Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Vitigni resistenti e ibridi PIWI. Il futuro (internazionale) del vino nell’era del climate change

Antonella Coppotelli

16 ottobre 2026

Dallo Champagne a Bordeaux, l’Europa sperimenta i vitigni resistenti per adattarsi al clima. In Italia un DDL fermo da due anni li tiene fuori da DOC e DOCG.

Vitigni resistenti e ibridi PIWI. Il futuro (internazionale) del vino nell'era del climate change

Il 28 luglio 2026, a Oliva Gessi, nell’Oltrepò Pavese, sono stati tagliati i primi grappoli della stagione italiana. Erano uve bianche destinate alle basi spumante dell’azienda Defilippi I Gessi.

Secondo Coldiretti, la raccolta è partita con circa dieci giorni di anticipo sulla media, spinta da un caldo che ha accelerato la maturazione.

Due giorni dopo è toccato alla Franciacorta. Per il Consorzio è la prima volta nella storia della denominazione che la vendemmia cominci a luglio.

In Piemonte, secondo il quadro raccolto dall’Unione Italiana Vini, le prime uve sono state raccolte entro la fine del mese. Nel Monferrato l’anticipo ha toccato i quindici giorni rispetto al 2025.

Coldiretti ha descritto una campagna destinata a durare quasi cinque mesi, dalle basi spumante di fine luglio ai rossi più tardivi. È un calendario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile.

E che pone una domanda più ampia: con quali vitigni si farà il vino nei prossimi decenni?

Un’estate da record: cosa dicono i dati di Copernicus

L’anticipo della vendemmia ha una spiegazione precisa. Secondo il Copernicus Climate Change Service, il servizio climatico dell’Unione europea gestito dall’ECMWF, il 2026 ha portato all’Europa la terza estate più calda mai registrata.

Per l’Europa occidentale è stata la più calda in assoluto: una media di 21,7°C, 2,5°C sopra la media 1991-2020, che ha battuto il precedente record del 2003.

Il caldo è arrivato presto ed è durato a lungo. La prima grande ondata di calore ha colpito l’Europa occidentale già a fine maggio, e temperature record si sono registrate anche a settembre. Nel 2026 si sono contati 17 giorni in cui almeno il 60% dell’Europa occidentale ha superato i 30°C, contro gli 11 del 2003 e i 7 del 2025.

Al caldo si è sommata la siccità. Copernicus parla dell’estate con le portate fluviali più basse da quando esistono le rilevazioni EFAS, cioè dal 1992. Il Po è tra i grandi fiumi europei che a luglio e agosto hanno toccato minimi record o quasi.

Per la vite, che anticipa il ciclo quando fa caldo, questo significa maturazioni più rapide, stress idrico e una finestra di raccolta più stretta.

Infine e non per importanza, l’estate 2026 è stata secca, e proprio per questo Coldiretti ha segnalato una pressione della peronospora contenuta.

Il problema del vigneto non è solo il caldo: è l’instabilità. Annate asciutte si alternano ad annate piovose, ondate di calore a grandinate violente, che quest’anno hanno colpito a macchia di leopardo dal Nord al Centro.

Quando il clima rende impossibili perfino le previsioni

Il segnale più eloquente dell’annata è forse una rinuncia. Per la prima volta Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini non hanno presentato a inizio settembre le tradizionali stime vendemmiali.

La motivazione ufficiale: con condizioni climatiche sempre più variabili, una previsione fatta prima della fine della raccolta rischia di essere smentita. Una scelta analoga era stata fatta in Francia.

I primi numeri sono arrivati a ottobre dalla Commissione europea. Secondo le stime di Bruxelles, nel 2026 l’Italia dovrebbe produrre 41,1 milioni di ettolitri di vino e mosti, il 7,2% in meno rispetto ai circa 44,4 milioni dichiarati per il 2025.

Sul calo pesano la siccità, ma anche la scelta di diversi consorzi di ridurre le rese per contenere un’offerta già abbondante.

Si tratta di dati provvisori: il bilancio definitivo arriverà con le dichiarazioni di raccolta.

Oltralpe il quadro è ancora più netto. Il ministero dell’Agricoltura francese ha stimato a inizio settembre una produzione di circa 34 milioni di ettolitri, il livello più basso degli ultimi trent’anni, con scottature e appassimento degli acini tra le cause principali.

Il punto, per il settore, va oltre i volumi di una singola annata. Adattarsi al nuovo clima non significa soltanto anticipare le forbici o vendemmiare all’alba.

Significa ripensare il materiale vegetale su cui si fonda la viticoltura europea. Ed è qui che entrano in gioco i vitigni resistenti.

Che cosa sono i PIWI

PIWI è l’acronimo del tedesco PilzWiderstandsfähig, cioè «resistente ai funghi».

