Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Chenin Blanc e Pinotage. Il Sudafrica, la grande tradizione enologica rimasta nell’ombra per un secolo

Antonella Coppotelli

2 ottobre 2026

Un viaggio nel vino sudafricano: la storia di Chenin Blanc e Pinotage, tra antiche origini, l’oscuramento dell’apartheid e la rinascita enologica odierna.

Chenin Blanc e Pinotage. Il Sudafrica, la grande tradizione enologica rimasta nell'ombra per un secolo

C’era una volta un vitigno bianco francese diventato bandiera adottiva di una nazione e un altro, invece, di colore rosso inventato di sana pianta in laboratorio nel XX Secolo, assurto a identità nazionale.

Non è l’inizio di una favola enologica ma la storia dello Chenin Blanc e del Pinotage ambientata in Sudafrica.

Prima di parlarvi di loro, però, è necessario rispondere con la massima onestà intellettuale a una domanda: perché un Paese con oltre tre secoli e mezzo di storia vitivinicola alle spalle è rimasto, per il grande pubblico internazionale, sostanzialmente invisibile fino a pochi decenni fa? Partiamo da qui.

Perché per decenni non si è sentito parlare di vino sudafricano

La viticoltura sudafricana nasce nel 1659, quando il medico olandese Jan van Riebeeck, fondatore della stazione di rifornimento della Compagnia Olandese delle Indie Orientali al Capo di Buona Speranza, produsse le prime bottiglie per combattere lo scorbuto tra i marinai in transito verso l’Asia.

Pochi decenni dopo, nel 1685, il governatore Simon van der Stel fondò la tenuta di Constantia, che con il suo leggendario vino da dessert conquistò un’ammirazione internazionale senza precedenti: tra i suoi estimatori più celebri figurano Napoleone Bonaparte, in esilio a Sant’Elena, e il re Luigi Filippo di Francia.

Il Sudafrica, insomma, vantava già nel Settecento una reputazione enologica di primo ordine.

Poi, nell’arco di due secoli, avvennero una serie di crisi strutturali come la fine delle ostilità commerciali anglo-francesi nel 1861, l’arrivo della fillossera nel 1886 e lo scoppio della guerra anglo-boera a fine Ottocento.

Tutte queste situazioni misero in ginocchio il settore, fino alla fondazione nel 1918 della KWV (Koöperatieve Wijnbouwers Vereniging), una cooperativa che assunse presto poteri quasi governativi su prezzi, rese e aree di coltivazione, guadagnandosi il soprannome poco lusinghiero di «KGB» del vino.

Ma è nella seconda metà del Novecento che si consuma il vero e proprio oscuramento internazionale dell’enologia sudafricana.

Con l’inasprimento del regime di segregazione razziale dell’apartheid, istituzionalizzato dal 1948, gran parte del mondo occidentale avviò boicottaggi commerciali e culturali contro il Sudafrica, in segno di protesta: il vino, insieme a molti altri prodotti, ne fu travolto in pieno.

Per tutti gli anni ’70 e ’80, le cantine sudafricane si trovarono di fatto tagliate fuori dai principali mercati di esportazione, costrette a vendere quasi esclusivamente sul mercato interno, mentre nel resto del mondo l’attenzione enologica si spostava su Francia, Italia e sui nascenti protagonisti del Nuovo Mondo come California e Australia, paesi che, in quegli stessi decenni, costruivano la propria reputazione internazionale anche grazie a episodi mediatici come il Judgment of Paris del 1976.

Il Sudafrica, semplicemente, non poteva prendere parte a quella stessa conversazione globale.

Solo con la scarcerazione di Nelson Mandela nel 1990 e la fine ufficiale dell’apartheid nel 1991-94 il settore poté riaprirsi al commercio internazionale.

Fu un vero e proprio anno zero, in cui produttori con generazioni di competenza enologica alle spalle dovettero ricostruire da capo relazioni commerciali, distribuzione e, soprattutto, fiducia e visibilità presso un pubblico internazionale che, semplicemente, non aveva mai avuto l’opportunità di conoscerli.

È una storia di oscuramento politico, non di assenza di qualità: ed è anche per questo che raccontare oggi lo Chenin Blanc e il Pinotage significa, prima ancora che parlare di due vitigni, restituire voce a una tradizione rimasta a lungo silenziata.

Chenin Blanc: dalla Loira al Capo

Lo Chenin Blanc ha radici antichissime nella Valle della Loira, con la prima menzione scritta che risalirebbe addirittura all’845, in due concessioni fondiarie di Carlo il Calvo relative a vigneti sulla riva sinistra del fiume.

Nel Cinquecento, lo scrittore François Rabelais lo celebrò nelle proprie novelle come un vino dalle proprietà quasi medicinali, segno di una popolarità già consolidata.

Oggi resta il vitigno simbolo dell’asse Anjou-Saumur e Touraine, con denominazioni storiche come Vouvray, Savennières, Quarts de Chaume e Bonnezeaux, capaci di coprire l’intero spettro stilistico, dal secco più teso al passito più ricco, passando per lo spumante.

Fu proprio dalla Loira che i coloni olandesi del Seicento, poco dopo la fondazione della colonia del Capo, portarono le prime barbatelle in Sudafrica, dove il vitigno prese il nome locale di Steen.

