“El Niño si sta ingigantendo sotto i nostri occhi”. La frase è del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che il 3 settembre ha commentato l’ultimo aggiornamento dell’Organizzazione meteorologica mondiale aggiungendo che il pianeta si trova in acque inesplorate, e che quelle acque si stanno scaldando.
Il numero che dà la misura reale della cosa era però arrivato qualche settimana prima. Secondo il Programma alimentare mondiale, l’intensificarsi del fenomeno spingerà 49 milioni di persone in più verso la fame acuta nelle comunità più vulnerabili del pianeta.
L’Omm ha stimato una probabilità prossima al 100% che El Niño persista fino a febbraio 2027, e ha precisato di non aver mai emesso una previsione così categorica né su El Niño né sulla sua controparte fredda La Niña. Le agenzie meteorologiche lavorano abitualmente per intervalli di probabilità, e una certezza dichiarata è un fatto in sé.
Dove arriva l’onda d’urto, con quale intensità e con quali tempi? Le risposte, come vedremo, sono molto diverse a seconda che si guardi ai tropici o all’Europa, Italia compresa.
Cosa è El Niño, in breve
El Niño è la fase calda di un’oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera del Pacifico tropicale, chiamata ENSO, che si ripresenta ogni due-sette anni. In condizioni normali gli alisei spingono le acque calde superficiali verso ovest, verso l’Indonesia, permettendo alle acque fredde e ricche di nutrienti di risalire lungo le coste sudamericane. Quando gli alisei si indeboliscono, quel meccanismo si inceppa e l’acqua calda si redistribuisce verso est, di conseguenza l’intero schema delle piogge tropicali si sposta.
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Le conseguenze si propagano a migliaia di chilometri attraverso quelle che i climatologi chiamano teleconnessioni. Gli schemi ricorrenti degli eventi maggiori comprendono siccità in Amazzonia, Indonesia e Australia, monsoni indiani irregolari e piogge anomale in America meridionale. Per il trimestre settembre-novembre, l’Omm indica una probabilità elevata di temperature sopra la norma su quasi tutta la superficie terrestre del pianeta.
Gli scienziati non hanno stabilito che il cambiamento climatico di origine antropica stia rendendo El Niño più frequente o più intenso. Quello che un’atmosfera e un oceano più caldi possono fare è amplificarne le conseguenze, mettendo a disposizione più calore e più umidità per alimentare gli eventi estremi.
Il serbatoio di calore che non si è ancora scaricato
L’indice Niño 3.4, il termometro di riferimento del fenomeno, è passato da un’anomalia media di +1,5 °C tra maggio e luglio a +2 °C a luglio, per arrivare a valori settimanali compresi tra +2,2 e +2,6 °C tra fine luglio e metà agosto.
L’elemento più preoccupante sta però sotto la superficie. In alcune aree del Pacifico tropicale, tra luglio e inizio agosto, le temperature sottomarine risultavano oltre 8 °C sopra la norma. È un serbatoio di calore che non si è ancora scaricato in atmosfera, e che alimenterà il fenomeno nei mesi a venire. È il motivo per cui il Climate Prediction Center della NOAA assegna una probabilità del 69% che l’evento di ottobre-dicembre superi in intensità qualsiasi El Niño registrato dal 1950 in poi. Se quella soglia venisse superata, saremmo davanti al più forte El Niño della serie storica moderna.
C’è poi un effetto ritardato che conta più del primo: il calore accumulato negli oceani si rilascia lentamente, e questo tende a spingere verso l’alto le temperature globali dell’anno successivo. In termini pratici, il conto climatico di questo El Niño lo pagheremo soprattutto nel 2027.
La direttrice dell’Omm Celeste Saulo ha ricordato che il nome significa “bambino” in spagnolo, ma che il fenomeno può colpire duramente comunità ed economie di tutto il mondo e ha parlato di una mobilitazione senza precedenti con le agenzie meteorologiche nazionali per rafforzare previsioni e sistemi di allerta precoce. L’obiettivo dichiarato è preparare governi e organizzazioni umanitarie sui settori più vulnerabili come agricoltura, salute pubblica, energia e approvvigionamento idrico.
