l’Australia è la seconda casa e forse il luogo dove il Syrah ha generato la storia industriale più affascinante.

Qui il vitigno prende il nome di Shiraz, e la sua consacrazione porta una data e un nome precisi: 1950, Max Schubert.

Chief winemaker di Penfolds, Schubert visitò quell’anno i grandi château del Médoc e rimase folgorato dall’idea di vini capaci di migliorare per decenni in cantina, un concetto allora estraneo a un’Australia il cui vino era sinonimo di stili fortificati, porto e sherry.

Tornò ad Adelaide con un’ambizione radicale: creare un vino australiano «capace di restare vivo per un minimo di vent’anni».

Il primo Grange sperimentale nacque nel 1951, da uve Shiraz del vigneto Magill Estate. La storia, però, prese una piega quasi romanzesca: il consiglio di amministrazione di Penfolds bocciò il progetto, costringendo Schubert a continuare a produrre il vino in segreto fino al 1960, quando la dirigenza dovette finalmente riconoscerne il valore.

Un dettaglio linguistico racconta bene la deferenza australiana verso il modello francese: fino all’annata 1989, il vino si chiamava ufficialmente «Grange Hermitage», poiché in Australia il termine Hermitage era usato come sinonimo di Shiraz.

Gli altri distretti chiave restano la calda Barossa Valley, patria degli Shiraz più concentrati e potenti, e la più fresca Eden Valley, capace di stili più eleganti e verticali.

Il Syrah nel mondo

Il Syrah ha trovato terreno fertile in numerosi altri Paesi, quasi sempre nei climi caldi. In Sudafrica è oggi uno dei vitigni rossi più promettenti, con interpretazioni a metà strada tra lo stile rodaniano e quello australiano.

In California, la Central Coast e in particolare Paso Robles e la Santa Ynez Valley ospitano un movimento di produttori, i cosiddetti «Rhône Rangers», dichiaratamente ispirato al modello francese.

In Cile, le valli di Elqui e Colchagua producono Syrah di crescente qualità, mentre negli Stati Uniti anche lo Stato di Washington si è ritagliato una nicchia di rilievo.

Restando in Francia, infine, il Languedoc-Roussillon e la Provenza impiegano largamente il Syrah come componente di blend insieme a Grenache e Mourvèdre, la celebre triade ’GSM’ del Rodano meridionale e di Châteauneuf-du-Pape.

Syrah: mercati e numeri

Con oltre 185 mila ettari di allevamento, il Syrah è oggi il sesto vitigno più piantato al mondo, un dato che lo colloca dietro ai colossi bordolesi, ma con una diffusione geografica tra le più ampie in assoluto.

Sul fronte degli investimenti, il caso Penfolds Grange è particolarmente istruttivo per capire come funziona il mercato del fine wine fuori dall’Europa.

Le quotazioni attuali si collocano attorno ai 700-800 dollari per bottiglia, con un prezzo medio ex-tax di circa 739 dollari secondo i dati Wine-Searcher: valori che fanno del Grange la principale blue chip australiana, con oltre settant’anni di storia documentata e un track record di punteggi perfetti, l’annata 2018 ha collezionato otto valutazioni da 100/100.

Per Cortona, invece, la sfida è di scala completamente diversa: 500mila bottiglie complessive, in uno scenario globale segnato da inflazione, dazi e contrazione dei consumi.

Come ha osservato lo stesso presidente del Consorzio, il vero salto che attende la denominazione è l’apertura ai mercati internazionali, con una chiarezza di posizionamento che il mercato oggi richiede più che mai.