Indica varietà di vite selezionate per resistere alle due malattie fungine più temute dai viticoltori europei: la peronospora e l’oidio.

Contro queste malattie la Vitis vinifera, la vite da vino europea, è molto vulnerabile e richiede numerosi trattamenti ogni anno.

Le resistenze arrivano da specie di vite americane e asiatiche, che si sono evolute convivendo con questi patogeni. La loro storia in Europa non è nuova. Dopo la crisi della fillossera, tra Otto e Novecento, si diffusero i cosiddetti ibridi produttori diretti: viti resistenti ma con caratteristiche organolettiche poco apprezzate, poi messe al bando in molti Paesi.

Da quella stagione deriva il pregiudizio che ancora accompagna la parola «ibrido».

I PIWI di oggi sono un’altra cosa. Sono il risultato di decenni di incroci e reincroci successivi con la vinifera: il patrimonio genetico è in larga parte europeo, mentre dalle altre specie viene mantenuto soprattutto il carattere della resistenza.

Il lavoro di selezione è condotto da istituti pubblici di ricerca come l’INRAE francese, il Julius Kühn-Institut tedesco e, in Italia, università e centri di sperimentazione.

Un chiarimento è necessario: i PIWI non sono OGM. Nascono da incroci tradizionali, attraverso la riproduzione sessuale della pianta.

Sono quindi distinti dalle TEA, le Tecniche di evoluzione assistita, che intervengono direttamente sul DNA e hanno un iter normativo europeo separato.

Il vantaggio principale è agronomico e ambientale. Un vigneto PIWI può ridurre drasticamente il numero di trattamenti fitosanitari, con meno passaggi di mezzi in vigna, minori emissioni e un minore ricorso al rame nelle aziende biologiche.

È un tema sensibile anche per i vigneti vicini alle abitazioni, dove la riduzione dei trattamenti risponde a una domanda che è anche sociale.

L’Europa apre le porte: dal regolamento UE allo Champagne

Il quadro europeo è cambiato nel 2021. Il regolamento (UE) 2021/2117 ha modificato l’articolo 93 del regolamento 1308/2013 sull’organizzazione comune dei mercati agricoli.

Da allora anche i vini a denominazione d’origine possono essere ottenuti da varietà nate dall’incrocio tra Vitis vinifera e altre specie del genere Vitis.

Bruxelles ha rimosso il divieto comunitario, ma non impone nulla: spetta agli Stati membri e alle denominazioni decidere se e come aprire.

La Francia aveva già preparato il terreno. Nel 2018 l’INAO, l’istituto che governa le AOC, ha introdotto la procedura VIFA, le «varietà d’interesse a fini di adattamento».

Permette alle denominazioni di sperimentare nuovi vitigni, compresi quelli resistenti, senza perdere l’AOC, entro limiti precisi di superficie e per un periodo di prova.

Il caso più simbolico è lo Champagne. A fine 2022 l’INAO ha approvato l’ingresso di Voltis, un vitigno bianco resistente a peronospora e oidio selezionato da INRAE e dal Julius Kühn-Institut.

È stato il primo PIWI ammesso in un’appellation francese. Le regole sono prudenti: Voltis può occupare al massimo il 5% della superficie vitata di un’azienda e il 10% di un assemblaggio.

Il Comité Champagne ha fissato un periodo di valutazione di dieci anni: la decisione sull’inserimento definitivo arriverà dopo la vendemmia 2032.

Anche Bordeaux si è mossa. Nel 2023 le AOC Bordeaux e Bordeaux Supérieur hanno ammesso come varietà accessorie quattro vitigni resistenti: i bianchi Floreal, Sauvignac e Souvignier Gris e il rosso Vidoc, con un tetto del 5% della superficie aziendale.

Nei Paesi di lingua tedesca, culla della ricerca sui PIWI, la strada è aperta da tempo. In Germania il rosso Regent, selezionato dall’istituto federale di Geilweilerhof, è ammesso alla produzione di Qualitätswein da circa trent’anni ed è classificato in tutte le regioni viticole.

In Austria la normativa sui vini di qualità comprende già varietà resistenti come i rossi Rathay e Roesler, selezionati dal centro federale di Klosterneuburg.

Il caso Italia: ricerca pronta, norma ferma

In Italia i PIWI si possono allevare e usare per i vini IGT, nelle regioni che li hanno autorizzati. Restano però esclusi da DOC e DOCG.

Il divieto è scritto nell’articolo 33, comma 6, della legge 238/2016, il Testo unico della vite e del vino, che non consente l’uso delle denominazioni d’origine per vini ottenuti da ibridi interspecifici.