L’ordine di grandezza dell’impatto economico
Lo studio di riferimento sull’impatto macroeconomico è quello pubblicato su Science nel 2023 da Christopher Callahan e Justin Mankin, ricercatori del Dartmouth College. La loro tesi è che gli eventi El Niño non producano un colpo secco seguito da un recupero, ma una cicatrice: la crescita resta depressa per cinque anni e oltre, perché la spesa viene dirottata dagli investimenti produttivi alla ricostruzione.
Applicando questo metodo ai due eventi maggiori del passato, gli autori stimano perdite di 4.100 miliardi di dollari nel quinquennio successivo all’El Niño del 1982-83 e di 5.700 miliardi dopo quello del 1997-98.
Il Peterson Institute for International Economics ha applicato quelle elasticità all’evento in corso, calibrandolo su un’intensità paragonabile a quella del 1997-98. Il risultato è una perdita globale nel solo primo anno di circa 986 miliardi di dollari e un impatto cumulato a sei anni intorno ai 17.600 miliardi, con un intervallo di confidenza molto ampio, tra 7.200 e 28.500 miliardi. Si tratta di proiezioni costruite su regolarità statistiche osservate in passato, non di previsioni, ma l’ampiezza dell’intervallo è essa stessa un’informazione e dice che nessuno sa davvero quanto costerà.
La situazione in Europa
L’Europa non è direttamente teleconnessa a El Niño nel modo in cui lo sono Perù, Ecuador, Indonesia, Australia o il Corno d’Africa. Le perdite maggiori documentate da Callahan e Mankin si concentrano nei Paesi tropicali a basso reddito, dove l’agricoltura pesa molto sul PIL e la capacità di assorbire uno shock è minima. Gli stessi 49 milioni di persone indicati dal Programma alimentare mondiale non sono distribuiti uniformemente sul pianeta.
L’effetto sull’Europa passa quindi per canali indiretti, partendo dalle materie prime agricole. Le colture più esposte sono quelle delle regioni direttamente colpite come riso, olio di palma, zucchero, caffè robusta, cacao. Un’analisi della società di analisi del rischio Risilience ripresa da Reuters ipotizza shock di prezzo tra il 10% e il 50% sulle principali commodity, con punte tra il 50% e il 100% sulle più esposte.
Potrebbero poi presentarsi dei problemi alle catene di fornitura. Gli eventi passati hanno prodotto restrizioni all’export da parte dei grandi produttori di riso come India, Vietnam e Thailandia, che in condizioni di penuria tendono a proteggere il mercato interno. È una dinamica politica più che climatica, e amplifica il movimento dei prezzi.
L’elemento più incerto di tutti rimane però il clima europeo. La relazione tra ENSO e inverni europei esiste in letteratura ma è debole e non lineare, molto meno affidabile delle teleconnessioni tropicali. A complicare il quadro concorrono altri due fattori attesi nei prossimi mesi, ovvero una fase positiva del Dipolo dell’Oceano Indiano e un Atlantico tropicale più caldo del normale, che possono rinforzare o attenuare il segnale.
Il rischio europeo più concreto non arriva dal Pacifico ma dal fatto che l’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente, a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale. Di conseguenza, le anomalie del 2027 si sommeranno a un livello di partenza già elevato. Ed è così che il problema passa dalla volatilità delle commodity a qualcosa di più prosaico: ondate di calore, siccità, incendi e alluvioni, tutti eventi che in Europa hanno già un costo misurato.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, tra il 1980 e il 2024 gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno provocato nell’Unione perdite economiche stimate in circa 822 miliardi di euro e oltre 441.000 vittime. Negli ultimi dieci anni i danni si sono attestati intorno ai 45 miliardi l’anno, cinque volte il livello degli anni Ottanta. Uno studio dell’Università di Mannheim con la Banca Centrale Europea stima che possano raggiungere i 126 miliardi l’anno già dal 2029.