Per gran parte del Novecento, complice la sua resistenza al vento e alle malattie, lo Steen venne considerato poco più che una «workhorse grape» ossia un’uva da lavoro, impiegata soprattutto per la distillazione in brandy più che per vini di qualità, in un Paese peraltro isolato dai circuiti internazionali del fine wine per le ragioni appena raccontate.

Solo negli ultimi vent’anni, grazie a una nuova generazione di produttori concentrati soprattutto nello Swartland, lo Chenin Blanc sudafricano ha iniziato a essere letto e valorizzato come un’espressione autentica di terroir, capace di dialogare alla pari con i grandi bianchi della Loira.

Un ruolo decisivo in questa rivalutazione lo ha giocato l«Old Vine Project», nato nel 2002 da un’iniziativa della consulente viticola Rosa Kruger per censire le vigne più antiche del Paese, e diventato nel 2018 il primo programma al mondo di certificazione ufficiale delle «Heritage Vineyards», un marchio registrato, non una semplice dichiarazione del produttore, riservato ai vigneti con almeno 35 anni di età documentata.

Oggi il progetto protegge oltre 5.100 ettari di vigne storiche e certifica più di 350 etichette ogni annata, con lo Chenin Blanc a farla da protagonista assoluto: circa la metà dei vigneti censiti appartiene proprio a questa varietà.

Non sorprende che il Sudafrica sia oggi, con circa 16-20mila ettari allevati a seconda delle stime, il primo produttore mondiale di Chenin Blanc, davanti alla stessa Francia, un primato quantitativo che la critica internazionale, da Decanter alla Master of Wine come Madeleine Stenwreth, considera ormai accompagnato da una crescita qualitativa altrettanto solida.

Pinotage: l’uva nata in laboratorio

Se lo Chenin Blanc racconta una storia di migrazione e riscoperta, il Pinotage racconta una storia di invenzione pura.

Nel 1925, Abraham Izak Perold, professore di agraria all’Università di Stellenbosch, incrociò il Pinot Noir con il Cinsaut, all’epoca conosciuto localmente come Hermitage, da cui il nome composto del nuovo vitigno.

L’obiettivo era creare un’uva capace di unire l’eleganza del Pinot Noir alla resistenza e produttività del Cinsaut, più adatto al clima caldo del Capo.

La vicenda ha un’allure quasi romanzesca: le prime piantine, dimenticate in giardino dallo stesso Perold, rischiarono di finire soffocate dalle erbacce prima di essere salvate da un collega, e le prime bottiglie furono prodotte solo nel 1941, sedici anni dopo l’incrocio originario, e lo stesso Perold morì senza mai assaggiare un vino ottenuto dalla propria creazione.

Per decenni, il Pinotage ha scontato un problema di immagine legato a tecniche di vinificazione poco controllate: una fermentazione condotta a temperature troppo elevate può favorire la formazione di acetato di isoamile, un composto capace di generare, oltre certe soglie, sentori di banana matura e di smalto per unghie poco gradevoli, un difetto che negli anni ’70 e ’80 contribuì a consolidare, anche a causa dell’isolamento internazionale, una reputazione non sempre lusinghiera per questo vitigno.

Negli ultimi vent’anni, però, una gestione enologica più consapevole della temperatura di fermentazione ha permesso di esaltarne i pregi autentici quali frutti scuri, mora, prugna, spezie, un tannino più morbido rispetto al Pinot Noir e trasformandolo in quello che molti produttori sudafricani rivendicano oggi come il proprio vitigno bandiera, affiancato anch’esso, come lo Chenin Blanc, da una propria tradizione di vigne storiche certificate dall’Old Vine Project: la tenuta Bellevue Estate di Stellenbosch, che produsse il primo Pinotage in bottiglia nel 1959 da vigne piantate nel 1953, ne è oggi uno dei casi più rappresentativi.

Sudafrica: mercati e numeri

Il settore vitivinicolo sudafricano, oggi tra il settimo e il nono produttore mondiale a seconda delle annate, con circa 90-100mila ettari vitati, genera un giro d’affari che sfiora i tre miliardi di euro l’anno, numeri che, se confrontati con la lunghissima storia produttiva del Paese, testimoniano quanto il «recupero» post-apartheid sia stato tutt’altro che scontato.

Lo Chenin Blanc, da solo, rappresenta oggi circa il 18-20% dell’intero vigneto nazionale, restando saldamente il vitigno a bacca bianca più coltivato del Paese, mentre il Pinotage, pur restando quantitativamente più contenuto rispetto a Cabernet Sauvignon e Syrah, resta l’unico vitigno rosso capace di rivendicare un’identità sudafricana al 100%, non ’presa in prestito’ da nessun’altra tradizione enologica mondiale.

Resta, sullo sfondo, lo stesso tema già affrontato più volte: la pressione dei dazi e della contrazione dei consumi internazionali.

Il Sudafrica, pur non facendo parte dell’Unione Europea e quindi non direttamente soggetto al dazio USA del 15%, resta comunque esposto alle dinamiche generali del commercio mondiale del vino ma può contare, in questa fase, su un argomento che nessun altro grande Paese produttore può vantare allo stesso modo: una storia di tre secoli e mezzo che il mondo, semplicemente, non ha ancora avuto il tempo di conoscere fino in fondo.