È un vincolo nazionale, non europeo: da cinque anni Bruxelles lascerebbe aperta la porta.

Un tentativo di cambiare le cose esiste. Il 28 maggio 2024 il senatore Pietro Patton ha presentato il disegno di legge 1152, «Modifiche all’articolo 33 della legge 12 dicembre 2016, n. 238, in materia di viti resistenti alle malattie».

La relazione ricorda che queste varietà conservano dal 95 al 99% del patrimonio genetico della vinifera e che all’epoca erano 36 quelle iscritte al Registro nazionale delle varietà di vite.

Il testo propone di abrogare il comma 6 e di estendere alle DOC l’uso delle varietà iscritte al Registro.

A più di due anni dalla presentazione, l’esame in commissione non è ancora iniziato. Nelle ultime settimane però il tema è tornato in agenda con un’iniziativa trasversale.

I parlamentari Gian Marco Centinaio (Lega) e Antonella Forattini (Pd) hanno annunciato un’interrogazione al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e l’impegno a sbloccare il disegno di legge.

La richiesta emersa dal confronto è precisa: lasciare ai Consorzi di tutela la facoltà, e non l’obbligo, di inserire le varietà resistenti nei propri disciplinari.

Intanto alcuni territori si sono già mossi. Il Consorzio DOC Delle Venezie ha avviato una sperimentazione per ammettere una quota del 10% di vitigni resistenti nel Pinot Grigio, la prima proposta di questo tipo in una DOC italiana.

Nel mondo del Prosecco sono state presentate nuove varietà di Glera resistenti, ottenute con lo stesso approccio. In entrambi i casi, il passo decisivo dipende dalla modifica della legge nazionale.

I nodi economici: tempi lunghi, costi e mercato

Anche con una legge diversa, i PIWI non cambierebbero il vigneto italiano da un giorno all’altro. La vite è una coltura pluriennale e i tempi dell’innovazione sono lunghi.

Tra la richiesta di tutela di una nuova varietà all’Ufficio comunitario delle varietà vegetali, l’iscrizione al Registro nazionale, l’autorizzazione regionale e l’eventuale inserimento in un disciplinare possono passare oltre dieci anni.

C’è poi il tema dei costi. Le barbatelle delle varietà resistenti sono più care di quelle tradizionali, tanto che in Francia la questione è arrivata all’Assemblée nationale con un’interrogazione scritta al ministero dell’Agricoltura.

Il risparmio si recupera nel tempo, con meno trattamenti, meno gasolio e meno ore di lavoro in vigna. Ma l’investimento iniziale pesa, soprattutto per le aziende piccole.

Il contesto di mercato non aiuta. Secondo Coldiretti, nei primi quattro mesi del 2026 l’export di vino italiano è calato del 7% in valore, con una flessione del 15% negli Stati Uniti, colpiti dai dazi.

Le giacenze in cantina restano elevate. In una fase in cui le imprese chiedono semplificazione e certezze, introdurre nuovi vitigni richiede un orizzonte di medio periodo.

Infine c’è il consumatore. Il nome di un vitigno come Glera, Sangiovese o Nebbiolo è parte del valore commerciale di un vino. Un nome nuovo va spiegato e costruito.

È anche per questo che Champagne e Bordeaux hanno scelto quote minime da assemblaggio, che permettono di ridurre i trattamenti senza modificare il profilo e l’identità dei vini.

Un futuro che si decide (anche) fuori dall’Italia

La vendemmia 2026 ha mostrato che il clima non è più una variabile da gestire anno per anno, ma una condizione strutturale. I vitigni resistenti non sono una soluzione al caldo in sé, né un sostituto dei grandi vitigni autoctoni.

Sono uno strumento per rendere il vigneto più resiliente e meno dipendente dai trattamenti, in un contesto in cui gli eventi estremi si alternano senza preavviso.

Il «futuro internazionale» è già in corso. L’Unione europea ha aperto le denominazioni, la Francia sperimenta nello Champagne e a Bordeaux, Germania e Austria hanno una lunga esperienza con i vini di qualità da PIWI.

L’Italia, primo produttore europeo, ha le varietà, la ricerca e i consorzi pronti a sperimentare. Le manca, per ora, la possibilità di usarle nelle denominazioni.

La domanda aperta non è se i PIWI sostituiranno Nebbiolo e Sangiovese: nessuno lo propone. È se le denominazioni italiane potranno scegliere da sole, come già accade oltreconfine.

Sul piatto c’è la difesa dell’identità storica delle DOC, una preoccupazione legittima. Ma c’è anche il rischio di affrontare il clima dei prossimi decenni con gli strumenti normativi di dieci anni fa.

Antonella Coppotelli

Responsabile Area Marketing & PR Money.it

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