A fronte di questo, il fabbisogno di investimenti in adattamento calcolato in uno studio commissionato dalla Commissione europea, a cui hanno lavorato il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e la britannica Ricardo, è di circa 69 miliardi di euro l’anno fino al 2050 (30 miliardi per le infrastrutture, 21 per gli ecosistemi e 12 per la sicurezza alimentare).
Gli stessi autori osservano che si tratta di una cifra modesta rispetto agli investimenti richiesti dalla transizione energetica, stimati in circa 565 miliardi l’anno fino al 2030 e 660 miliardi nel periodo successivo. L’adattamento costa circa un decimo della mitigazione e riceve una frazione dell’attenzione politica.
Quanto viene effettivamente investito oggi è più difficile da quantificare, perché le stime variano molto a seconda del perimetro considerato, ma tutte le ricostruzioni disponibili collocano i finanziamenti impegnati ampiamente al di sotto del fabbisogno. Un’analisi del CMCC per la Commissione indica che, in assenza di politiche di adattamento, l’Europa rischia fino al 7% del proprio PIL.
Cosa sta facendo l’Unione Europea?
A Bruxelles è in lavorazione il Piano europeo di adattamento ai cambiamenti climatici (ECAP), annunciato da Ursula von der Leyen negli orientamenti politici 2024-2029 e affidato al commissario per il Clima Wopke Hoekstra, insieme al Quadro europeo integrato per la resilienza climatica e la gestione dei rischi, che nasce dalla valutazione europea dei rischi climatici EUCRA e dai suoi 36 rischi chiave e che dovrebbe incorporare l’adattamento in tutte le politiche dell’Unione.
L’impegno ufficiale è l’adozione entro la fine del 2026, lo ha confermato il 18 agosto la portavoce della Commissione Eva Hrncirova, richiamando esplicitamente la gravità degli incendi che hanno colpito l’Europa durante l’estate e precisando che il nuovo quadro non riguarderà soltanto la risposta agli incendi e il Meccanismo europeo di protezione civile, ma anche ambiente, agricoltura e salute.
Il riferimento normativo attualmente in vigore resta la Strategia di adattamento del 2021, mentre la prima strategia europea sul tema risale al 2013. Sia l’Agenzia europea dell’ambiente sia il Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici hanno ripetutamente segnalato che il passo delle politiche è inadeguato rispetto alla velocità del riscaldamento. Il Comitato consultivo, in particolare, ha chiesto all’Unione di prepararsi a uno scenario di riscaldamento globale compreso tra 2,8 e 3,3 °C entro il 2100 e di rendere obbligatorie e armonizzate le valutazioni dei rischi climatici.
Sul fronte del finanziamento, un Reflection Group on Mobilising Climate Resilience Financing ha già consegnato a Hoekstra il proprio rapporto finale, sottolineando l’urgenza di mobilitare nuove forme di finanziamento. Le sue conclusioni confluiranno nel quadro europeo.
È in questo spazio che si inseriscono le proposte inviate a Bruxelles dalla Spagna: una forza europea permanente di intervento rapido per le emergenze climatiche, una flotta continentale dedicata allo spegnimento degli incendi e un fondo europeo per l’adattamento alimentato da risorse nuove. Tra le ipotesi di finanziamento, una tassa sui voli privati di lusso e un’imposta europea sui profitti del settore petrolifero e del gas, quest’ultima sostenuta ad agosto da sei Paesi tra cui l’Italia. Madrid chiede anche di valutare strumenti comuni di debito.
La vicepresidente della Commissione Teresa Ribera ha aperto esplicitamente il dibattito su un maggiore margine fiscale, su eurobond verdi e sul rilancio della proposta di tassare le grandi compagnie petrolifere per alimentare un fondo di resilienza, temi che si incroceranno con il negoziato sul bilancio pluriennale 2028-2034, cioè con la partita politica più dura dei prossimi due anni.
L’Italia è seconda in Europa per fabbisogno (e non ha un capitolo di spesa)
Lo stesso studio della Commissione colloca l’Italia al secondo posto nell’Unione per fabbisogno di investimenti in adattamento, subito dietro la Francia. La cifra indicata è di 10,08 miliardi di euro l’anno fino al 2050, pari allo 0,4% del PIL nazionale.
Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, rimasto in un cassetto per anni, è stato approvato nel gennaio 2024 e prevede 361 azioni. Non prevede però una dotazione finanziaria dedicata né indicazioni operative di gestione, quanto un elenco di cose da fare senza il capitolo che spiega chi le paga.
Sul fronte fisico, il rapporto “Il rischio climatico in Italia. Dagli scenari alle proposte di intervento”, presentato da Deloitte il 3 giugno 2026 e realizzato con il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, il team dell’area Climate della Florence School of Regulation dello European University Institute e Ipsos-Doxa, indica per il nostro Paese un aumento delle temperature superiore ai 2 °C rispetto ai livelli preindustriali già entro il prossimo decennio, con 30-58 giorni caldi aggiuntivi all’anno entro il 2050.
Le conseguenze economiche stimate:
- entro il 2050 il rischio climatico potrebbe determinare una riduzione del PIL italiano compresa tra l’1,6% e il 6% rispetto a uno scenario privo di danni climatici;
- i danni diretti annui alle infrastrutture potrebbero raggiungere circa 2 miliardi di euro entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050;
- includendo gli effetti indiretti, come l’interruzione dei servizi e gli impatti sulle catene di fornitura, il costo complessivo al 2050 si collocherebbe tra 11,5 e 18 miliardi l’anno;
- per il turismo, in uno scenario di aumento della temperatura media di 4 °C, si stima una contrazione della domanda fino all’8,9% e perdite dirette per circa 52 miliardi; nello scenario a 2 °C le perdite scenderebbero a circa 17 miliardi.
Dalla stessa indagine emerge che soltanto il 34% delle piccole e medie imprese italiane attribuisce al rischio climatico un ruolo significativo o centrale nei propri sistemi di gestione del rischio, e appena il 39% dichiara un’esposizione elevata su un orizzonte decennale. Solo il 14% ha adottato misure per garantire la continuità operativa in caso di eventi estremi. Appena il 10% ha introdotto interventi di adattamento su infrastrutture e asset fisici e soltanto il 18% si dichiara pienamente pronto a rispondere alle richieste di banche e assicurazioni in materia di rischio climatico fisico.
Le banche stanno progressivamente incorporando il rischio climatico fisico nelle valutazioni del merito creditizio, e le compagnie assicurative stanno ridefinendo premi e coperture. Un’impresa che non sa quantificare la propria esposizione si troverà davanti a condizioni peggiori o a coperture negate, indipendentemente da quello che succederà sul fronte climatico.
L’inflazione è destinata a salire?
Che El Niño sia eccezionale e che spinga decine di milioni di persone verso la fame acuta è documentato, ma che questo si traduca automaticamente in un’impennata dell’inflazione alimentare in Italia è un’altra affermazione che la letteratura non sostiene.
Un documento di lavoro del Banco de España pubblicato nel 2024 mette in discussione proprio quell’assunto. Secondo gli autori, l’impatto di El Niño e La Niña sui prezzi internazionali delle materie prime alimentari è oggi più debole che in passato e, in alcuni casi, cambia perfino di segno. Tradotto: El Niño non avrebbe contribuito alle pressioni inflazionistiche nell’area euro durante l’ultimo episodio inflattivo.
Anche la Banca Centrale Europea, in un approfondimento del proprio bollettino economico, aveva identificato rischi al rialzo statisticamente significativi solo su soia, mais e riso, mentre l’effetto atteso risultava non significativo sul grano e intorno allo zero su caffè e cacao. La spiegazione più plausibile è strutturale, con le economie avanzate che hanno un’agricoltura che pesa poco sul PIL, filiere diversificate su più continenti e mercati che coprono il rischio prezzo con strumenti derivati. La quota della materia prima agricola nel prezzo finale di un prodotto al supermercato europeo è inoltre modesta rispetto a lavorazione, logistica, energia e distribuzione. Quando un effetto arriva, arriva attenuato e con un ritardo stimato in sei-dodici mesi.
La catastrofe è reale, ma colpisce altrove
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